Di Ilan Pappé, tradotto da Francesco Bonzi
Pubblichiamo un’analisi dello storico israeliano, ex membro del Partito Comunista d’Israele ed intellettuale antisionista, Ilan Pappé, sulla crisi dello Stato sionista e sulle prospettive future della lotta per l’emancipazione nazionale della Palestina. In seguito pubblicheremo inoltre una riflessione critica di Jorge Altamira, dirigente del partito Politica Obrera argentino, che segnala i limiti politici dell’analisi di Pappé sulle prospettive future della lotta rivoluzionaria palestinese e sul legame del sionismo con l’imperialismo americano. Buona lettura, speriamo che entrambe le analisi possano aiutare i militanti e i giovani impegnati nel movimento di solidarietà verso la resistenza palestinese.
L’attacco di Hamas del 7 ottobre può essere paragonato a un terremoto che scuote un edificio. C’erano già delle crepe, ma esse ora sono divenute visibili fin nelle fondamenta. Si può dire che il progetto sionista in Palestina – l’idea di imporre in Medio Oriente uno Stato ebraico in territorio arabo-musulmano – sia, a più di 120 anni dal suo inizio, di fronte alla possibilità di un collasso? Storicamente, una platea di fattori possono portare alla caduta di uno Stato. Esso può essere il risultato di attacchi costanti da parte dei Paesi vicini, oppure di una guerra civile cronica. Può seguire al collasso delle istituzioni pubbliche, che non sono più in grado di offrire servizi ai cittadini. Spesso ha inizio come un lento processo di disintegrazione che accumula energia fino al punto in cui, in un lasso di tempo relativamente breve, crollano strutture che, fino a quel momento, apparivano solide e inscalfibili.
La difficoltà, qui, sta nell’individuare gli indicatori precoci. In questo scritto sosterrò che essi, nel caso di Israele, sono oggi più chiari che mai. Stiamo assistendo a un processo storico – o, più precisamente, all’inizio di esso – che culminerà presumibilmente nel tracollo del sionismo. E, se la mia diagnosi è corretta, stiamo inoltre entrando in una congiuntura particolarmente pericolosa. Perché una volta che Israele si renderà conto delle dimensioni della sua crisi, scatenerà, nel tentativo di contenerla, tutte le sue forze più feroci senza alcuna inibizione, esattamente come fece il regime di apartheid sudafricano durante i suoi ultimi giorni.
1.
Un primo indicatore è la spaccatura della società ebraica di Israele. Al momento, essa è composta da due campi rivali che sembrano incapaci di trovare un terreno comune. La frattura si radica nelle anomalie della definizione dell’ebraismo come nazionalismo: sebbene in passato, in Israele, l’identità ebraica fosse talvolta sembrata poco più che l’oggetto di un dibattito teorico fra una fazione religiosa e una fazione più secolarizzata, ora ha preso la forma di una lotta che riguarda lo stesso carattere dello Stato e della sfera pubblica. Questo conflitto non è combattuto solo sui media, ma anche nelle strade. Possiamo chiamare uno dei due campi in lotta lo «Stato di Israele». Esso comprende i discendenti degli ebrei più laici, più liberal e – per lo più, ma non esclusivamente – di estrazione piccolo-borghese, i quali erano stati determinanti nella fondazione dello Stato del 1948, e che all’interno di esso sono rimasti egemoni praticamente fino alla fine del secolo scorso. Non ci si faccia trarre in inganno: naturalmente, il loro sostegno ai «valori liberal-democratici» non toglie nulla alla loro compromissione con il sistema di apartheid imposto, sia pure in modi diversi, a tutti i Palestinesi compresi fra il Giordano e il Mediterraneo. Il loro desiderio è, in sostanza, quello di vivere in una società democratica e pluralista da cui però gli Arabi devono restare esclusi.
L’altro campo è quello dello «Stato di Giudea», che ha preso forma fra i coloni della Cisgiordania occupata. Esso può contare su un supporto sempre più consistente distribuito su tutto il Paese, e costituisce la base elettorale che ha assicurato a Netanyahu la vittoria alle elezioni del novembre 2022. La sua influenza sui ranghi più alti dell’esercito e dei servizi di sicurezza sta crescendo esponenzialmente. Lo Stato di Giudea immagina Israele come una teocrazia estesa su tutta la Palestina storica. A questo scopo, esso è determinato a ridurre al minimo il numero di Palestinesi, e sta prendendo in considerazione la costruzione del Terzo Tempio al posto della moschea di al-Aqsa. I suoi membri credono che questo gli permetterà di restaurare l’età dell’oro dei Regni Biblici. Dal loro punto di vista, gli ebrei laici sono eretici tanto quanto i Palestinesi, se si rifiutano di aderire a questo progetto.
I due gruppi avevano iniziato a scontrarsi violentemente già ben prima del 7 ottobre. Durante la settimana immediatamente successiva all’attacco sembravano aver accantonato le loro differenze in nome della lotta a un nemico comune, ma non era nient’altro che un’illusione. Lo scontro si è incendiato di nuovo, ed è difficile immaginare che qualcosa possa favorire una nuova rinconciliazione. Il risultato più probabile si sta già rivelando sotto i nostri occhi: da ottobre 2023, più di mezzo milione di Israeliani dello Stato di Israele ha lasciato il Paese, che significa che lo Stato di Giudea sta fagocitando il Paese. E questo è un progetto politico che, sul lungo termine, né il mondo arabo né, forse, il mondo intero saranno disposti a tollerare.
2.
Il secondo indicatore è la crisi economica di Israele. In un quadro di continui conflitti armati, la classe politica non sembra avere alcun piano per bilanciare le finanze pubbliche, se non aumentare ulteriormente la dipendenza dagli aiuti finanziari degli Stati Uniti. Nell’ultimo trimestre dello scorso anno, l’economia è calata di circa il 20%; da allora, la ripresa è stata fragile. È improbabile che l’impegno di Washington di 14 miliardi di dollari possa rovesciare la situazione. Al contrario, il fardello dell’economia può solo aggravarsi se Israele darà seguito alla propria intenzione di fare guerra aperta a Hezbollah, mentre intensifica l’attività militare in Cisgiordania, in un momento in cui, oltretutto, alcuni Paesi – fra cui Turchia e Colombia – hanno iniziato ad applicare sanzioni economiche.
La crisi, poi, è aggravata ulteriormente dall’incompetenza del ministro della finanza Bezalel Smotrich, che sembra incapace di gestire il proprio ufficio al dilà dello stanziamento di fondi continuo ai coloni ebrei di Cisgiordania. Nel frattempo, il conflitto fra lo Stato di Israele e lo Stato di Giudea, assieme agli eventi del 7 ottobre, sta spingendo una parte dell’élite economica a finanziaria a spostare i propri capitali fuori dal Paese. E coloro che stanno valutando la possibilità di ricollocare i propri investimenti compongono una fetta importante di quel 20% di Israeliani che pagano l’80% delle tasse.
3.
Il terzo indicatore è il crescente isolamento internazionale di Israele, che sta gradualmente diventando uno Stato pariah. Questo processo è iniziato prima del 7 ottobre, ma ha subito un’intensificazione con l’inizio del genocidio. Questo si riflette sulle posizioni assunte, senza precedenti, dalla Corte Internazionale di Giustizia e dalla Corte Penale Internazionale. Fino a quel momento, il movimento globale di solidarietà alla Palestina era stato in grado di indurre le persone a partecipare a iniziative di boicottaggio, ma non era mai riuscito ad aprire alla prospettiva delle sanzioni internazionali. Nell’establishment politico ed economico della maggior parte dei Paesi, il supporto a Israele era sempre rimasto inscalfibile.
In questo contesto, invece, i pronunciamenti della CIG e della CPI – che Israele potrebbe star commettendo genocidio, che deve fermare l’offensiva a Rafah, che i suoi leader vanno arrestati per crimini contro l’umanità – vanno trattati come il tentativo di dare considerazione alla visione della società civile internazionale, piuttosto che un semplice riflesso della posizione delle élite. Certo, i tribunali internazionali non hanno attenuato gli attacchi brutali alle popolazioni di Gaza e della Cisgiordania, ma hanno dato un contributo al coro di critiche rivolte allo Stato di Israele, che sempre di più si leva sia dall’alto che dal basso.
4.
Il quarto indicatore, a questi interconnesso, è la trasformazione epocale che interessa le giovani generazioni di Ebrei di tutto il mondo. A seguito degli eventi degli ultimi nove mesi, molti sembrano motivati a mettere da parte il proprio rapporto con Israele e con il sionismo e a partecipare attivamente al movimento di solidarietà al popolo palestinese. Storicamente le comunità ebraiche, in particolare negli Stati Uniti, costituiscono per Israele un efficace strumento di immunità alle critiche. La perdita, quantomeno parziale, di questo supporto ha implicazioni importanti sulla reputazione del Paese. L’AIPAC può ancora affidarsi ai Sionisti Cristiani per fornire assistenza e rafforzare i propri membri, ma non sarà la stessa formidabile organizzazione senza una solida constituency di ebrei.
5.
Il quinto indicatore è la debolezza dell’esercito israeliano. Non c’è dubbio, la IDF rimane una forza importante che può contare su armamenti all’avanguardia. Tuttavia, il 7 ottobre ha messo a nudo tutti i suoi limiti. Molti Israeliani ritengono che l’esercito sia stato estremamente fortunato, perché la situazione avrebbe potuto essere decisamente peggiore se Hezbollah fosse stata coinvolta a un attacco congiunto. Da allora, Israele ha dimostrato che la propria difesa contro l’Iran – il cui attacco di avvertimento di Aprile ha visto il dispiegamento di 170 droni, più i missili guidati e i missili balistici – dipende disperatamente dalla coalizione regionale guidata dagli USA. Oggi più che mai, il progetto sionista dipende dalla rapidità con la quale gli Americani sono in grado di consegnare i propri poderosi rifornimenti, senza i quali Israele non potrebbe combattere neppure contro un piccolo esercito di guerriglia nel sud del Paese.
Presso la popolazione ebrea del Paese c’è ormai la percezione diffusa che Israele sia impreparato e incapace di difendersi, cosa che ha portato a pressioni sempre più intense contro l’esenzione dalla leva militare – in vigore dal 1948 – e per l’arruolamento di migliaia di ebrei ultra-ortodossi. Questo difficilmente farà una gran differenza sul campo di battaglia, ma è indicativo del livello di pessimismo nei confronti dell’esercito – cosa che, a sua volta, ha approfondito le divisioni politiche all’interno di Israele.
6.
L’ultimo indicatore è la rinnovata energia che anima le nuove generazioni di Palestinesi. I giovani sono assai più uniti, connessi organicamente e hanno prospettive molto più chiare rispetto all’élite politica palestinese. Il fatto, poi, che la popolazione di Gaza e della Cisgiordania sia fra le più giovani al mondo, significa che una nuova coorte è destinata ad avere un’influenza immensa sul corso della lotta di liberazione. Il dibattito interno ai gruppi di giovani Palestinesi mostra che è loro obiettivo mettere in piedi un’organizzazione genuinamente democratica – che sia una nuova OLP o qualcos’altro di completamente inedito – che avanzi una proposta di emancipazione antitetica alla campagna dell’ANP per il riconoscimento di uno Stato palestinese. Essi sembrano preferire l’idea di uno Stato unitario a un’ormai screditata soluzione dei due Stati.
Saranno in grado di mettere in piedi una risposta reale al declino del sionismo? Difficile rispondere. Il collasso del progetto di uno Stato non sempre dà seguito ad alternative migliori. Altrove, in Medio Oriente – in Siria, Yemen, Libia – abbiamo visto quanto sanguinosi e prolungati possano essere i risultati. In questo caso avremmo a che fare con una questione di decolonizzazione, e lo scorso secolo ha mostrato che le realtà post-coloniali non sempre sono in grado di migliorare la situazione. Solo l’azione dei Palestinesi può portarci nella giusta direzione. Credo che, prima o poi, un miscuglio esplosivo di questi fattori avrà come risultato la distruzione del progetto sionista in Palestina. Dobbiamo sperare che, quando accadrà, un robusto movimento di liberazione sia pronto a riempire il vuoto.
Per più di 56 anni, quello che è stato chiamato il «processo di pace» – che non ha portato da nessuna parte – è consistito in realtà in una serie di iniziative israelo-americane le quali ai Palestinesi veniva solo richiesto di recepire. Oggi il termine «pace» va sostituito con il termine «decolonizzazione», devono essere i Palestinesi ad articolare la propria visione della regione, e tocca a Israele subire il processo. Per la prima volta, il movimento dei Palestinesi prenderebbe il controllo della definizione della propria proposta per una Palestina post-coloniale e non sionista (o comunque si chiamerà la nuova entità). Nel fare questo, guarderà probabilmente all’Europa (magari ai cantoni svizzeri, o al modello belga) o, in maniera più appropriata, alle vecchie strutture del Mediterraneo orientale, dove gruppi religiosi secolarizzati si sono trasformati in gruppi etnici e culturali capaci di esistere fianco a fianco nei medesimi territori.
Che si accolga l’idea o la si tema, il collasso di Israele è diventata una cosa presagibile. Attorno a questa possibilità bisognerebbe impostare il dibattito sul futuro della regione. Essa, sul lungo termine, comincerà a imporsi all’ordine del giorno a mano a mano che l’opinione pubblica prenderà coscienza del fatto che il tentativo, durato più di un secolo, guidato prima dal Regno Unito e poi dagli Stati Uniti, di imporre uno Stato ebraico su un Paese arabo sta lentamente arrivando alla propria fine. Ha avuto successo a sufficienza per instaurare una società di milioni di coloni, molti dei quali sono ora di seconda o terza generazione. Ma la lora presenza dipende ancora, come del resto ha sempre dipeso, dalla loro capacità di imporsi con la ciolenza su milioni di autoctoni, che non hanno mai mollato la loro lotta per la libertà e l’autodeterminazione. Nei decenni a venire, i coloni dovranno mutare atteggiamento e mettersi a disposizione a vivere come eguali cittadini in una Palestina liberata e decolonizzata.