Elezioni europee: sconfitta del militarismo e confusione popolare

Scritto il 14 Giugno

L’annuncio di Macron rispetto lo scioglimento delle camere rappresenta l’aspetto essenziale delle elezioni appena passate. Il presidente della Repubblica francese ha impostato la propria campagna elettorale sulla necessità di armare l’Unione Europea per prepararla allo scontro con la Russia. Il tentativo di Macron consiste nel fare breccia nella piccola borghesia e nei settori più agiati del proletariato francese: piccole imprese, professionisti, tecnici delle grandi imprese, lavoratori del pubblico impiego (per lo meno quelli più garantiti). Lo strumento è il grido d’allarme contro l’autocrate Putin e la fine della società liberale e delle sue “libertà”. Nel mentre il “democratico” Macron manda la polizia a malmenare gli studenti solidali con la Palestina, dopo aver represso sistematicamente le manifestazioni dei lavoratori che scioperavano per difendere il diritto pensionistico; e dopo aver affrontato proteste della piccola borghesia francese con altrettanta durezza poliziesca (Gilet gialli e trattori). I discorsi solenni in nome della libertà d’espressione e del diritto all’autodeterminazione risultano piuttosto orticanti quando chi li pronuncia è un imperialista senza scrupoli, che sostiene un governo coloniale genocida (Israele) e che pianifica colpi di stato in Africa per tutelare gli interessi della Total e della borghesia francese. Tanto più sono inefficaci nella misura in cui la crisi capitalista impoverisce larghe fasce della popolazione e fa sì che il governo distrugga qualsiasi tipo di diritto dei lavoratori (privatizzazioni, precarietà del lavoro, pensioni e licenziamenti).

La sconfitta elettorale di Macron e di Scholz è una battuta d’arresto strategica per il capitale europeo: non può essere ignorata o messa in ombra per il successo elettorale di forze xenofobe e reazionarie (per quanto sia un dato negativo ed importante). Lo stesso cancelliere tedesco viene sconfitto da forze conservatrici o reazionarie, non perché promuova un’agenda di governo “troppo progressista e pacifista”, bensì per la delusione della base socialdemocratica e popolare nei confronti di un governo che riarma il paese e pianifica la reintroduzione della leva obbligatoria.

La sconfitta di Macron e lo scioglimento delle camere hanno determinato il caos nello scenario politico francese. Il leader dei repubblicani-gaullisti, Ciotti, ha dichiarato un fronte elettorale con il Rassemblement National (RN) della Le Pen e di Bardella per essere espulso dalla direzione nazionale del partito il giorno successivo: il gruppo dirigente e i parlamentari gaullisti non accettano un accordo elettorale con gli eredi della Repubblica di Vichy, mentre prediligono un accordo col centro macroniano in nome di un governo del grande capitale francese ed europeo. L’apertura di Ciotti rappresenta la fine definitiva del patto repubblicano che prevedeva l’emarginazione dell’estrema destra francese; aprendo potenzialmente ad una vittoria del RN. I partiti del centrosinistra francese hanno formato una versione atrofica del Fronte Popolare di Leon Blum, che fu lo strumento della borghesia francese per contenere uno sciopero di massa negli anni 30, tramite la cooptazione del Partito Socialista e del Partito Comunista francese che erano le organizzazioni maggioritarie del proletariato; l’attuale Fronte Popolare riceve il sostegno degli apparati burocratici dei sindacati francesi ed è incapace di suscitare qualsiasi tipo di entusiasmo tra i salariati francesi.

L’operazione di Macron è un azzardo come lo fu il referendum sul Brexit: Cameron necessitava di una vittoria del “remain” così da ottenere la forza politica e la legittimità per avviare un forte taglio della spesa pubblica; Macron da un lato punta a scardinare le forze vincolate alla borghesia (repubblicani e socialisti), dall’altro evoca lo spauracchio del sovranismo lepeniano, così da accentrare le forze politiche e gli elettori verso il proprio partito che sarebbe l’unico garante della governabilità e della stabilità borghese. È l’unica speranza che ha per ricostruire un minimo di consenso elettorale e rimanere al governo; se non avesse chiamato alle elezioni non avrebbe avuto l’autorità politica per promuovere il proprio programma di guerra. Una sconfitta alle urne aprirà una crisi di direzione per la borghesia francese, che si vedrà costretta a tentare di cooptare il Rassemblement National, come Ursula Von der Leyen e la borghesia italiana si prodigano a fare dalle elezioni politiche italiane del 2022. 

MELONI

La vulgata giornalistica ci presenta la Meloni come l’unica Premier vincitrice delle elezioni, frutto, anche, dei venti che soffiano in poppa per le forze del sovranismo e per i partiti xenofobi. Le masse si sarebbero fascistizzate secondo questa forma di interpretare le elezioni europee.

Non vi sono dubbi sulla conferma elettorale della destra europea, come non vi sono dubbi che il movimento operaio non abbia minimamente una rappresentanza politica in tutta Europa. La crisi del capitalismo e della sinistra europea alimenta la crescita della demagogia sovranista.

Al contempo, però, le contraddizioni tra l’integrazione europea voluta dalle borghesie nazionali e la crisi capitalista da un lato, e la demagogia contro “l’élite di Bruxelles” a favore dei  “popoli”, dall’altro, creano un miscuglio letale che priva qualsiasi forma di stabilità politica duratura alla destra europea nei paesi occidentali dell’Unione. Il governo Meloni è il massimo esempio di tale fragilità.

In termini assoluti Fratelli d’Italia ha perso 700.000 voti, la Lega 400.000 e Forza Italia 300.000; in totale 1 milione e 400.000 voti sui 12 milioni e 300.000 delle politiche del 2022. Il miglioramento in termini percentuali rispetto le ultime politiche è frutto della maggiore astensione e del fatto che altre forze, come i 5 Stelle, abbiano avuto una maggiore difficoltà nel mantenere i propri votanti. Al contempo la Lega migliora la propria percentuale dei voti grazie alla candidatura di Vannacci che però alimenta la frattura del partito, tra il gruppo dirigente intermedio legato alla piccola e media impresa del Nord e l’elettorato plebeo-fascistoide affascinato dalla demagogia verso i migranti e gli omossessuali di Salvini in versione lepenista. Questo buon risultato del candidato fascistoide alla Le Pen indurrà Salvini ad acutizzare le proprie critiche, da destra, al governo per i propri accordi con l’Unione Europea e la NATO. Ancor di più se Meloni entrerà formalmente o di nascosto nella maggioranza Ursula (come è probabile visto le difficoltà nel mantenere l’attuale maggioranza al parlamento europeo).

Il governo, inoltre, ha subito una sconfitta nelle circoscrizioni del Sud e delle Isole per via dell’Autonomia Differenziata che rappresenta una catastrofe per l’impiego e per i servizi sociali delle regioni povere del meridione.

Per quanto la Meloni abbia potuto sostanzialmente confermare i propri consensi ed evitare una debacle elettorale, a differenza di Macron e Scholz, questo risultato mostra delle debolezze e delle difficoltà per il governo, che si acuiranno nella misura in cui nei prossimi anni le finanziarie prevederanno forti tagli e l’instabilità politica crescerà all’interno dei partiti della maggioranza. Renzi ebbe una affermazione elettorale alle europee del 2014 più robusta, eppure, la crisi capitalista logorò i suoi consensi e lo rese presto marginale. Un monito per Giorgia.


SINISTRA

Come suddetto, “non vi sono dubbi che il movimento operaio non abbia minimamente una rappresentanza politica in tutta Europa”. Questo è il punto di partenza di ogni analisi seria rispetto le elezioni europee e la sinistra e i suoi risultati elettorali. Gli scioperi che pur sono in aumento nel centro Europa, nei paesi più importanti come la Francia e la Germania, non hanno tuttavia un punto di riferimento reale dal versante dell’organizzazione politica.

In Italia, il Partito Democratico ha superato il proprio risultato delle politiche di 300.000 voti grazie alla candidatura della Strada, che ha tradito qualsiasi prospettiva di pace ed ha raccolto voti per il partito più imperialista e militarista dello scacchiere politico italiano. Mentre Alleanza Verdi-Sinistra ha aumentato i propri elettori del 50%: da 1 milione a 1 milione e 500.000 voti. La forte astensione ha determinato un forte balzo in termini percentuali. Anche per AVS il grosso dei 500.000 voti in più è frutto di candidature eccezionali come la Salis e Mimmo Lucano, e anche della minor propensione al voto utile in elezioni proporzionali e prive di importanza come quelle europee in cui il Parlamento è privo di poteri reali.

Allo stesso tempo il Movimento 5 Stelle – che è il partito più forte tra i disoccupati del Sud e i lavoratori poveri e precari del Nord, per lo meno tra i partiti del centrosinistra – ha subito una debacle elettorale poiché 2 milioni di elettori non hanno ritenuto importante votarlo. Mentre alle politiche s’illudevano che potesse difendere i loro interessi nel Parlamento italiano e quindi lo hanno votato in massa, la consapevolezza popolare a riguardo della inutilità del Parlamento europeo e delle elezioni ha portato i settori più poveri e sfruttati della popolazione a disertare le urne; soprattutto al Sud dove Conte gode di forte consensi.

Il risultato modesto della Schlein e il buon risultato di AVS sono più frutto del consenso che il centrosinistra possiede tra le classi medie accomodate e la piccola borghesia, che, quando il proletariato si astiene in massa, fa sì che il centrosinistra abbia un miglior risultato in termini percentuali. Nulla di più.


Le elezioni mettono in luce una forte confusione popolare. L’elettorato ha rifiutato il militarismo del centrosinistra votando forze fascistoidi che potranno essere l’avanguardia nel promuovere l’imperialismo europeo e la guerra che esso implica. Meloni docet.    

Michele Amura

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