Il governo ha definito il proprio progetto di riforma istituzionale la “madre di tutte le riforme”. Nella modifica della costituzione, che “svuota” i poteri del Presidente della Repubblica e che svincola l’elezione del Presidente del Consiglio dal Parlamento, Meloni vede la possibilità di stabilizzare il proprio governo così da avviare, successivamente, le riforme che reclamano la Confindustria e la commissione europea. Nulla di nuovo sotto il sole: già D’Alema con la bicamerale, Berlusconi con la “Devolution” e Renzi col referendum del 2016 miravano ad un rafforzamento dell’esecutivo nell’impianto istituzionale italiano, per consolidare il proprio partito e il proprio governo del momento. Dall’ex “comunista” D’Alema alla ex “fascista” Giorgia, lo scopo della classe dominante e del suo ceto politico consiste nel “garantire la governabilità”: rafforzamento dell’esecutivo; distorsione della rappresentanza, con premi di maggioranza e soglie di sbarramento; fine del bicameralismo perfetto. L’approvazione della riforma dovrebbe avvenire grazie al voto favorevole di due terzi del Parlamento, cosa impossibile, oppure attraverso un referendum il cui esito è sempre più incerto; la Meloni ha dichiarato che se la riforma non fosse approvata non rinuncerebbe al proprio incarico, dimostrando la possibilità concreta di un rifiuto popolare.
Un passo indietro
La fragilità politica del governo si percepisce addirittura nelle battute della premier: “questi 14 o 15 mesi di governo… non so più quanti sono, a me sembrano 15 anni”.
La coalizione di centrodestra ha troppi galli nel pollaio: Meloni e Salvini si disputano la stessa base elettorale. A tal scopo conducono una guerriglia permanente sulle misure del governo, sulla spartizione dei posti nel pubblico impiego e delle nomine nelle aziende statali. Questa dinamica assume una portata internazionale nella misura in cui Salvini (e finché era vivo Berlusconi Forza Italia) critica il ruolo della UE in Ucraina e mira ad un accordo con Putin.
Le contraddizioni politiche tra i partiti di governo si legano alle contraddizioni tra il governo e la propria base sociale; e più in generale gli elettori del centrodestra. Fratelli d’Italia ha ricevuto sette milioni di voti in quanto era il “nuovo che non aveva mai governato negli ultimi 15 anni”, ergo non aveva responsabilità con l’austerità capitalista e la povertà crescente tra le file del proletariato; questo partito “populista” nell’ultima tranche della campagna elettorale ha fatto voto di “responsabilità” e ha dichiarato che il ruolo dell’Italia nella Nato e nell’Unione Europea non sarebbe cambiato, costi quel che costi. Il prezzo di mantenere in piedi l’assetto politico-economico di Monti e Draghi – due funzionari del sistema bancario europeo, sostenuti da governi di unità nazionale – consiste nella perdita di milioni di voti come è accaduto al PD, ai 5 Stelle e alla Lega nell’ultima elezione.
Il progetto di autonomia differenziata e l’abolizione del reddito di cittadinanza taglia le gambe del centrodestra nel Sud Italia, e gli ultimi anni di amministrazioni meridionali capeggiate dal centrosinistra ha consolidato un rapporto tra i “cacicchi[1] ” del PD e la mafia (con la sua capacità di comprare voti nel sottoproletariato urbano). Il mantenimento della riforma Fornero scardina il legame elettorale tra la Lega e un settore importante del lavoro dipendente; la stessa dinamica si manifesta tra la piccola borghesia e la promessa disattesa[2] di flat tax. La recente “rivolta dei trattori”, in nome di maggiori sussidi e privilegi per il piccolo capitale agricolo, ha creato una incrinatura tra questi e il centrodestra per il suo sostegno alle contestate misure europee.
La stessa grande borghesia è divisa di fronte al sostenere o meno il progetto politico-istituzionale del governo: da un lato ambisce da tempo a una riforma “presidenzialista” della costituzione, dall’altro crede che tale svolta oggi permetta l’affermazione di partiti demagogici, e non di propria diretta emanazione e controllo. In passato, l’attuale ruolo del Presidente della Repubblica ha permesso di manovrare crisi politiche figlie di parvenu come Berlusconi e Salvini, e delle loro ambizioni elettorali incompatibili con l’agenda della borghesia e della UE.
Un passo avanti
Il quadro di fragilità del governo ha generato un sostanziale immobilismo, salvo piccole misure “espansive” dal versante fiscale. La Meloni ha coltivato un vivaio di piccoli sussidi alle imprese e alle famiglie per far fronte all’inflazione e al caroprezzi energetico; il tutto grazie al sostegno della BCE al debito italiano e alla minore rigidità della commissione europea, sui conti pubblici, dopo la crisi del Covid. L’unica eccezione è stata l’abolizione del reddito di cittadinanza, richiesta a gran voce dalle imprese.
Il governo si può permettere questa stagnazione politico-legislativa per via di una relativa “primavera” economica. Dal 2019 al 2022, l’Italia ha avuto una maggiore crescita economica della Germania e della Francia – l’1% di crescita contro l’0,6 e l’0,8; sostenuta da una crescita degli investimenti e delle esportazioni – 3,8 e 5,5%. Nel bienno 2022/23 la crescita italiana ha superato in forma più netta l’economia tedesca con una crescita del 3,7 e 0,7%, rispetto l’1,8 e il -0,3% tedesco. L’analisi meramente quantitativa sfalsa la realtà economica che affiora da un’analisi qualitativa dell’economia italiana.
I salari reali in Italia sono caduti del 7% negli ultimi due anni (dopo 30 di stagnazione). Nonostante ciò, i consumi sono cresciuti del 4% grazie ai sussidi ai redditi e all’edilizia del governo, oltre alla crescita degli investimenti. Secondo l’Università Cattolica di Milano la crescita degli investimenti è stata sostenuta, però, dal “buon andamento degli investimenti in costruzioni, su cui hanno inciso i crediti edilizi, e forse qualche iniziale maggiore investimento pubblico in attuazione del PNRR”, cioè dal debito pubblico. Il rapporto tra questo e il PIL è cresciuto del 10,7% contro una media europea del 7,5. In buona sostanza, le imprese hanno beneficiato di un minor costo del lavoro e, quindi, di una maggiore redditività degli investimenti, evitando però una depressione del mercato interno tramite l’indebitamento dello Stato. Il futuro sarà ostico: le esportazioni saranno zavorrate dalla crisi dell’industria tedesca (figlia della crisi del gas russo e delle difficoltà economico-commerciali con Cina[1]); per l’industria italiana significa una riduzione del commercio con la principale fonte di commesse. Al contempo l’inflazione ha comportato un aumento di 20 miliardi del costo del debito annuo: un aumento della crisi economica porterebbe ad una politica di maggiore austerità fiscale e quindi la fine del credito al consumo statale. Una depressione economica è piuttosto probabile: gli stessi economisti borghesi considerano tale crescita economica “una congiuntura”.
In questo contesto gli intellettuali della borghesia richiedono a gran voce, per mezzo di editoriali sul Corriere e il Sole 24 ore, l’avvio di nuove privatizzazioni e liberalizzazioni economiche, a cui si deve aggiungere un taglio delle tasse sul lavoro e l’abolizione dei contratti nazionali di lavoro; ciò comporterebbe una possibile conflittualità col movimento operaio e con la base sociale del governo: la piccola borghesia beneficiata da sussidi statali e dall’evasione fiscale.
Conclusioni
Il governo Meloni è un governo privo di una coesione politica e che non gode l’appoggio diretto della classe borghese: essa preferiva apertamente un nuovo governo di unità nazionale con Draghi al proprio vertice. Le prossime elezioni europee possono diventare una fonte di crisi: un pessimo risultato della Lega potrebbe alimentare la destituzione di Salvini come leader del partito, per mano degli amministratori locali più legati alle media impresa, che mal sopporta il sovranismo alla Le Pen; Salvini potrebbe rispondere con la rottura del partito e il ritorno ad una opposizione parlamentare in nome del “Prima gli italiani” (nella speranza di un revival del 2018-19).
La borghesia si può permettere tale debolezza politica, tale lusso, in quanto il movimento operaio vive una crisi decennale e non ha ancora trovato una via d’uscita a questo reflusso della lotta di classe. A differenza della Germania e del Regno Unito, in cui l’inflazione ha sospinto una ondata di scioperi inediti negli ultimi decenni, in Italia, l’avanguardia sui posti di lavoro non è ancora riuscita ad incanalare il malcontento operaio per la povertà dei salari e la precarietà giovanile.
[1] Unicatt: Secondo il Fondo Monetario Internazionale, nei primi due mesi del 2023 l’export tedesco verso la Cina si è contratto di 11,2 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Michele Amura