Riportiamo qui, con qualche leggero aggiustamento, un documento sulla politica studentesca da noi prodotto ormai quasi tre anni fa.
Consapevoli dei numerosi limiti del documento, lo riproponiamo in quanto convinti della validità della sua impostazione generale così come dell’attualità delle sue tesi di fondo.
La confusione regna sovrana nella sinistra giovanile: il movimento degli studenti medi ciclicamente si infrange contro gli scogli, non lasciando traccia della propria esistenza. Nell’autunno le piazze sono “piene” di ragazzi, che appena adolescenti manifestano più per divertimento che per una precisa convinzione politica. I cortei studenteschi, spesse volte, sono più un’occasione di socialità che l’espressione di una lotta politica e ciò che emerge non è tanto un messaggio politico, ma la musica dei carri. Un momento positivo di crescita individuale per molti che però sedimenta poco nelle loro coscienze politiche. Passato l’autunno, il pretesto per cui si è scesi in piazza è stato dimenticato, nelle teste dei ragazzi subentrano le verifiche e lo spauracchio della bocciatura, inevitabilmente i numeri scemano e il movimento refluisce. La sequenza periodica si svolge, purtroppo, con la totale inconsapevolezza dei militanti dei collettivi studenteschi: le migliaia di studenti li entusiasmano ad ottobre, mentre la scarsa partecipazione al collettivo li scoraggia in primavera.
La dinamica descritta non è un qualcosa di naturale, che inevitabilmente caratterizza qualsivoglia movimento studentesco, in particolar modo degli istituti superiori: al contrario, è il frutto della direzione politica del movimentismo italiano, di cui questo documento si propone di formulare una critica. Questa parola non deve spaventare: il concetto di critica viene adoperato nel suo significato migliore, mettendo sotto esame l’attuale movimento studentesco per ricercare i suoi limiti e le sue ragioni, discuterne gli aspetti problematici e delineare, in negative, le nostre posizioni. Ciò giustifica il tempo di riflessione e di elaborazione collettiva dedicato al testo e anche la rigorosità della critica, che non risparmia giudizi severi per questioni di diplomazia né storpia le posizioni politiche delle altre organizzazioni per legittimare la propria.
Il movimentismo
Il movimento studentesco liceale in Italia si trova egemonizzato dalla corrente della Disobbedienza, cioè dalle organizzazioni legate ai centri sociali. Parlando di egemonia intendiamo la capacità di questa corrente d’imporre le proprie pratiche al movimento studentesco e di promuovere l’organizzazione dei collettivi scolastici e di coordinarli attorno alla propria struttura politica. Questa forza organizzativa si è trasformata nel tempo in una piena affermazione nell’immaginario e nella cultura politica della gioventù. In altre parole, anche quei collettivi e quei giovani che per vie traverse non si raggruppano nei coordinamenti dei centri sociali tendono a riproporre, nei fatti, il metodo d’intervento politico della Disobbedienza. Il rifiuto di qualsiasi forma di organizzazione e di delega, la riduzione della propria analisi e formazione politica a un sunto di slogan, la limitazione del proprio intervento ad iniziative di “mutuo soccorso” e manifestazioni rituali sono un dogma quasi intoccabile nel cervello di ogni studente politicizzato delle scuole superiori. Senza contatti con la lotta di classe e senza la costruzione di un movimento di lotta reale, non si discute di obiettivi politici generali e si abbandona ogni accenno ad una rivoluzione operaia e socialista, limitandosi a retoriche di resistenza ispirate dall’antagonismo dell’“operaio sociale” e delle “soggettività oppresse”.
Dal punto di vista pratico l’agire della Disobbedienza comporta una serie di limiti che il movimento studentesco fatica ad elaborare e quindi superare. I cortei degli studenti medi, più che un momento di manifestazione della propria lotta e delle proprie rivendicazioni, sono trasformati in una routine. Solitamente la manifestazione – e già la parola stessa dovrebbe indicare il senso dell’attività – dovrebbe essere il culmine di un movimento che ha lottato per un determinato obiettivo; una forma di rendere manifesto ciò che si costruito e cosa per cui si lotta. Per esempio, negli ultimi anni un grande movimento di lotta operaia si è prodotto nel settore della logistica: picchetti, scioperi e vertenze che hanno scoinvolto dei magazzini in cui gli operai erano trattati come bestie da soma. Come risultato di questa dinamica di lotta ci sono stati cortei per esprimere le parole d’ordine operaie e per dimostrare la forza crescente del sindacato al resto dei lavoratori rimasti estranei al movimento di scioperi. Erano cortei che manifestavano lotte che altrimenti sarebbero rimaste senza una voce, senza una forma per diffondersi. L’obiettivo era chiaro e preciso. Nulla di tutto questo avviene nei tradizionali cortei “dell’autunno”.
Non può sfuggire, ovviamente, la difficoltà di mantenere viva un’opposizione studentesca in anni di reflusso politico in cui i collettivi scolastici sono estremamente minoritari nelle scuole: ma neanche può sfuggire l’inconcludenza politica di chi si riduce ad azioni estemporanee, senza il supporto di un lavoro politico per organizzare gli studenti contro le varie riforme che hanno peggiorato il mondo della scuola e ridotto il diritto allo studio. Ovviamente non esiste alcuna formula magica. Da una parte si potrà superare questa fase di difficoltà con una paziente e lenta costruzione di un movimento studentesco, cioè lavorando per far sì che i collettivi scolastici abbiano un consenso nelle scuole e siano capaci di mobilitare settori importanti di studenti per ottenere delle rivendicazioni scolastiche fondamentali (fondi alle scuole, eliminazioni costi, abolizione delle misure classiste). Dall’altra, il movimento studentesco come la lotta di classe vive dei periodi di reflusso e delle radicalizzazioni più o meno spontanee e quindi, in ogni caso, si ripresenteranno grandi lotte studentesche. Però, finché non ci si porrà il problema di realizzare questo cambio di rotta nel movimento studentesco l’esplosione di un movimento di massa degli studenti sarà ostacolato, e anche si producesse, rischierebbe di fallire come molti movimenti di lotta passati, per colpa di proposte non adeguate al livello di conflitto.
L’ideologia del movimentismo
L’ideologia della Disobbedienza è una derivazione critica del marxismo che originariamente rivendicava: la lotta di massa viene sostituita dallo scontro scenico dell’avanguardia, la lotta di classe dal mutuo soccorso, la centralità operaia dall’antagonismo intersezionale, la rivoluzione socialista dal “comunismo del presente” (Agnes Heller).
Il “comunismo del presente” constata una presunta impossibilità di una rivoluzione sociale e da questa teorizza la necessità di creare spazi che immediatamente siano liberi dal capitalismo. Contemporaneamente l’obiettivo non sarebbe emancipare il lavoro, cioè non dover lavorare per un padrone che si arricchisce tramite il lavoro altrui, ma il “rifiuto del lavoro” e quindi la promozione dell’assenteismo lavorativo e di pratiche di “esproprio proletario” – cioè ottenere i mezzi di sussistenza come casa e cibo senza pagare per essi. Gli spazi liberi dal capitale si riducono ai centri sociali occupati e alla loro attività mutualistiche.
L’aspetto interessante consiste nelle conseguenze pratiche di tale teoria: siccome il centro sociale diventa l’obiettivo centrale del proprio movimento politico, nella psicologia del movimentismo ogni metodo diventa lecito per tutelare l’occupazione. Il movimentismo ha sostenuto in forma più o meno esplicita le giunte del centrosinistra di varie città non perché condividesse le sue politiche amministrative, ma perché era utile al fine di avere un referente istituzionale che permettesse avere vantaggi per la propria parrocchia.
I centri sociali napoletani, per esempio, hanno pubblicamente sostenuto con una propria lista elettorale il sindaco De Magistris, nonostante sia a capo di un’amministrazione comunale che taglia i fondi al trasporto pubblico per pagare gli interessi alle banche che detengono il debito cittadino, attaccando, per di più, i lavoratori dei pullman in sciopero per difendere il proprio posto di lavoro. Come mai chi vuole il comunismo del presente con zone locali liberate dal capitale sostiene una giunta, che in nome del capitale, “libera” la propria “zona locale” del trasporto pubblico? Semplice, poiché contemporaneamente viene garantito ai centri sociali di occupare gli spazi – quelli sì liberati da ogni affitto e non certo dal capitalismo – permettendo al movimentismo di difendere i propri interessi di apparato politico: un regalo prodotto da una delibera che ha reso “bene comune” gli spazi occupati di quei centri sociali che hanno raccolto voti per il sindaco “rivoluzionario”. Il comunismo del presente diventa l’accettazione quotidiana del capitalismo e il sostegno al potere politico che promuove lo sfruttamento capitalistico, in cambio di propri vantaggi d’apparato.
E quale sarebbe il soggetto sociale di questo “comunismo del presente”? Il soggetto promotore e protagonista di questi “spazi liberati”? La risposta consiste in quello potremmo definire il “cittadino antagonista”. Un insieme di categorie sociali, totalmente eterogenee dal punto di vista degli interessi di classe, e che nonostante questo, però, nutrono una sorta di antagonismo verso la società capitalistica. Giovani, precari, donne, immigrati, ambientalisti e così via. In virtù di cosa? Grazie alla loro identità, la quale non è altro che la caratteristica essenziale che ti distingue e delimita dal resto.
In questa teoria denominata “intersezionale” esiste una contraddizione di fondo: infatti, queste identità sono condannate alla divisione siccome esse sono categorie minate al proprio interno da interessi di classe contrapposti ed esattamente per questo incapaci di creare un unico movimento politico di lotta. Per fare un esempio concreto: una donna capitalista avrà tutto l’interesse di licenziare una propria lavoratrice se rimane incinta, così da non pagare contributi sociali, mentre quest’ultima cercherà di difendere il proprio posto di lavoro; così, per quanto si lavori nella costruzione ideologica di un movimento unitario, la profana realtà della società e degli interessi contrapposti non permette una lotta anticapitalistica su base identitaria, ma solamente su base di classe.
La politica del movimentismo
Il tempo e lo spazio che abbiamo dedicato all’analisi delle fondamenta teoriche del movimentismo ha rappresentato un sacrificio necessario che ci permette capire l’intervento politico quotidiano dei centri sociali nelle scuole.
La mancanza di una prospettiva generale di cambiamento è in linea con l’estrema disorganizzazione politica: ciò significa la mancanza di una organizzazione nazionale ben riconoscibile e di un coordinamento delle lotte presenti, ma anche di una strategia complessiva di lotta. In luogo di quest’ultima, si ha un eterno inseguire le riforme dei governi con manifestazioni routinarie che di anno in anno cambiano la propria parola d’ordine, la quale in ogni caso rimane una pura formalità per il semplice motivo che non esiste una lotta reale per ottenere l’abrogazione della riforma di turno.
Al contempo, il rifiuto della centralità della lotta di classe porta con sé una concezione mutualistica della politica: le manifestazioni più dure dello sfruttamento, come la fame nei quartieri popolari, invece di essere affrontati con la promozione di un conflitto per risolvere la problematica vengono attenuati con una politica assistenzialista; per esempio, il movimento delle brigate di solidarietà è stato un evento più che lodevole, poiché ha promosso la solidarietà attiva degli studenti verso le famiglie proletarie che più di tutte hanno subito le conseguenze del lockdown.
Invece di usare il movimento delle brigate per organizzare la lotta delle famiglie proletarie dei quartieri periferici per ottenere i loro diritti, come il diritto alla casa o il diritto al lavoro, la Disobbedienza le ha trasformate, dal punto divista politico, in uno strumento per fare campagna elettorale per Sala ed ottenere vantaggi politici per i propri spazi, e dal punto di vista sociale in associazioni di volontariato che non partecipano alla lotta di classe.
Il programma politico del movimentismo, dunque, non ha alcuna aspirazione rivoluzionaria e si limita ad una politica assistenzialista senza un intervento deciso nella lotta di classe; eppure, la moderazione nelle rivendicazioni e nei metodi di lotta viene mascherata con scontri o “azioni”, come possono essere l’occupazione simbolica della sede dell’Eni o le “sanzioni” ai negozi di grandi multinazionali, che appaiono agli occhi dei ragazzi più inesperti come un segno di estrema radicalità e di forte opposizione alla società esistente; com’è frequente, però, la realtà è diversa dall’apparenza: ciò che si mette in campo è un agire “estremista” che nasconde la mancanza di una vera e propria lotta: gli atti violenti dei centri sociali rappresentano un problema, non in virtù del pacifismo o della legalità borghese, ma perché sono una manovra che mira a nascondere il proprio opportunismo politico. Uno tra i tanti esempi dell’inconsistenza politica dietro questa logica può essere la quantità spropositata di “azioni” in cui si è danneggiata la vetrina di Zara per essere responsabile dello sfruttamento, senza però mai partecipare agli scioperi e ai picchetti della classe operaia, inclusi quelli dei lavoratori di Zara.
Questo “petardismo” dei centri sociali – cioè limitare il proprio agire politico ad azioni sceniche inconsistenti, agendo come un petardo – è una conseguenza della loro natura di classe: sono organizzazioni legate alla piccola borghesia urbana, che formalmente criticano il capitalismo, ma in realtà, non hanno nulla a che spartire con la lotta di classe. Come la piccola borghesia s’indigna di fronte al peggio dello sfruttamento capitalista, essendo però impotente nei confronti di esso, il petardismo critica un dato fenomeno della società capitalista, senza però creare una reale opposizione ad essa.
Sindacalismo universitario
Lo scenario non è migliore nelle aule universitarie, tutt’altro: già in partenza, l’eredità delle scuole superiori si fa sentire, poiché l’inconcludenza dell’attivismo nei licei porta la maggioranza dei compagni all’abbandono della politica attiva. Ciò che rimane sono i cosiddetti “sindacati” studenteschi (UDU e Link), nei quali la politica si riduce ad un servizio di assistenza amministrativa nei confronti degli studenti, dove il conflitto per difendere il diritto allo studio viene completamente rimosso. Nei momenti di temerarietà rivoluzionaria si rivendica qualche riforma minimale del sistema universitario, che governo e rettori hanno già approvato senza sentire la necessità di chiedere il parere dei rappresentanti.
L’aumento dei fondi che il governo Conte ha varato nell’ultima manovra economica è un caso emblematico: dopo che, dalla crisi del 2008, c’è stato un taglio di 7 miliardi alla ricerca e al diritto allo studio, il governo giallo-rosso ha stanziato qualche centinaio di milioni in più per l’istruzione. La “prodigalità” del governo è stata causata dalla valanga di miliardi ricevuti, dopo il lockdown, dalla Banca Centrale Europea, che in larga parte sono stati utilizzati per salvare il capitale privato.Questa elemosina del governo, per assurdo, è stata salutata come “una vittoria della nostra lotta”: una vittoria che ha sapore della sconfitta dopo una lotta che, tra l’altro, non è neanche stata data.
Il punto a dibattito è il ruolo che il movimento studentesco deve avere di fronte al sistema universitario: se è necessario una messa in discussione dell’intero sistema, con un metodo di lotta e delle rivendicazioni radicali, o, in alternativa, se si debba puntellare il sistema universitario con piccole modifiche, frutto di una trattativa col rettore e coi governi di turno.
Il sistema universitario, sempre più, esclude i giovani proletari dalle proprie aule, o perché non possono sostenere i costi dello studio, o perché devono impiegare il proprio tempo lavorando; in questo contesto limitare la propria azione nell’ottenere un appello di esame in più o in altre piccole migliorie similari, per quanto utili possano essere per chi già studia, non risolve minimamente le problematiche di chi non vede garantito il proprio diritto allo studio. Così facendo, si trasforma la lotta studentesca in una lotta corporativistica, che mira a piccoli vantaggi per gli studenti universitari. Paradossalmente, il piccolo cabotaggio dei sindacati studenteschi è un limite agli stessi diritti degli studenti universitari, per il semplice motivo che l’organizzazione della carriera accademica, per esempio quali esami devono essere obbligatori, viene presa dal rettore e dai professori in organismi in cui i rappresentanti degli studenti hanno un ruolo unicamente di testimonianza; l’obiettivo centrale del movimento universitario dovrebbe essere la formazione di organismi paritetici, in cui gli studenti possano effettivamente decidere sul proprio percorso scolastico; rivendicazione totalmente ignorata dai rappresentanti degli studenti, che preferiscono lisciare il pelo ai baroni universitari e al rettore.
La riduzione del proprio intervento politico ad un sindacalismo corporativistico, in cui si danno soluzioni parziali alle problematiche dell’ateneo senza mettere in discussione le cause dei problemi, crea una mentalità carrierista, dove pochi ragazzi che hanno più tempo da dedicare alla rappresentanza alimentano le proprie ambizioni personali, che potranno essere soddisfatte nella burocrazia della Cgil. La moderazione dei sindacati studenteschi è causata non dalla prudenza che risiede nelle teste dei capi dell’Udu e di Link, ma dal legame a doppio filo che c’è tra il loro apparato e la burocrazia della Cgil: infatti quest’ultima, oltre a finanziare i sindacati studenteschi ne coopta i dirigenti nel proprio apparato amministrativo.
L’esperienza recente
Lo sviluppo dell’analisi potrebbe portare ad una conclusione sbagliata, o per lo meno unilaterale: la sinistra studentesca si ritrova in una situazione di crisi ed isolamento rispetto alla massa degli studenti per la sua politica opportunistica, tuttavia questo non spiega perché sono marginali anche gruppi critici della tendenza maggioritaria, tra cui la stessa Syntagma.
La marginalità della sinistra è il frutto di uno sviluppo storico concreto della lotta di classe. L’ultimo grande movimento di contestazione giovanile è stato il movimento no-Global del 2001. Il movimento No Global nacque contro la guerra in Medioriente, contro la precarizzazione della classe operaia a seguito delle politiche neoliberiste ela povertà dilagante nei paesi del terzo mondo. In Italia centinaia di migliaia di giovani riempirono le piazze ripetutamente contro il secondo governo Berlusconi. La persona simbolo di questo movimento fu Carlo Giuliani ucciso durante la manifestazione di Genova contro il G-8.
Quella stagione di lotta contro il berlusconismo e le politiche “neoliberiste” arrivò al crepuscolo col governo di centrosinistra di Prodi. Il Partito della Rifondazione Comunista che aveva canalizzato politicamente la contestazione giovanile entrò al governo, con propri ministri a comporre la squadra governativa di Prodi. La “Disobbedienza” diede anch’essa indirettamente un appoggio politico al centrosinistra, facendo campagna elettorale per le liste di Rifondazione, in cui venne candidato ed eletto Francesco Caruso, il leader dei disobbedienti del sud Italia.
Il risultato è stato una catastrofe per la sinistra. Il governo Prodi, con il voto della sinistra politica e del movimentismo, ha promosso tutte le politiche che erano state oggetto di critica: aumento delle spese militari, detassazione dei profitti e dei redditi alti, conferma delle leggi sul precariato e contenimento della spesa sociale. Questo tradimento della classe lavoratrice, nella mancanza di un’alternativa politica, ha prodotto un senso di sconforto in quelle avanguardie del movimento operaio e studentesco che erano state protagoniste del movimento No-Global. Questo è stato il ragionamento collettivo di una generazione, che ha abbandonato la politica, dando l’avvio ad un reflusso che dura fino ai giorni nostri. Con la responsabilità diretta e maggioritaria della sinistra politica istituzionale (Rifondazione) e del movimentismo (la corrente disobbediente dei centri sociali).
Pochi anni dopo, Berlusconi diede la possibilità di invertire la rotta. La riforma Gelmini ha rappresentato un salto di qualità nella privatizzazione dell’università e nell’autonomia degli atenei, oltre ad implementare gli stage senza compenso per gli studenti – riforma che verrà successivamente copiata a piene mani da Renzi per gli istituti secondari. Come era prevedibile la reazione degli studenti non si è fatta attendere.
L’Onda ha segnato lo scenario politico dell’epoca. Contestazioni, scioperi e cortei spontanei. L’occupazione degli atenei avviene nelle poche città dove la sinistra è più radicata, non riuscendo a creare un movimento nazionale di occupazione come in altre epoche storiche. Il culmine è la manifestazione del 14 Dicembre 2010, quando gli studenti in massa si difendono dalle cariche della polizia, mentre cercavano di presidiare il parlamento, nel momento in cui Berlusconi superava una crisi di governo comprandosi parlamentari dell’opposizione.
Da una parte, quell’esperienza non vide una radicalità di massa pari ad altri movimenti come il ’68, dall’altra fu vittima delle proposte politiche dell’UDU e della Disobbedienza. Mentre i sindacati studenteschi boicottarono ogni occupazione in nome di un referendum contro la riforma, i disobbedienti nella prima assemblea nazionale, proposero una strategia capitolarda: invece di promuovere una lotta nazionale per il ritiro della riforma Gelmini, si propose lo sviluppo di una campagna di “controcultura”, ateneo per ateneo, per sensibilizzare gli studenti nei confronti della precarietà. L’Onda fu un movimento limitato che si concluse in un’ulteriore sconfitta politica della gioventù.
Crisi di direzione
La conclusione fondamentale che si deve trarre dall’esperienza storica del movimento studentesco è il ruolo nefasto che hanno avuto il movimentismo e la sinistra istituzionale per la lotta di classe in Italia: il problema non è stato la mancata predisposizione delle masse a lottare, ma l’incapacità dell’avanguardia di offrire un canale di sbocco per questa volontà; al contrario, le organizzazioni che dovevano garantire una continuità alla lotta di classe l’hanno imbrigliata e stroncata con i loro tradimenti politici. Il problema risiede nella direzione politica del movimento operaio e studentesco.
Una “crisi di direzione” consiste nella profonda difficoltà che un movimento, o una classe sociale, affronta quando la linea politica del suo gruppo dirigente risulta inadeguata alle sfide che esso si trova davanti; detto in altri termini, si verifica quando il fattore soggettivo non è adeguato alla situazione oggettiva. Dunque, per uscire dallo stato di difficoltà attuale è fondamentale abbandonare le vecchie direzioni del movimento e superare, così facendo, questa crisi di direzione. Un superamento che prevede la critica delle vecchie rivendicazioni, strategie e pratiche da sostituire con proposte politiche adeguate.
Questa è la ragione fondante di Syntagma: battersi per munire il movimento studentesco di una direzione rivoluzionaria, che sia cioè capace di promuovere una lotta di classe sistematica contro la società capitalista.
La prima manifestazione della crisi di direzione consiste nella mancanza di un programma che riguardi le problematiche sociali della gioventù. Il programma si fonda comprensione generale della società, cioè l’analisi del suo sviluppo, e sulla base di tale comprensione una serie di rivendicazioni per cambiarla.
Le organizzazioni del movimento studentesco hanno tralasciato qualsiasi tipo di analisi sulla scuola e la vita dei giovani, sostituendola con slogan che cambiano da un giorno all’altro e che in fin dei conti risultano vuoti di contenuto politico. Un esempio emblematico lo si trova nella moda di rivendicare una scuola “antirazzista, femminista e ambientalista”: la rivendicazione vuole reclamare, in maniera alquanto confusa, una scuola libertaria che educhi le persone ad una società più egualitaria, ma per quanto in astratto sia un proposito lodevole, concretamente nella politica di una organizzazione rivoluzionaria si aprono una serie di problemi.
Dal punto di vista dell’analisi si effettua una distorsione della realtà: da una parte, ci si astiene sulla problematica fondamentale della scuola italiana, la quale si può riassumere nella sua natura classista, cioè nel perpetuare un dominio di classe all’interno del sistema educativo; dall’altra, si occulta il legame esistente tra l’oppressione razziale, femminile e la distruzione dell’ambiente con ciò che causa quest’ultimi, cioè con la società capitalista, ovvero la società classista. Ideologicamente si presenta la società e la scuola italiana come realtà in cui esiste un problema di genere, razziale ed ecologico senza fare riferimento alla questione di classe che è alla base delle altre. Inoltre, dal punto di vista della rivendicazione, si commette un grave errore metodologico, poiché se realmente si vuole lottare per una scuola egualitaria, al di là della concezione che si può avere di essa, è totale utopia farlo senza lottare per una società eguale, cioè libera da ogni forma di sfruttamento, e rivendicare una scuola “antirazzista, femminista e ambientalista” senza fare riferimento a una rivoluzione anticapitalista è un’illusione che crea solo confusione tra la massa degli studenti.
Queste divergenza è tutt’altro che di lana caprina, è il riflesso della natura politica del movimentismo, del suo rigettare la centralità della lotta di classe e la prospettiva di una rivoluzione sociale. La nostra analisi programmatica, invece, parte dalla constatazione della scuola classista per rivendicare una precisa riforma: che abolisca ogni distinzione tra licei ed istituti tecnico-professionali, tra sapere intellettuale e sapere manuale, tra la formazione della nuova classe dirigente nei licei e la formazione della nuova forza lavoro negli altri tipi di istituti superiori. Per l’università, l’abolizione della sua natura elitaria e di classe necessita la rivendicazione dell’abolizione di ogni costo allo studio, il salario garantito per chi proviene da una famiglia operaia e un governo universitario retto da studenti e professori.
Socialismo e stalinismo
La proposta di una scuola politecnica, come quella di un’università totalmente gratuita e democratica, passa per una rivoluzione socialista e la liberazione dell’umanità da ogni forma di sfruttamento. Il regime classista ed autoritario di questi istituti è la logica conseguenza di una società dominata dalla dittatura del capitale nella quale si sfrutta l’immensa maggioranza della popolazione. Il nostro obiettivo centrale è il potere dei lavoratori: è la ragione fondante di Syntagma e la nostra differenza essenziale con qualsiasi altra corrente studentesca (per lo meno tra le grandi organizzazioni del movimento studentesco). Pertanto siamo un collettivo marxista rivoluzionario, cioè trotskista.
La rivoluzione non è frutto di un desiderio intellettuale di qualche persona che ha letto Marx o qualche altro pensatore radicale, ma è figlia della dinamica concreta della realtà in cui viviamo: come è possibile porre fine alla devastazione ambientale senza nazionalizzare le industrie che inquinano per risparmiare sul costo della produzione? Come è possibile risolvere il problema della disoccupazione senza ridurre l’orario di lavoro a parità di salario in una società, dove tecnologie e depressione economica hanno condannato alla disoccupazione cronica centinaia di milioni di persone? La soluzione di qualsiasi problematica sociale esistente pone il tema della proprietà privata e di una rivoluzione sociale contro il profitto.
Chiarito questo tema, è necessario porsi un altro interrogante: cosa intendiamo per socialismo e per governo dei lavoratori? Di certo non intendiamo i regimi autoritari in cui una casta privilegiata dominava la classe operaia e commetteva i peggiori crimini per difendere il proprio potere: a differenza del Fronte della Gioventù Comunista e altre forze staliniste, non valutiamo “complessivamente positiva l’esperienza storica dell’URSS”; a fine anni ’80 è stata la burocrazia stalinista a promuovere la restaurazione del capitalismo e della proprietà privata in Russia, nella speranza di raggiungere un accordo con l’imperialismo americano e di avvantaggiarsi della privatizzazione delle grandi imprese statali; se si rivendica politicamente lo stalinismo si legittima la restaurazione del capitale, e quindi non si propone realmente la lotta rivoluzionaria contro di esso. Ciò che rivendichiamo è l’esperienza della rivoluzione d’Ottobre, del governo rivoluzionario di Lenin e Trotsky, e la lotta del trotskismo contro la burocrazia prima termidoriana e poi restaurazionista.
Ad un primo impatto può sembrare una questione astratta o di interesse unicamente storico, ma una riflessione più attenta fa emergere l’attualità della discussione: quando si parla del potere dei lavoratori a cosa ci siriferisce? Un’organizzazione che rivendica lo stalinismo intende, in ragione delle esperienze storiche e contemporanee a cui si rifà, un governo dispotico se non addirittura borghese: non è un caso che la totalità delle organizzazioni “marxiste-leniniste” – cioè staliniste – appoggino la dittatura dinastico-militare della Nord Corea o il chavismo, i cui leader tra i proclami sul socialismo del XXI secolo si sono rivendicati come governo della borghesia “bolivariana”.
Prendendo in considerazione questa questione, che all’apparenza era teorica e storica, si vede chiaramente che il movimento politico che ha rivendicato e rivendica realmente il governo dei lavoratori basato sull’organizzazione e la partecipazione politica delle masse è il trotskismo.
Conclusioni
La problematica del movimento studentesco si può ricondurre a due temi ricorrenti in questa critica: l’indipendenza politica dallo Stato e la necessità di un programma rivoluzionario.
Il legame delle organizzazioni studentesche con lo Stato borghese non permette lo sviluppo di una lotta di classe conseguente tra gli studenti medi e tra gli universitari. La Disobbedienza limita la partecipazione degli studenti medi alla lotta di classe, non organizzando la partecipazione dei giovani agli scioperi e ai picchetti, e nelle stesse manifestazioni opera da contenzione di piazza; utilizza le proprie strutture e le proprie forze per mantenere la pace sociale, facendo campagna elettorale per il centrosinistra, e per ostacolare la lotta di classe di settori proletari (immigrati, precari, abitanti dei quartieri periferici) con iniziative di volontariato. Il sindacalismo universitario promuove la pace sociale col governo insieme alla burocrazia sindacale e pone un freno ad ogni lotta contro l’attuale modello universitario. In entrambi i casi ciò che manca è l’indipendenza dallo Stato borghese che fa pressioni sui capi delle organizzazioni studentesche per mantenere sotto controllo il movimento studentesco.
Al contempo, nessuna organizzazione della sinistra studentesca ha elaborato un programma rivoluzionario. Cioè una comprensione generale della società e una proposta politica anticapitalista e rivoluzionaria per affrontare le problematiche della scuola, del diritto allo studio e dello sfruttamento capitalistico. In mancanza di questo programma l’unica alternativa è il movimentismo. Limitarsi a singole vertenze senza avere una strategia generale d’intervento.
La riflessione sul nostro programma apre il dibattito sui metodi organizzativi. Il fine e il mezzo sono indissolubilmente collegati: ogni fine ha il suo mezzo, ogni mezzo conduce a un determinato fine. La nostra grande ambizione di promuovere la lotta di classe fino alle sue estreme conseguenze, ovvero la rivoluzione socialista, ci obbliga ad una organizzazione basata sulla militanza, sulla libertà di discussione e sulla formazione teorica.
In primis, l’organizzazione è necessaria per avere la capacità di intervenire nella lotta di classe: deliberando prontamente una linea d’azione e un obiettivo comune, delegando al compagno più adeguato la responsabilità di tale intervento e, più in generale, per mantenere viva la lotta politica anche nelle fasi di reflusso in cui la massa non è disposta a lottare.
La decisione migliore da prendere in un determinato momento, per esempio quale parola d’ordine agitare, come discutere con gli operai in sciopero, che posizione adottare nei confronti di un’altra forza politica, è impossibile in un contesto dove sia assente la democrazia interna, poiché solo la discussione collettiva permette di forgiare una organizzazione combattiva, che sappia avere un contatto con la realtà della lotta di classe.
Infine, l’aspirazione di cambiare il mondo premette la capacità di analizzarlo: solo una forte preparazione teorica può evitare errori grossolani nella propria battaglia politica, tanto più se questa ha come obiettivo non la semplice conquista di un aumento salariale o la riduzione delle tasse universitarie, ma la rivoluzione anticapitalista e la costruzione di una società dove venga eliminata ogni forma di sfruttamento. Un passaggio storico affatto banale, tanto complesso che appare difficile dargli una collocazione storica.
Syntagma