Volantino distribuito alla manifestazione nazionale per la Palestina del 05 Ottobre
Il massacro della popolazione gazawi ha commosso il mondo intero. Il carattere internazionale di ciò che accade in Palestina, una guerra nazionale contro il colonialismo sionista, non riguarda soltanto il vento di solidarietà che ha soffiato nelle piazze, riguarda in primo luogo la natura stessa del conflitto in atto. Lo Stato d’Israele non è mai stato lo strumento con il quale emancipare una fantomatica nazione ebraica, né dal punto di vista culturale, né dal punto di vista del benessere e dello sviluppo socioeconomico. Lo Stato d’Israele lungi da ciò è sempre stato un fantoccio delle potenze mondiali necessario per controllare il Medio Oriente.
Crisi mondiale
La crisi capitalistica del 2008 ha portato con sé la crisi dell’imperialismo americano e l’emergere della Cina come potenza mondiale. L’obbiettivo dei governi americani, da Obama a Biden, consiste nell’aprire il mercato cinese agli investimenti del capitale americano. In questo quadro si comprende la guerra in Ucraina provocata dalla NATO, che spera nella caduta del regime putiniano, e dallo stesso Putin, il quale ha invaso il paese nel tentativo estremo di difendere l’oligarchia russa tramite la forza del proprio apparato statale. La guerra di emancipazione palestinese si sviluppa nel contesto di questo conflitto mondiale tra la NATO e il blocco sinorusso: il sostegno a piene mani di Biden alla repressione genocida di Nethanyahu avviene nel tentativo di controllare il Medio Oriente ed evitare che gli stati arabi si rendano maggiormente indipendenti dal controllo dell’ambasciata americana. Per esempio l’accordo diplomatico tra l’Iran e l’Arabia Saudita con il beneplacito cinese segnala agli Stati Uniti il rischio di un avvicinamento delle monarchie petrolifere al blocco rivale. Dunque la minaccia militare di Israele diviene una pedina fondamentale per contrastare l’influenza cinese. Più che per essere la “cittadella della democrazia”, lo Stato sionista viene sostenuto nel massacro dei bambini palestinesi e libanesi per garantire i profitti dei capitalisti occidentali. Netanyahu sembra che voglia stabilizzare l’area e il proprio governo puntando alla disfatta totale dei nemici (Iran) e tramite la colonizzazione completa della Palestina e di parte del Libano. In questo caso il 7 Ottobre può essere stato provocato dallo stesso governo israeliano per arrivare allo scontro frontale con Hamas, Hezbollah e l’Iran.
Sionismo e “soluzione” dei due Stati
Un altro punto di confusione sul quale la propaganda sionista “liberal-democratica” gioca consiste nell’idea che le violenze e i massacri spropositati di questi mesi siano frutto della crescita della destra sionista. Tralasciando che gli stessi sionisti “socialisti” sostengono e hanno sostenuto le guerre del sionismo, ciò che non quadra nel ragionamento è l’inversione della causa con l’effetto: l’affermazione politica di Netanyahu è frutto della radicalizzazione della società israeliana e dello spirito coloniale, non il contrario. Lo Stato d’Israele solo può sopravvivere sulla base dell’oppressione militare del popolo palestinese; per perpetuarla deve fomentare l’odio verso i palestinesi e la volontà di impugnare le armi contro di essi. Questo alimenta la radicalizzazione della piccola borghesia e del sottoproletariato che poi votano la destra fascista del sionismo. La spirale non può avere fine finché esiste Israele. Quando una parte del sionismo ha tentato un compromesso con il popolo palestinese, tramite la cooptazione dell’OLP e gli accordi di Oslo, questi sono stati “stracciati” tramite l’assassinio dei leader politici che li avevano sottoscritti: Rabin e Arafat. Inutile dire che i fautori degli omicidi furono i servizi israeliani e la destra eversiva.
La resistenza palestinese
La borghesia araba ha tradito definitivamente la prospettiva di una emancipazione dall’imperialismo, come dimostrano gli accordi col sionismo e la repressione, insieme agli Stati Uniti o alla Russia, delle ribellioni popolari dal 2010 in poi. Il nazionalismo nasseriano o del Bath solo poteva avere un carattere progressivo quando si appoggiava sull’ascesa del movimento operaio internazionale, dell’esistenza dell’URSS e il prodursi delle rivoluzioni cinese e cubana. Il crollo di quel mondo ha portato la borghesia araba a ricercare un compromesso con gli Stati Uniti sulle spalle delle masse arabe, in primo luogo di quelle palestinesi. In questo contesto l’OLP ha capitolato al sionismo ed è ormai un agente e una spia del sionismo nel campo della resistenza palestinese. Hamas è diventata una forza egemone per la miseria sociale e il discredito del nazionalismo laico (oltre alla crisi internazionale della sinistra rivoluzionaria e del movimento operaio). La rete assistenziale con la quale Hamas ha creato il proprio consenso di massa è stata finanziata tramite l’apparato religioso e con l’aiuto dello stesso Israele, che mirava alla frammentazione della resistenza palestinese così da indebolirla. Altro scopo sionista era quello di isolare la resistenza da un progetto internazionale di emancipazione, infatti la natura settaria dell’islamismo aiuta la demagogia “democratica” sull’antisemitismo e ostacola la solidarietà del movimento operaio occidentale. L’ideologia religiosa ha un altro ruolo reazionario all’interno stesso della resistenza palestinese, poiché permette ad un settore della borghesia e di proprietari terrieri arabi di legare a sé settori popolari che, altrimenti, potrebbero avere una propria organizzazione politica di classe; come dimostra l’esperienza storica del Partito Comunista Iracheno che mobilitava milioni di persone.
La strategia di Hamas di ridurre la lotta di liberazione nazionale in uno scontro militare della milizia col sostegno dello Stato iraniano sta portando alla sconfitta poiché l’imperialismo è predominante dal punto di militare, il sionismo può essere sconfitto solo se una mobilitazione nei paesi arabi e nei paesi imperialisti accompagnano la resistenza armata di massa dei palestinesi e boicottano il supporto economico e militare che Israele riceve.
La lotta di classe nello Stato d’Israele
Una forma piuttosto subdola di sostenere l’assetto sionista della Palestina consiste nel difendere l’esistenza dello Stato d’Israele o di condannare la resistenza palestinese con la scusa della presunta “classe operaia israeliana”. La sinistra subalterna al capitale “condanna” le cosiddette “violenze di Hamas” perché non permetterebbero di raggiungere l’unità tra i lavoratori israeliani e quelli arabo-palestinesi; al contempo rivendica la legittimità di uno Stato israeliano in nome del pacifismo e della “soluzione due popoli due stati”.
La “classe operaia israeliana” non solidarizza con lotta di emancipazione nazionale palestinese per via della ideologia sionisti, non in nome del pacifismo democratico e il suo presunto scandalizzarsi verso “gli orrori di Hamas”; la propaganda razzista israeliana spinge la popolazione ebraica ad appoggiare il genocidio in corso in nome della supremazia del proprio credo religioso e per via della natura “animale non umana” che viene attribuita ai palestinesi dalla feccia fascio-sionista al governo. La violenza commessa da un movimento d’emancipazione deve essere messa sul conto degli oppressori: più sono brutali nel reprimere e nel promuovere la disorganizzazione degli oppressi, più la rivolta sarà violenta e confusa negli obiettivi. Condannare le violenze è soltanto un modo per rimproverare ai palestinesi di essersi ribellati alla colonizzazione: equivale quindi ad un sostegno al sionismo.
I lavoratori salariati israeliani conducono una vita agiata sulle spalle del proletariato palestinese e migrante. Da un lato il lavoro più dequalificato e malpagato viene svolto interamente, o quasi, da manodopera palestinese o immigrata, mentre i salariati ebrei svolgono mansioni ben retribuite in quanto tecnici e quadri intermedi – per via della loro educazione universitaria; mentre il sottoproletariato ebraico privo di una formazione scolastica di livello e privo di lavoro viene armato e finanziato dallo Stato per rubare le terre dei contadini palestinesi in Cisgiordania, dove si trovano 600.000 coloni armati. Questa è la base materiale con la quale il sionismo riesce ad attenuare la lotta di classe all’interno della popolazione ebraica. La lotta di classe in Israele non è semplicemente la lotta economica contro il padronato e lo Stato borghese, come può essere nei paesi imperialisti, ma è in primo luogo la lotta contro la forma che il capitalismo ha assunto in Palestina, cioè il sionismo e il suo progetto coloniale.
Federazione socialista del Medio Oriente
La distruzione dello Stato d’Israele è l’unica soluzione reale al conflitto in corso. La presenza di uno Stato coloniale armato con bombe atomiche rappresenta una minaccia costante al popolo palestinese e ai popoli del Medio Oriente; tale minaccia impedisce l’autodeterminazione, incluso poter scegliere liberamente la propria rappresentanza politica. Al contempo l’espulsione dei contadini dalle proprie terre deve essere riparata con il diritto al ritorno dei palestinesi nelle proprie case, cioè ai confini precedenti alla Nakba del ’48.
L’unificazione della Palestina in unico Stato territoriale dove i contadini possano lavorare le proprie terre e dove i proletari di Gaza si possano liberare da una prigione a cielo aperto rappresenta il punto di partenza dell’emancipazione del popolo palestinese. I paesi arabi e l’Iran vivono una forte arretratezza economica e quindi una diffusa miseria sociale per via del ruolo oppressivo dell’imperialismo. Da un lato le guerre per il petrolio hanno creato devastazione nelle città e hanno fatto sì che la rendita petrolifera venisse appropriata da potenze straniere; dall’altro le pressioni imperialiste per penetrare in quei paesi con merci e capitale rappresentano un freno allo sviluppo dell’economia locale. L’unico soggetto sociale che si può far portatore di una rivoluzione araba e del Medio Oriente è il proletariato di quei paesi. Solo esso può avere nel proprio programma la nazionalizzazione delle risorse petrolifere per controllare la rendita agraria e mineraria a favore dell’economia locale, e, al contempo, la formazione di un mercato regionale che permetta lo sviluppo di un’industria mediorientale.
L’emergere della organizzazione di classe dei proletari, con partiti e sindacati indipendenti, può superare le difficoltà che affronta oggi la resistenza palestinese. Le condizioni perché ciò accada sono: una vittoria del movimento operaio in Occidente, la crescita di una Internazionale dei lavoratori (la Quarta Internazionale) e, inoltre, l’approfondirsi della guerra di liberazione nazionale contro lo Stato d’Israele per mano della Resistenza palestinese.
La nostra proposta politica
Il risveglio della mobilitazione studentesca non ha escluso le nostre facoltà universitarie. Dopo anni di vuoto assoluto centinaia di studenti, ateneo per ateneo, hanno occupato aule per parlare di ciò che avviene in Palestina e hanno contestato rettori e baroni complici con i bombardamenti di Israele. Le organizzazioni della sinistra hanno boicottato la partecipazione democratica, impedendo la formazione di comitati e assemblee in cui potessero intervenire gli studenti; la lotta è stata diretta in forma burocratica dalle organizzazioni per mantenere artificialmente l’egemonia del movimento. Gli studenti non hanno avuto la possibilità di intervenire, alcune correnti studentesche sono state emarginate dal movimento, l’organizzazione della lotta non è stata il frutto di una deliberazione collettiva. Questo è stato un fattore di passivizzazione degli studenti e demoralizzazione del movimento.
La nostra organizzazione propone una campagna di agitazione politica del movimento studentesco contro il sionismo e in favore della resistenza palestinese: attraverso il fronte unico delle organizzazioni della sinistra universitaria e la formazione di una assemblea studentesca, dove le centinaia di studenti che hanno partecipato alle mobilitazioni autunnali possano deliberare un programma, cioè obiettivi e metodi di lotta. In questa assemblea la nostra proposta sarà: l’organizzazione di cortei interni ed occupazioni per la rottura immediata di ogni relazione delle nostre istituzioni con lo Stato d’Israele, il contrasto della propaganda sionista e delle calunnie verso il movimento di liberazione nazionale palestinese, ed infine la modifica degli statuti universitari per la creazione di organismi democratici e sovrani degli atenei composti e votati in forma paritaria da studenti e lavoratori dell’università. La ribellione di massa della gioventù sarà il preludio di nuove rivoluzioni proletarie come nel ’68.
POTERE OPERAIO