Israele intensifica la guerra in Medio Oriente

Di Jorge Altamira

La guerra dello Stato sionista contro il popolo palestinese è entrata in una fase decisiva o addirittura finale. Dopo otto mesi di attacco senza esclusione di colpi contro una popolazione indifesa, le Forze di Difesa Israeliane non sono riuscite a “eradicare” Hamas né a liberare gli ostaggi israeliani – l’obiettivo strategico dichiarato degli invasori della Striscia di Gaza. “Non è fattibile”, ha appena riconosciuto pubblicamente Daniel Hagari, portavoce dell’Esercito (La Nación, 22.6). Dire il contrario è “una menzogna”, ha aggiunto. Per non lasciare dubbi tra le righe, ha ribadito: “Hamas è un’idea. Hamas è un partito. È radicato nel cuore delle persone; “Chi pensa che possiamo eliminare Hamas si sbaglia.” C’è voluto del tempo prima che i militari sionisti scoprissero che Hamas non poteva essere classificata come “organizzazione terroristica”. Gran parte della cosiddetta sinistra internazionale non ne ha ancora preso atto. Nemmeno Netanyahu. L’establishment sionista si è fratturato.

In termini meno concettuali e più pratici, tale situazione ha portato Netanyahu a sciogliere il Gabinetto di Guerra. La cosiddetta destra del suo governo propone apertamente la pulizia etnica a Gaza e la ricolonizzazione di quel territorio. Ma Hamas non scomparirà “senza prima creare un governo alternativo” a Gaza, ha detto il portavoce militare. Sul campo, invece, il bilancio delle vittime dell’esercito sionista è aumentato; mentre il resto mostra segni di “stanchezza” a causa della mancata rotazione delle truppe. Per la prima volta, Netanyahu sarebbe disposto ad accettare una “tregua” relativamente prolungata, con uno scambio di ostaggi con prigionieri palestinesi nelle carceri sioniste, così da “rinfrescare” le truppe di occupazione. Le divergenze tra lo Stato Maggiore e Netanyahu riguardo l’obiettivo strategico dell’assalto alla Striscia esprimono, però, qualcosa di molto più grande, che si è manifestato nelle manifestazioni di piazza contro il Governo in tutte le principali città di Israele. C’è una frattura politica nell’intera popolazione israeliana.

In questo scenario, o proprio a causa di esso, la stessa leadership militare ha minacciato di attaccare massicciamente il sud del Libano, che sta bombardando regolarmente, e di portare la guerra anche a Beirut che ha minacciato di “trasformare in una un’altra Gaza”. Gli attacchi di Hezbollah nel nord di Israele hanno costretto lo sfollamento di oltre centomila residenti israeliani, senza alcuna prospettiva di ritorno alle loro case. Anche l’escalation preparata dall’esercito sionista non sarà a buon mercato, dato che uno stock di decine di migliaia di missili e droni è attribuito a Hezbollah. Il capo della milizia sciita-libanese, Nasrallah, ha avvertito che risponderà con attacchi devastanti contro l’arcipelago di Cipro “e altre parti del Mediterraneo” (La Nación), essendo esso divenuto una base militare del sionismo, nonché con partner di importanti contratti petroliferi. Il governo houthi dello Yemen, nel frattempo, ha continuato ad osteggiare con attacchi missilistici le navi nel Mar Rosso, con un gran effetto perturbatore del commercio internazionale. Gli Stati Uniti hanno installato una flotta di portaerei nel Mediterraneo per partecipare direttamente alla guerra. Se la guerra dovesse degenerare in Libano è scontata una risposta da parte dell’Iran, che ha mostrato, nel recente passato, la capacità di inviare droni e missili in territorio israeliano che dista 1.500 chilometri, e anche di utilizzare basi filo-iraniane in Iraq e Siria. Molti osservatori sottolineano che uno scontro di questa portata neutralizzerebbe lo Scudo di Ferro che Israele ha installato per la sua difesa antimissilistica.

Dove sta andando il sionismo? Questa è la domanda fondamentale nel momento attuale, in cui l’escalation può diventare un altro fronte di guerra in un conflitto mondiale. Questo è ciò a cui, probabilmente, intende rispondere il più importante storico della Palestina, Ilan Pappé, in un articolo sulla rivista The New Left Review, pubblicato recentemente con il titolo “Il crollo del sionismo”. Sono numerosi i marxisti, soprattutto di origine ebraica, che hanno affrontato tale questione ma Pappé, anch’egli ebreo, lo fa metodicamente, con un chiaro intento pedagogico. Fondamentalmente, espone le sue conclusioni politiche. Per l’autore, “l’idea di imporre uno Stato ebraico in un paese mediorientale, arabo e musulmano (…) culminerà probabilmente con la caduta del sionismo”. La conseguenza sarebbe “l’ingresso in una situazione particolarmente pericolosa. Una volta che Israele scoprirà la portata della crisi, scatenerà una forza feroce e illimitata per cercare di contenerla”. È ciò che accadrebbe, diciamo noi, con il tentativo israeliano di affrontare il fallimento di Gaza con un attacco, senza confini, nei confronti della gran parte dei paesi della regione. Pappé, tuttavia, non dà spazio nello scenario all’imperialismo statunitense e mondiale, che si impegnerebbe in una guerra senza limiti se la sua roccaforte in Medio Oriente fosse messa in pericolo.

La crisi dello Stato sionista si manifesta, per Pappé, “in una frattura della società ebraico-israeliana”, tra un campo liberale, che lui chiama Israele, e un altro, la Giudea, alludendo alla millenaria divisione tra le dieci tribù di Israele, che scomparverò dalla carta geografica, e le due tribù della Giudea, che divennero in tempi successivi il codice genetico dell’ebraismo. Più di cinquecentomila israeliani del primo campo, quello liberale, hanno lasciato il paese dopo l’assalto di Hamas al sud di Gaza – circa il 15% della popolazione. “L’influenza dello Stato della Giudea (cioè dei coloni) nelle alte sfere dell’esercito israeliano e dei servizi di sicurezza è cresciuta in modo esponenziale”, avvisa Pappé. A questa realtà se ne aggiunge un’altra: una crisi economica spettacolare, che è espressione dell’impossibilità di avere un Tesoro in equilibrio con un regime politico in guerra permanente e sovraccarico di armamenti, comprese quelli atomici. Secondo Pappé, l’economia è crollata del 20% nell’ultimo trimestre del 2023. Nonostante gli aiuti statunitensi – 14 miliardi di dollari – i danni si aggraverebbero in caso di guerra contro il Libano ed Hezbollah. Il danno economico ha portato il settore tecnologico israeliano a sostenere le manifestazioni in difesa del potere giudiziario e a mettere in piedi una fuga di capitali; “coloro che considerano la possibilità di delocalizzare i propri investimenti (all’estero) rappresentano quel 20% degli israeliani che pagano l’80% delle tasse”. Pappé indica come terzo indicatore del “crollo” l’isolamento internazionale di Israele, che si manifesta nella denuncia dei crimini di guerra da parte della Corte Penale Internazionale, nelle manifestazioni di massa contro il sionismo in Europa e negli Stati Uniti, e nella disaffezione di un numero crescente di ebrei con il massacro di Gaza e con lo stesso Stato sionista. “Il cambiamento nella gioventù ebraica (al di fuori di Israele) è colossale” (“sea-change”). Infine, nonostante disponga di armi abbondanti e sofisticate e di una riserva permanente, Pappé sottolinea “la debolezza dell’esercito”, come è emerso dalla mancanza di lungimiranza e dalla reazione tardiva all’attacco di Hamas in ottobre. Lo storico osserva che “molti israeliani ritengono che i militari siano stati molto fortunati” che questo attacco non sia stato coordinato con un’azione simultanea di Hezbollah.

Per Pappé, il fattore più promettente nella crisi storica dello Stato di Israele è l’emergere di una “nuova generazione di palestinesi”. “A quanto pare”, dice Pappé, “preferiscono la soluzione di uno Stato”, che Pappé difende da tempo, “rispetto allo screditato modello dei due Stati”. “Speriamo… che quando avverrà la distruzione del progetto sionista in Palestina… ci sarà un movimento di liberazione che possa riempire il vuoto”. Invece dei falliti “processi di pace”, Pappé propone promuovere un movimento di “decolonizzazione”, al quale gli israeliani devono rispondere, basato su “una Palestina postcoloniale e non sionista”. Per questo offre come modello un’organizzazione statale come quella dei Cantoni della Svizzera o del Belgio, la federazione dei fiamminghi e della popolazione francofona. “I coloni dovranno accompagnare questo progetto e mostrare la volontà di vivere come cittadini uguali in una Palestina liberata e decolonizzata”. È probabile che accada il contrario: una guerra civile, “una forza poderosa per contenere” quel progetto, come egli avverte all’inizio dell’analisi. Di nuovo, nell’analisi il ruolo dell’imperialismo e della NATO non appare – poiché non abbandonerebbero la fortezza sionista senza una guerra – a meno che si presuma che si dimetterebbero e incoraggerebbero un’uscita del genere, come una sorta di compromesso.

Pappé non dà una risposta chiara e realistica alle conseguenze del “crollo” dello Stato sionista, probabilmente a causa della sua formazione stalinista nel Partito Comunista Israeliano e per via di una versione menscevica della rivoluzione a tappe (prima una rivoluzione democratica – in questo caso uno “stato decoloniale”, “non sionista”, dopo la trasformazione sociale). È sorprendente che venga ignorata la richiesta fondamentale del popolo palestinese: il diritto al ritorno nei territori occupati e il recupero delle proprietà e delle proprie terre. Senza questo “ritorno” non c’è “decolonizzazione” né “rivoluzione democratica” o “liberatrice”. Pappé evita questa rivendicazione storica del movimento nazionale palestinese, dopo aver scritto numerosi libri preziosi che ne mettono in luce il suo carattere storico e la sua importanza politica. Nella storiografia palestinese ci sono ricerche che indicano la possibilità di una realizzazione non conflittuale o pacifica di questa richiesta, cioè senza violare i diritti di proprietà che gli espropriatori sionisti si sono concessi; si riferiscono ad un’improbabile abbondanza di terra che consentirebbe una ridistribuzione territoriale della proprietà. Considerata l’evoluzione storica che la Palestina ha subito dalla Nakba (1948) ad oggi, il diritto al ritorno e il recupero del diritto alle sue terre potrebbero essere realizzati solo da un regime socialista. La questione della piccola proprietà fondiaria sarà risolta nel quadro dell’espropriazione del grande capitale, dell’economia pianificata e del governo collettivo dei lavoratori. Sarebbe il frutto di una rivoluzione che non si limiterebbe alla Palestina ma all’intero Medio Oriente e a parte dell’Asia centrale. Nessun programma democratico e decoloniale per la Palestina può essere sviluppato, in termini di richieste, metodi politici e tattiche di lotta, al di fuori di un quadro internazionale.

Pappé offre una soluzione democratica al “crollo del sionismo”. L’esempio del Sud Africa è una prova sufficiente che la “decolonizzazione” consensuale lascia in piedi il vecchio sistema di sfruttamento, sotto forme politiche differenti, tramite un’élite nera cooptata dalle grandi multinazionali; mentre le masse non hanno visto dei miglioramenti ma un peggioramento delle condizioni di vita sociale. Per quanto riguarda la formazione dello Stato belga, è l’occasione per sottolineare che questo Stato è stato una pedina dell’imperialismo inglese, durante tutto il XIX secolo, a partire dalle rivoluzioni francesi e da quella tedesca della primavera del ’48. È stato in realtà un elemento di divisione del proletariato europeo.

Ripetiamo. Pappé ha presentato un testo chiaro e pedagogico sull’impossibilità di uno Stato esclusivamente ebraico in un paese arabo, musulmano e mediorientale, ma ha lasciato da parte il ruolo dell’imperialismo nella formazione dello Stato sionista. Questo Stato è il risultato finale della balcanizzazione dell’Impero Ottomano da parte dell’imperialismo europeo, dopo la prima guerra mondiale, che ha plasmato gran parte degli Stati dell’area mesopotamica. Israele è un’enclave dell’imperialismo. La guerra in atto, il crollo del sionismo e la rinascita del movimento palestinese sono, in definitiva, gli elementi di una crisi mondiale e gli anelli di una concatenazione di ribellioni popolari e di rivoluzioni socialiste in fase di preparazione.

Rispondi

Il tuo indirizzo e-mail non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *