La ribellione del sette ottobre, che ha abbattuto il muro che rinchiudeva due milioni di palestinesi nel “carcere a cielo aperto” di Gaza, e il massacro di ventimila gazawi sono uno spartiacque nella lotta di classe mondiale. Milioni di lavoratori e di giovani stanno riempiendo le piazze di tutto il mondo in solidarietà con la causa palestinese. Per i popoli del Medio Oriente si sta trasformando in una rinascita delle rivoluzioni arabe, dove i governi borghesi e le monarchie reazionarie sono oggetto di contestazione per la loro compromissione con l’imperialismo americano e con il sionismo e, quindi, per il loro tradimento della lotta per l’emancipazione nazionale della Palestina. In quest’ultima è definitivamente tramontata qualsiasi prospettiva di compromesso con lo Stato d’Israele: l’occupazione della Striscia da parte dell’esercito sionista e la collusione dell’Autorità Nazionale Palestinese con Netanyahu sono i prodomi di una guerra ininterrotta della resistenza armata palestinese. Questa svolta è ancora ai suoi inizi e non si è ancora affermata pienamente con tutta la sua forza.
In questo contesto internazionale si muovono le recenti mobilitazioni studentesche in Italia. In forma similare a ciò che avviene nel mondo, anche nelle nostre aule universitarie si sta compiendo un’inversione di rotta: un (timido) risveglio delle coscienze e della mobilitazione universitaria. Le iniziative di lotta, come i cortei interni alle facoltà e l’occupazione di aule, vedono la partecipazione di qualche centinaio di studenti; per quanto la massa degli studenti sia ancora passiva, essa è generalmente ostile ai bombardamenti e le mobilitazioni travalicano il militante della sinistra politica, coinvolgendo compagni che fino ad ora non avevano fatto attivamente lotta politica.
Questo breve testo offre una riflessione sull’attuale stato del movimento e delle proposte per compiere un salto di qualità e passare da manifestazioni positive ma minoritarie a manifestazioni capaci di incidere nel dibattito pubblico e nella lotta di classe.
Fronte unico e deliberazione assembleare
In Italia da anni assistiamo ad un reflusso politico: uno dei principali aspetti di questo reflusso consiste nella debolezza delle organizzazioni della sinistra politica e in una frammentazione della cosiddetta “avanguardia”, cioè nella presenza di tanti piccoli gruppi radicali con scarsa influenza sulla massa degli studenti. Per di più, questi gruppi sono spesso contraddistinti da uno spirito settario, trovandosi di frequente in contrasto gli uni con gli altri ai danni dell’interesse generale. Infine, negli ultimi decenni la crisi politica, organizzativa e ideologica della sinistra ha comportato anche un abbassamento del livello di preparazione teorica e politica del militante medio. Questi fattori rappresentano un ostacolo allo sviluppo di un movimento studentesco a favore della causa palestinese.
Nelle prime settimane le iniziative di lotta (cortei, assemblee e occupazioni) sono state promosse da singole organizzazioni, senza una collaborazione con le altre forze che rivendicano la lotta al sionismo; spesso si è arrivati all’assurdo del sovrapporsi di assemblee o di presidi. La debolezza delle forze militanti e il frazionamento hanno avuto come logica conseguenza la partecipazione degli studenti ridotta a poche unità. Quando si è superato l’atavico settarismo, la partecipazione ha raggiunto una parte minoritaria ma consistente degli studenti – centocinquanta/duecento – per esempio alla Statale di Milano ma anche in altre università. Anche in questi casi però la mobilitazione è rimasta confinata nel conflitto simbolico. La mancata presenza di centinaia e centinaia di studenti – della massa – non ha permesso un reale blocco della didattica e un reale progredire dello scontro con i rettori e con i baroni, servi del governo e complici con i crimini di guerra israeliani.
L’obiettivo che ci si pone nell’immediato consiste nell’arrivare al blocco parziale della didattica nelle facoltà dove il movimento di lotta è più forte. Per occupare un edificio con qualche dozzina di aule è necessaria la mobilitazione di molte centinaia di studenti, come minimo quattro-cinquecento, cioè porsi l’obiettivo di raddoppiare o triplicare le forze attuali. Dai dati di fatto esposti in precedenza possiamo concludere che il coordinamento delle organizzazioni studentesche è condizione necessaria per poter avviare una campagna di agitazione e propaganda per rendere possibile tale obiettivo; detto ciò, l’esperienza di questi giorni dimostra che senza l’attivismo dei giovani che non fanno parte di nessuna organizzazione non è possibile fare un salto nella partecipazione degli studenti alla lotta. La collaborazione è quindi una condizione necessaria ma non sufficiente.
L’occupazione simbolica di un’aula, cioè senza un reale blocco della didattica e che dura qualche ora, può avvenire come frutto della decisione di questa o quella organizzazione, con l’adesione passiva e non esplicita degli studenti. La partecipazione non comporta un reale rischio per il singolo e quindi è più facile. L’occupazione di un edificio per giorni interi invece crea un problema concreto all’università, attirandosi l’attenzione della polizia e provocando il tentativo delle istituzioni di reprimere il movimento. L’adesione all’occupazione comporta quindi un rischio reale che lo studente sarà pronto a sobbarcarsi solo nella misura in cui viene coinvolto nel processo decisionale, cioè se sente di essere partecipe di una lotta collettiva e non di essere parte di un gregge che segue fedelmente un pastore. Questo implica che lo studente possa esprimere il proprio pensiero e manifestare la propria scelta.
Per questo motivo, qualsiasi compagno che si ponga l’obiettivo di occupare deve impegnarsi per la creazione di un comitato universitario per la Palestina, aperto a tutti gli studenti, e di un’assemblea che discuta e deliberi l’occupazione in base alle forze raggiunte: tutto il resto sono chiacchiere o il segno di una mancata volontà reale di occupare. In contrapposizione a questa prospettiva di lotta di massa, il grosso dei gruppi della sinistra palestinese e della sinistra comunista ha come principale obiettivo la promozione della propria organizzazione, dei suoi interessi particolari a discapito dell’interesse generale del movimento studentesco. L’idea è quella di dettare alla massa degli studenti le forme e i metodi della lotta, rimuovendo ogni spazio di deliberazione collettiva. Privare il movimento delle assemblee deliberative è tragico perché non permette il suo sviluppo: quando viene compiuto da forze che hanno poche decine di militanti però si arriva alla farsa. Una conoscenza anche solo approssimativa del movimento operaio, delle sue lotte e della sua storia eviterebbe di cadere in errore.
È l’esperienza della rivoluzione d’ottobre, dove le masse deliberarono tramite i soviet, cioè dei consigli in cui delegati eletti votavano e sceglievano come condurre la propria lotta; la stessa presa del potere avvenne non a partire dalla scelta del partito bolscevico e del suo apparato militare, ma come esito del voto del soviet della capitale russa e del suo comitato militare. È l’esperienza del Sessantotto, in cui le occupazioni delle università e gli scioperi dell’Autunno Caldo furono il frutto delle assemblee studentesche e dei consigli operai e non della scelta di qualche apparato politico che si imponeva sulla massa. È l’esperienza dei picchetti e degli scioperi nella logistica: qualsiasi compagno che abbia partecipato anche a una sola vertenza ha potuto constatare come le rivendicazioni e i metodi della lotta vengano stabiliti in assemblea dai facchini e dai corrieri.
Il filo conduttore di queste esperienze è il seguente: la massa si attiva e ottiene conquiste solo quando si organizza e delibera su quali sono le proprie esigenze politiche e il modo per realizzarle. Il ruolo dell’avanguardia è un altro – qualora si dimostri realmente tale nell’esperienza storica e non perché si è autoproclamata tale a priori: l’avanguardia deve accompagnare la lotta delle masse, non sostituirsi ad esse, e avanzare in assemblea delle proposte che favoriscano la vittoria del movimento di lotta.
Conclusioni
Le assemblee promosse per la Palestina non hanno stabilito alcun piano di lotta: ogni organizzazione ha promosso le proprie iniziative, lo studente non ha preso parola, le proposte emerse non sono state votate e non c’è stata alcuna continuità tra una assemblea e l’altra, solo una stanca ripetizione di discorsi fine a sé stessi. Non sarà una sorpresa se nel prossimo periodo la partecipazione invece di crescere calerà; non sarebbe la prima volta che un movimento spreca le forze fresche e le buone intenzioni di nuovi compagni – come è accaduto, per esempio, pochi anni fa con Fridays For Future. La brutalità dello Stato d’Israele e la tenacia della lotta palestinese daranno ciclicamente impulsi alle mobilitazioni studentesche: il compito che ci dobbiamo porre è dare continuità alla lotta e ottenere più risultati possibili.
Per superare tali difficoltà proponiamo di formare un comitato studentesco, aperto a tutti, per far sì che le decine e decine di studenti che hanno dimostrato la volontà di impegnarsi per la causa palestinese trovino un mezzo per esprimersi. Questo mezzo non può essere alcuna delle attuali organizzazioni palestinesi e della sinistra perché ciò richiederebbe l’adesione ad una organizzazione con un programma e una strategia ben definita, mentre gli studenti che si avvicinano alle iniziative di lotta sono acerbi dal punto di vista politico e non possono aspettare di intervenire solo quando avranno maturato un determinato ideale politico – quale che sia esso: che diventino poi militanti del marxismo, del nazionalismo panarabo, dello stalinismo, dell’autonomia, ecc. Tale comitato dovrà promuovere un piano di lotta che parta da iniziative per accumulare forze, per poter arrivare poi all’occupazione: azione che solo potrà essere frutto di un’assemblea studentesca e del suo voto.
Abbiamo una storia alle nostre spalle, usiamola!
Carlo Anton