L’emancipazione nazionale palestinese e la crisi mondiale del capitalismo

Il massacro della popolazione gazawi ha commosso il mondo intero: dalle aule di Harvard ai mercati del Cairo, dagli operai indiani in sciopero contro un accordo tra il loro governo e il sionismo, ai lavoratori arabi in Francia e Germania che in massa sfidano il divieto di manifestare in favore della causa palestinese. Il carattere internazionale di ciò che accade in Palestina, una guerra nazionale contro il colonialismo sionista, non riguarda soltanto il vento di solidarietà che ha soffiato nelle piazze, riguarda in primo luogo la natura stessa del conflitto in atto e delle forze operanti in esso.

Lo Stato d’Israele non è mai stato lo strumento con il quale emancipare una fantomatica nazione ebraica dal punto di vista della tutela della sua identità culturale, né lo strumento per formare un mercato nazionale e permettere lo sviluppo delle forze produttive e del benessere sociale. Lo Stato d’Israele lungi da ciò è sempre stato un fantoccio delle potenze mondiali necessario per controllare il Medio Oriente e, di volta in volta, per contrastare una potenza rivale: così fece l’Unione Sovietica nei confronti dell’imperialismo britannico, così fanno gli Stati Uniti oggi nei confronti della Cina.

Crisi mondiale

La crisi capitalistica del 2008 ha portato con sé la crisi dell’imperialismo americano e l’emergere della Cina come potenza mondiale. Il crollo del capitale privato è stato evitato tramite l’intervento statale del tesoro statunitense e la stampa di moneta della FED, ossia crescita del debito pubblico e dell’inflazione. La crisi del capitale consiste in una crisi di sovrapproduzione dove ha un ruolo preminente la concorrenza cinese sul mercato globale: ad esempio, la siderurgia cinese produce milleduecento tonnellate di acciaio quando il fabbisogno mondiale è di milleottocento, quindi per le imprese europee ed americane rimane solo il 15% del mercato globale. L’obiettivo dei governi americani, da Obama all’odierno governo Biden, consiste nell’aprire il mercato cinese agli investimenti del capitale americano. Questo avvierebbe un nuovo ciclo di espansione economica tramite la conquista di un nuovo mercato e l’eliminazione della concorrenza cinese, cioè l’eliminazione di una parte significativa del capitale in eccesso. 

In questo quadro si comprende la guerra in Ucraina provocata dalla NATO, che spera nella caduta del regime putiniano, e dallo stesso Putin, il quale ha invaso il paese nel tentativo estremo di difendere l’oligarchia russa;  questa si è beneficiata della privatizzazione delle imprese statali dell’URSS e solo può sopravvivere nel mercato globale sotto l’ombrello dello Stato russo: ad essere in gioco in Ucraina è la sua stessa sopravvivenza. La guerra di emancipazione palestinese si sviluppa nel contesto di questo conflitto mondiale tra la NATO e il blocco sinorusso: il sostegno a piene mani di Biden alla repressione genocida di Nethanyahu avviene nel tentativo di controllare il Medio Oriente ed evitare che gli stati arabi si rendano maggiormente indipendenti dal controllo economico e politico dell’ambasciata americana. Per esempio l’accordo diplomatico tra l’Iran e l’Arabia Saudita con il beneplacito cinese segnala agli Stati Uniti il rischio di un avvicinamento delle monarchie petrolifere al blocco rivale. Dunque la minaccia militare di Israele diviene una pedina fondamentale per contrastare l’influenza cinese. Più che per essere la “cittadella della democrazia”, lo Stato sionista viene sostenuto nel massacro dei bambini palestinesi per garantire i profitti dei capitalisti americani ed  europei.        

Il sionismo

La propaganda sionista legittima l’esistenza dello Stato d’Israele con la Shoah. Lo Stato d’Israele però rappresenta la presenza di una organizzazione statale armata che promuove la colonizzazione della Palestina e la cacciata dei contadini arabi dalle proprie terre. L’idea che lo sterminio perpetrato dal nazifascismo legittimi l’aggressione coloniale del popolo palestinese risulta assurda a qualsiasi persona dotata di buon senso: inoltre il progetto sionista di colonizzare la Palestina iniziò decenni prima della Shoah per via dei piani coloniali dell’impero britannico. Il progetto sionista fu così criminale da collaborare con lo stesso nazismo per l’invio di coloni ebrei in Palestina con l’accordo dell’Haavara.

Un altro punto di confusione sul quale la propaganda sionista “liberal-democratica” gioca consiste nell’idea che le violenze e i massacri spropositati di questi mesi siano frutto della crescita della destra sionista: rappresentata da Netanyahu e le forze fasciste del suo governo. Tralasciando che gli stessi sionisti “socialisti” sostengono oggi, e hanno guidato ieri, lo Stato d’Israele e le sue guerre, ciò che non quadra nel ragionamento risulta l’inversione della causa con l’effetto: l’affermazione politica di Netanyahu è frutto della radicalizzazione della società israeliana e dello spirito coloniale, non il contrario. Lo Stato d’Israele solo può sopravvivere sulla base dell’oppressione militare del popolo palestinese; per perpetuarla deve fomentare l’odio verso i palestinesi e la volontà di impugnare le armi contro di essi. Questo alimenta la radicalizzazione della piccola borghesia e del sottoproletariato che poi votano la destra fascista del sionismo. La spirale non può avere fine finché esiste Israele. Quando una parte del sionismo ha tentato un compromesso con il popolo palestinese, tramite la cooptazione dell’OLP e gli accordi di Oslo, questi sono stati “stracciati” tramite l’assassinio dei leader politici che li avevano sottoscritti: Rabin e Arafat. Inutile dire che i fautori degli omicidi furono i servizi israeliani e la destra eversiva.

La resistenza palestinese

La causa di liberazione nazionale palestinese ha una lunga tradizione. La principale forza palestinese fu a lungo l’OLP di Arafat. A partire dal secondo dopoguerra il Medio Oriente vide l’affermarsi di grandi movimenti contro il dominio dell’imperialismo inglese e francese. La corrente egemone era  quella del nazionalismo borghese: un settore della borghesia locale aspirava all’indipendenza politica ed economica godendo del consenso di vasti settori proletari. La politica di nazionalismo economico, per esempio con l’espropriazione del Canale di Suez promossa da Nasser, andava di pari passo al riformismo sociale (sanità, scuola, ecc). La reazione imperialista per mantenere il controllo della regione fu ostacolata dalla propria rivalità interna (tra Stati Uniti e Regno Unito) e dal sostegno che l’Unione Sovietica dava ai movimenti antimperialisti in chiave antiamericana. 

Da un lato il crollo dell’Urss e dall’altro il reflusso, con il fallimento del ‘68, del movimento operaio mondiale portarono all’indebolimento del nazionalismo panarabo e la sua capitolazione all’imperialismo: nel ‘78 Sadat tradisce la causa palestinese con gli accordi di Camp David e avvia un’epoca di privatizzazioni e austerità per le masse egiziane. In questo contesto l’OLP capitola di fronte al sionismo con gli accordi di Oslo e la rinuncia ad unico stato palestinese con il diritto al ritorno per le famiglie vittime della Nakba. Il discredito che via via colpiva il nazionalismo laico di Arafat, insieme alla miseria sociale che la popolazione viveva, portò Hamas a diventare una forza egemone. Elemento fondamentale per questa ascesa fu una rete assistenziale ben organizzata, finanziata tramite l’apparato religioso e con l’aiuto dello stesso Israele, il quale mirava  alla frammentazione della resistenza palestinese, così da indebolirla. Inoltre la natura settaria dell’islamismo ostacolava la solidarietà verso nuovi movimenti anticoloniali. L’ideologia religiosa permette ad un settore della borghesia e di proprietari terrieri arabi di legare a sé settori popolari che, altrimenti, potrebbero avere una propria organizzazione politica di classe; come dimostra l’esperienza storica dello stesso movimento operaio arabo per esempio col Partito Comunista Iracheno che mobilitava milioni di persone.  

La lotta di classe nello Stato d’Israele

Una forma piuttosto subdola di sostenere l’assetto sionista della Palestina consiste nel difendere l’esistenza dello Stato d’Israele o di condannare la resistenza palestinese con la scusa della presunta “classe operaia israeliana”. La sinistra subalterna al capitale “condanna” le cosiddette “violenze di Hamas” perché non permetterebbero di raggiungere l’unità tra i lavoratori israeliani e quelli arabo-palestinesi; al contempo rivendica la legittimità di uno Stato israeliano in nome del pacifismo e della “soluzione due popoli due stati”. 

La “classe operaia israeliana” non solidarizza con lotta di emancipazione nazionale palestinese per via della ideologia sionista, non in nome del pacifismo democratico e il suo presunto scandalizzarsi verso “gli orrori di Hamas”; la propaganda razzista israeliana spinge la popolazione ebraica ad appoggiare il genocidio in corso in nome della supremazia del proprio credo religioso e per via della natura “animale non umana” che viene attribuita ai palestinesi dalla feccia fascio-sionista al governo. La violenza commessa da un movimento d’emancipazione deve essere messa sul conto degli oppressori: più sono brutali nel reprimere e nel promuovere la disorganizzazione degli oppressi, più la rivolta sarà violenta e confusa negli obiettivi. Condannare le violenze è soltanto un modo per rimproverare ai palestinesi di essersi ribellati alla colonizzazione: equivale quindi ad un sostegno al sionismo.

I lavoratori salariati israeliani conducono una vita agiata sulle spalle del proletariato palestinese e migrante. Da un lato il lavoro più dequalificato e malpagato viene svolto interamente, o quasi, da manodopera palestinese o immigrata, mentre i salariati ebrei svolgono mansioni ben retribuite in quanto tecnici e quadri intermedi – per via della loro educazione universitaria; mentre il sottoproletariato ebraico privo di una formazione scolastica di livello e privo di lavoro viene armato e finanziato dallo Stato per rubare le terre dei contadini palestinesi in Cisgiordania, dove si trovano 600.000 coloni armati. Questa è la base materiale con la quale il sionismo riesce ad attenuare la lotta di classe all’interno della popolazione ebraica. La lotta di classe in Israele non è semplicemente la lotta economica contro il padronato e lo Stato borghese, come può essere nei paesi imperialisti, ma è in primo luogo la lotta contro la forma che il capitalismo ha assunto in Palestina, cioè il sionismo e il suo progetto coloniale. 

Federazione socialista del Medio Oriente 

La distruzione dello Stato d’Israele è l’unica soluzione reale al conflitto in corso. La presenza di uno Stato coloniale armato con bombe atomiche rappresenta una minaccia costante al popolo palestinese e ai popoli del Medio Oriente; tale minaccia impedisce l’autodeterminazione, incluso poter scegliere liberamente la propria rappresentanza politica: quando Hamas ha vinto le elezioni nel 2006 Israele rispose impedendo l’afflusso di denaro e beni essenziali a Gaza. Al contempo l’espulsione dei contadini dalle proprie terre deve essere riparata con il diritto al ritorno dei palestinesi nelle proprie case, cioè ai confini precedenti alla Nakba del ‘48: cosa impossibile finché esiste uno Stato sionista. 

Il sostegno alla resistenza palestinese è totale e incondizionato in quanto è un movimento che promuove la lotta contro il colonialismo. La presenza di direzioni politiche con progetti clerico-reazionari come Hamas non lo impedisce: chi opprime la Palestina è il sionismo, non il fondamentalismo islamico. Semmai la demarcazione con l’islamismo deve prodursi sui limiti di tale progetto politico: il settarismo religioso che separa gli oppressi di fede islamica con gli oppressi che professano un altro credo e l’unione, in nome dell’Islam, delle masse popolari con la borghesia musulmana e con le monarchie che capitolano allo Stato d’Israele. Una prossima intifada palestinese e la guerra di liberazione nazionale possono vincere nella misura in cui si aprirà una crisi rivoluzionaria in Medio Oriente. Il movimento operaio e la gioventù iraniana si sono ribellati più volte contro un regime clericale che affama la popolazione e che arricchisce la borghesia parassita dello Stato; le masse del Nord Africa lottano contro i regimi reazionari venduti agli Stati Uniti e contro la disoccupazione che attanaglia la gioventù; in Cisgiordania l’ANP opera come polizia e come spia dello Stato d’Israele ed è sempre più probabile una nuova intifada. 

La borghesia araba adotta una posizione di capitolazione nazionale, mentre i movimenti religiosi frammentano il campo della resistenza mediorientale e dove governano sono messi in discussione dalle masse proletarie. L’emergere della organizzazione di classe dei proletari, con partiti e sindacati indipendenti, può superare le difficoltà che affronta oggi la resistenza palestinese. Le condizioni perché ciò accada sono: una vittoria del movimento operaio in Occidente, la crescita di una Internazionale dei lavoratori (la Quarta Internazionale) e, inoltre, l’approfondirsi della guerra di liberazione nazionale contro lo Stato d’Israele per mano della Resistenza palestinese.               

Gioventù e classe operaia in Occidente

La gioventù negli Stati Uniti e nel Regno Unito è in piena rivolta: le manifestazioni pro Palestina hanno raggiunto un carattere di massa. Nell’Europa continentale il risveglio politico delle nuove generazioni per ora risulta più timido. In ogni caso di fronte al massacro dei palestinesi e ai venti di guerra causati dall’imperialismo americano nessun giovane prova uno stato di indifferenza; semmai lo scarso attivismo è causato dall’impreparazione politica, frutto di anni di reflusso politico del movimento studentesco in Europa. E tuttavia la talpa della storia e della lotta di classe scava inesorabilmente.

La borghesia universitaria vede delle prospettive future poco rosee per quanto riguarda la vita lavorativa, ma al contempo vive in un presente piuttosto agiato: ciò lo porta alla passività nichilista rispetto la politica. La gioventù proletaria invece soffre la sottoccupazione e la disorganizzazione della classe rispetto i lavoratori precari. Come dimostra l’esperienza dell’Autunno Caldo, l’acuirsi della crisi attuale sarà un fattore di mobilitazione della gioventù universitaria, che sarà ulteriormente alimentata dallo scoppio di rivolte di massa in altri paesi; mentre la gioventù proletaria, seppure in una fase di reflusso non si organizza sindacalmente, nel momento in cui la lotta di classe si generalizza è l’elemento più combattivo del movimento operaio.

La società capitalistica offre alla gioventù disoccupazione, precariato e lavori sottopagati; nel mentre la società si disgrega mettendo nel conto della crisi capitalistica: guerra, tossicodipendenza di massa, tratta di esseri umani e proliferazione della violenza sulle donne, tra cui lo sfruttamento della prostituzione. Queste sono le condizioni materiali che rendono possibile una radicalizzazione politica della gioventù e una rivolta di massa del movimento studentesco, ciò che è necessario per passare dalla potenza all’atto è l’intervento politico della sinistra rivoluzionaria che tracci un cammino di organizzazione politica.

La nostra proposta politica

Il risveglio della mobilitazione studentesca non ha escluso le nostre facoltà universitarie. Dopo anni di vuoto assoluto centinaia di studenti, ateneo per ateneo, hanno occupato aule per parlare di ciò che avviene in Palestina e hanno contestato rettori e baroni complici con i bombardamenti di Israele. Le organizzazioni della sinistra hanno boicottato la partecipazione democratica, impedendo la formazione di comitati e assemblee in cui potessero intervenire gli studenti; la lotta è stata diretta in forma burocratica dalle organizzazioni per mantenere artificialmente l’egemonia del movimento. Gli studenti non hanno avuto la possibilità di intervenire, alcune correnti studentesche sono state emarginate dal movimento, l’organizzazione della lotta non è stata il frutto di una deliberazione collettiva. Questo è stato un fattore di passivizzazione degli studenti e demoralizzazione del movimento.

La nostra organizzazione propone una campagna di agitazione politica del movimento studentesco contro il sionismo e in favore della resistenza palestinese: attraverso il fronte unico delle organizzazioni della sinistra universitaria e la formazione di una assemblea studentesca, dove le centinaia di studenti che hanno partecipato alle mobilitazioni autunnali possano deliberare un programma, cioè obiettivi e metodi di lotta. In questa assemblea la nostra proposta sarà: l’organizzazione di cortei interni ed occupazioni per la rottura immediata di ogni relazione delle nostre istituzioni con lo Stato d’Israele, il contrasto della propaganda sionista e delle calunnie verso il movimento di liberazione nazionale palestinese, ed infine la modifica degli statuti universitari per la creazione di organismi democratici e sovrani degli atenei composti e votati in forma paritaria da studenti e lavoratori dell’università.

Conclusioni

La carneficina della popolazione palestinese rappresenta l’ennesima barbarie frutto della società capitalistica. Il nostro obiettivo consiste nella promozione di una gioventù che si organizzi sotto le bandiere del socialismo: non abbiamo alcun interesse nel limitare il nostro agire politico al corporativismo studentesco o al supporto delle istituzioni borghesi in cambio di qualche favore politico. La nostra è un’organizzazione combattiva che promuove la coscienza socialista della gioventù e la sua partecipazione alla lotta di classe. 

La generazione del Sessantotto diede il proprio assalto al cielo con il Maggio francese, gli scioperi operai nell’Autunno Caldo italiano, la rivolta di Praga e le innumerevole rivolte di massa che si produssero in giro per il mondo terminate con la rivoluzione portoghese del ‘75. La crisi rivoluzionaria del lungo Sessantotto fu generata dalla sconfitta dell’esercito americano con l’offensiva del Tet. Il timbro sull’inizio di quella stagione fu messo dalla rivoluzione dei vietcong contro l’imperialismo statunitense e il suo tentativo di perpetuare il colonialismo del Vietnam. La rivolta del 7 Ottobre contro il colonialismo sionista in Palestina è una pietra miliare per gli oppressi e i rivoluzionari della nostra generazione: a noi il compito di mobilitarci e dare un nuovo assalto al cielo!

Michele Amura

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