Per la ricostruzione della Quarta Internazionale – Parte Terza

Di Osvaldo Coggiola

Attualità della rivoluzione

La validità storica della rivoluzione proletaria si riferisce alla validità delle sue premesse oggettive e soggettive (crisi della società ed esistenza di una classe rivoluzionaria).  È inutile rispondere ai difensori della “fine del socialismo” che anche il capitalismo è in crisi: ciò che mettono in discussione è l’esistenza stessa di una prospettiva sociale alternativa, cioè la capacità di una classe sociale di metterla in pratica.

Il pensiero trotskista è l’unico che si oppone coerentemente a questa tesi: la burocrazia, agente borghese nelle organizzazioni dei lavoratori (compresi gli Stati), ha per questo motivo le sue basi di dominio sociale minate dalla crisi capitalista.  Il crollo che ne risulta mette di fronte le alternative della rivoluzione antiburocratica e della controrivoluzione capitalista, possibili solo con mezzi violenti (Jugoslavia, Cecenia, Tienanmen…).  Parlare di “crisi del marxismo”, quando solo il pensiero marxista è stato capace di una previsione storica così precisa, significa dimostrare una totale ignoranza.

La conclusione tratta da Trotsky resta dunque valida: la rivoluzione socialista continua ad essere in vigore nella coscienza delle masse (espressa anche nelle ribellioni antiburocratiche del passato e del presente) e nella crisi capitalista mondiale.  La validità delle premesse rivoluzionarie può essere misurata solo a livello globale, a cominciare dal non identificare una presunta “decadenza della classe operaia” con la decadenza della sinistra che parlava in suo nome.

Le stesse condizioni di speculazione finanziaria e di debito estero, che costituiscono la principale manifestazione della crisi capitalistica mondiale, furono alla base del crollo del “socialismo” (i debiti pro capite di Polonia, Ungheria, Jugoslavia erano/sono pari a quelli dell’economia latina paesi americani).  La caduta delle burocrazie distrugge uno dei pilastri del vecchio ordine mondiale, stabilito negli accordi tra burocrazia e imperialismo. Gli scontri diplomatici e anche militari della cosiddetta “Guerra Fredda” non hanno messo in discussione questi accordi: sono stati, al contrario, limitati dai contendenti per non metterli in discussione.

La burocrazia russa è parte (ormai senza veli) dell’ordine mondiale capitalista: in questo quadro, negli ultimi anni, si è avviato un processo di integrazione economica che tende a invertire il rifiuto del Piano Marshall e l’ingresso nel FMI e nel Fondo Banca Mondiale da Stalin alla fine della seconda guerra mondiale.  La caduta delle burocrazie, per azione diretta delle masse o indirettamente per riflesso della loro resistenza, è quindi un evento con caratteristiche rivoluzionarie, indipendentemente dal suo svolgersi immediato.

Le mobilitazioni dei lavoratori dell’Est tendono a rinvigorire il proletariato occidentale: in Germania, gli stessi scioperi dei metalmeccanici e degli impiegati statali non solo segnalano le difficoltà dell’“unificazione capitalista”, ma puntano anche alla riunificazione del proletariato più potente d’Europa.  La prospettiva oggettivamente aperta è il ripensamento, su basi molto più ampie rispetto al passato (il capitalismo ha creato, dalla fine della Seconda Guerra, un miliardo di posti di lavoro), dell’internazionalismo proletario, spazzate via le barriere reazionarie che dividevano artificialmente i lavoratori, simboleggiate dal muro di Berlino.

La crisi economica evidenzia i limiti strutturali del capitalismo nella sua attuale fase storica.  In quanto regime storicamente progressista, il capitalismo ha raggiunto i suoi limiti molto tempo fa, con la prima guerra mondiale, la crisi degli anni ’30 e la seconda guerra mondiale.  Attraverso le risorse politiche dello Stato, capacità di una enorme centralizzazione economica, ha trovato in passato i mezzi per risolvere la crisi in termini ciclici.  Questi mezzi hanno smascherato un regime che sopravviveva a se stesso: non erano le forze produttive del capitale che, sviluppandosi liberamente, superavano gli ostacoli, ma l’intervento di una forza esterna, del potere politico dello Stato e delle sue guerre.  Il capitalismo ha sfruttato a fondo le possibilità offerte dagli armamenti, dallo sviluppo parassitario, dal capitale fittizio e dallo sviluppo artificiale delle nazioni arretrate per creare sistematicamente mercati per i suoi capitali e le sue merci, esaurendo nel processo le sue risorse.

La crisi è strutturale: possono esserci boom produttivi e recessioni, ma non una nuova espansione storica delle forze produttive.  L’espansione economica di Reagan fu la prima in cui, nelle metropoli, non si verificò un assorbimento dei disoccupati ma piuttosto un aumento della disoccupazione.  La precarietà delle soluzioni transitorie è evidenziata dalla debolezza dei piani di stabilizzazione, come dimostrato dalla recente crisi messicana, con i suoi riflessi in tutta l’America Latina, e anche a livello mondiale.  La prospettiva di un collasso della finanza internazionale da parte di un paese che pesa poco sulla scena economica internazionale non dimostra solo l’enorme connessione tra tutti i sistemi economici e finanziari.  Il fatto che la crisi di un piccolo anello minacci l’intera catena è possibile solo in condizioni di crisi estrema dell’intera catena.

Il raffreddore, in un individuo sano, non provoca grossi problemi, in un paziente cronico o terminale può causare la morte.

La “stabilizzazione” non ha risolto nessuno dei problemi esistenti: la disoccupazione e il debito estero sono più alti che mai, nonostante le privatizzazioni e i ri-finanziamenti tipo Piano Brady.  C’è ancora una volta una situazione di cessazione dei pagamenti.  Il capitalismo non può sopravvivere senza produrre crisi sempre più intense e profonde.

“Flessibilizzazione”, “qualità totale”, “outsourcing”, non concretizzano la “sostituzione di un paradigma tecnologico con un altro”, configurando un nuovo sviluppo storico delle forze produttive. Che l’informatica avanzi attraverso la “flessibilità” e la precarietà, rivela che si tratta di una risorsa per aumentare il supersfruttamento.  Intensificando (in lunghezza e profondità) la giornata lavorativa e favorendo, su scala ancora più ampia, la reintroduzione di forme antidiluviane e arretrate di sfruttamento del lavoro, rivela che si tratta di un mezzo con cui il capitale può adattarsi alla propria crisi, moltiplicando le risorse per ottenere super profitti.

Contro questo processo, le mobilitazioni dei lavoratori stanno crescendo in tutto il mondo;  soprattutto nei paesi imperialisti (per la stabilità del lavoro e la riduzione della giornata lavorativa), e in tutto il mondo contro la distruzione delle conquiste sociali, con l’esempio notevole delle grandi mobilitazioni in difesa della sicurezza e della sicurezza sociale (Francia!).

La resistenza a scaricare la crisi sulle spalle dei lavoratori è il fondamento ultimo delle crisi ricorrenti dei regimi politici, soprattutto nei paesi imperialisti: decomposizione dei regimi italiano e giapponese, sconfitta di Bush negli USA (dopo la “vittoria” del Golfo!), che ha segnato la fine della “rivoluzione conservatrice” e ora di Clinton; in generale, il logoramento di tutti i governi. La maturazione delle condizioni oggettive e soggettive entra in contraddizione sempre maggiore con l’assenza del partito rivoluzionario .

Validità del trotskismo

Dopo la morte di Trotsky, il programma trotskista ha ricevuto, nelle sue linee strategiche, la sua totale conferma: 1) Nei paesi arretrati, la rivoluzione è stata vittoriosa solo in quelli in cui è avvenuta la transizione dalla rivoluzione democratica a quella socialista, cioè verso l’espropriazione dei capitali (Cina, Cuba);  2) contro teorici di ogni credo e colore, la rivoluzione operaia ha dimostrato anche nelle metropoli imperialiste la sua validità oggettiva (dall’immediato dopoguerra alla rivoluzione portoghese, passando per il maggio francese), cioè la sua validità globale;  3) i Fronti Popolari si sono rivelati una politica di sconfitta, di aborto rivoluzionario e perfino di vittoria fascista: tutta l’Europa occidentale nel dopoguerra, Portogallo, Cile 1970-73, Nicaragua negli anni ’80, Indonesia negli anni ’60, ecc…;  4) in assenza di una direzione rivoluzionaria internazionale, alla guida o inserita nei principali settori del proletariato e degli sfruttati del mondo intero, i processi rivoluzionari sono abortiti o, quando vittoriosi a livello nazionale, non hanno iniziato la rivoluzione mondiale o la sua estensione continentale, il che li ha portati ad un vicolo cieco o alla degenerazione;  5) la burocratizzazione degli Stati Operai ha portato queste società ad una completa impasse.  La ricerca di riforme che fornissero una soluzione senza toccare le basi del dominio burocratico ha aperto la strada verso scenari che lasciano faccia a faccia le alternative rivoluzione e controrivoluzione.

Che la vittoria postuma di Trotsky sia, per ora, appena teorica, non politica, non giustifica le correnti di sinistra che parlano di fallimento del trotskismo, quando non possono vantare nemmeno vittorie teoriche (al contrario, possono contare solo fallimenti spettacolari in quel campo).  Sono le stesse correnti che di giorno salutavano la caduta del “muro della vergogna” e di notte piangevano la “morte del socialismo”, il che dimostra il loro completo anacronismo. Solo il programma trotskista integra la lotta anti-burocratica nella prospettiva della rivoluzione anticapitalista e proletaria mondiale : è attualmente l’unico programma che difende esplicitamente la prospettiva storica del socialismo, che costituisce, di per sé, la sua vittoria e giustificazione storica.

L’attualità di Trotsky consiste nella conferma che le linee fondamentali dello sviluppo contemporaneo confermano le matrici del programma trotskista.  Da questo riconoscimento si possono determinare le linee strategiche di una corrente rivoluzionaria internazionale, che sono quelle del programma della Quarta Internazionale.  Negli ultimi 60 anni, le premesse storiche dell’internazionalismo proletario si sono sviluppate come mai prima d’ora: l’incapacità del capitalismo di superare l’antagonismo tra sviluppo internazionale delle forze produttive e stati nazionali, l’incapacità della burocrazia di costruire “il socialismo in un unico paese” , l’incapacità del nazionalismo borghese e piccolo-borghese di mettere in pratica l’autonomia nazionale.

Solo la rivoluzione proletaria può fornire una soluzione progressiva alla crisi mondiale, in condizioni in cui, di tutte le tendenze politiche nate come conseguenza della crisi della direzione della classe operaia, solo la Quarta Internazionale conserva la sua validità come programma politico, che è diventato il filo ideologico della ricomposizione del movimento operaio internazionale.

La IV Internazionale

La spiegazione più volgare della crisi della Quarta Internazionale (cioè che essa non si trasformò, dopo la Seconda Guerra, come supponeva Trotsky, nell’organizzazione e nella bandiera di milioni di lavoratori) fu quella sintetizzata dal morenismo: l’assassinio di Trotsky e molti dei suoi principali dirigenti durante la Seconda Guerra avrebbero lasciato la IV senza testa, guidata da persone giovani e/o inesperte, che non sapevano come trasformarla in un’organizzazione di massa.  Questa spiegazione, oltre ad essere soggettiva, ponendo al centro un problema “generazionale”, ignora tutti i problemi politici e programmatici incontrati dall’Internazionale.

Perché superficiale, disprezza le organizzazioni e i militanti che combatterono durante la Seconda Guerra secondo una linea principista (12), che istituì, nel 1942, proprio in barba agli eserciti nazifascisti, il Segretariato europeo della IV, gli unici che lottarono per trasformare la guerra imperialista in guerra civile, difendendo il “militarismo rivoluzionario”, e che svilupparono un’attività clandestina favorevole alla fraternizzazione rivoluzionaria dei soldati dell’esercito nazista e delle popolazioni occupate.

Gli storici odierni sono stupiti dalla vitalità della stampa trotskista clandestina nell’Europa nazifascista, e dalla dichiarazione diffusa massicciamente nel 1944, prima dello sbarco delle truppe alleate, indirizzata agli “operai d’Europa” e ai “soldati tedeschi e alleati”: “Con estrema violenza, le forze degli imperialisti americani e inglesi, rimaste volontariamente a lungo inattive, per indebolire contemporaneamente la Germania e l’URSS, rendendo l’Europa incapace fino allo sfinimento di resistere al loro dominio, lanciano ora l’assalto per ottenere la vittoria.  Dopo aver alimentato la macchina da guerra nazista contro l’URSS… aver assistito sorridendo allo schiacciamento dell’Europa sotto lo stivale di Hitler… distrutto le città più popolose con massicci bombardamenti, i finanzieri yankee e inglesi, i grandi banchieri e gli industriali credono ora che sia giunto il momento opportuno per consolidare i loro profitti.  La vittoria degli “alleati” è l’assoggettamento dell’Europa: è una menzogna mostruosa affermare che coloro che opprimono più di 500 milioni di uomini nelle loro colonie… possono ora portare la libertà ai popoli d’Europa.  Che coloro che combattono i propri scioperanti con la polizia, l’esercito e le carceri, possano garantire le libertà democratiche al proletariato europeo… Al posto di Hitler, Laval, Quisling, della sua Gestapo e delle SS, della sua polizia e della sua Milizia, essi vi mandano Eisenhower e i suoi generali, che intendono assumere per un intero periodo il governo dei paesi “liberati”… Solo la vostra azione potrà farli ritirare!”(13).

Lo stesso Trotsky, nel suo ultimo documento pubblico, evidenziò il ruolo rivoluzionario della IV durante la guerra:

“La stragrande maggioranza dei nostri compagni nei diversi paesi ha resistito alla prima prova della guerra.  Questo fatto ha un significato inestimabile per il futuro della Quarta Internazionale. Ogni membro della nostra organizzazione non solo ha dei titoli, ma è obbligato a considerarsi, d’ora in poi, come un ufficiale dell’esercito rivoluzionario che nascerà nel fuoco degli eventi… Un solo rivoluzionario in una fabbrica, in una miniera , in un’unione, in un reggimento, su una nave da guerra, vale infinitamente di più di centinaia di pseudorivoluzionari piccolo-borghesi stufati nella loro stessa salsa” (14). Nella sua relazione organizzativa alla Conferenza europea della IV (1946), la rappresentante del Comitato Esecutivo Internazionale (Sherry Mangan) constatò la sopravvivenza di quasi tutte le sezioni nazionali nelle difficili condizioni della guerra, e la loro crescita nell’anno immediatamente successivo.

La crisi politica

Nel quadro di un orientamento e di un’azione rivoluzionaria, i trotskisti, tuttavia, hanno dovuto affrontare seri problemi politici che non sono stati in grado di risolvere, né a livello di ciascun paese, né a livello di un orientamento politico globale.  Per Trotsky, la IV era meglio armata del bolscevismo, aveva un programma più solido che né la repressione né la guerra avrebbero impedito di diventare l’asse che avrebbe aiutato la IV a diventare un grande partito rivoluzionario, che avrebbe approfittato della guerra per la vittoria della rivoluzione: “Non è quello che è successo, ma (sono regnate) la confusione e le controversie nelle file della IV durante la guerra. Settori della IV, e la sua stessa direzione, cominciarono a difendere gli slogan di liberazione nazionale dei paesi imperialisti, come la Francia e l’Italia, senza vedere che il fatto che questi paesi erano già imperialisti non dava un ruolo guida all’agitazione nazionale in essi, anche se furono occupati dal nazismo.  La questione nazionale si poneva nelle colonie e nelle semicolonie.  La mentalità dei lavoratori di ogni paese doveva essere presa in considerazione per imporre un cambio strategico nella guerra.  Un altro errore è stata la mancata partecipazione, in generale, dei trotskisti alla lotta armata.  Sostenendo che la guerra mondiale ha approfondito la lotta di classe, hanno affermato che la lotta armata non lo è, come se la lotta di classe in periodo di guerra potesse essere condotta senza armi.  I trotskisti mantenevano l’ideale rivoluzionario, l’internazionalismo proletario, entro i limiti di un’ideologia.  Per questo motivo hanno lasciato un ricordo indelebile alle generazioni future, ma sono usciti indeboliti dalla più grande crisi del capitalismo mondiale per non aver agito correttamente di fronte ai problemi politici, nonostante Trotsky cercasse di analizzarli attentamente, senza riuscire a portare a termine il compito a causa del suo assassinio da parte dello stalinismo.  I problemi si manifestarono anche nel dopoguerra, che per i trotskisti non comportava la possibilità di un aggiornamento dei regimi borghesi, cioè di una controrivoluzione sotto le fazioni democratiche.  I governi imperialisti democratici, dicevano, si sarebbero rapidamente trasformati in dittature totalitarie: c’erano esempi che lo confermavano. L’imperialismo yankee, per invadere il Nord Africa, strinse un accordo con un famigerato fascista francese, il generale Darian, che divenne un “democratico”.  Le rivolte coloniali negli imperi “democratici” furono soffocate nel sangue: nel giorno della liberazione di Parigi dai nazisti – oggi celebrato in tutto il mondo – gli stessi francesi massacrarono i popoli coloniali in Algeria e Madagascar.  Ma bisognava tener conto che la guerra non finì come volevano gli imperialismi: ci furono rivoluzioni e l’Armata Rossa riuscì, nonostante lo stalinismo, a sconfiggere il nazismo con uno sforzo impressionante da parte della classe operaia e dei contadini sovietici, con la guerriglia e la difesa eroica delle città.  Furono colpi fondamentali ricevuti dall’imperialismo: non c’erano, quindi, le condizioni per l’immediata attuazione dei regimi totalitari.  Non rendendosene conto, i trotskisti non approfittarono adeguatamente dell’apertura democratica proposta alla fine della guerra” (15).

In una dichiarazione del gennaio 1945, la IV affermava che “un’era democratica intermedia relativamente stabile e lunga fino al trionfo definitivo della rivoluzione socialista o del fascismo appare impossibile”.  Sempre nel 1948, Emest Mandel polemizzò contro Tony Cliff (leader della sezione inglese) sostenendo che un nuovo periodo di crescita economica capitalistica era del tutto impossibile (peccato dal quale Mandel si ‘redimise’ difendendo poi, per tutta la vita, il contrario).  La prospettiva internazionale elaborata nel dopoguerra era altrettanto semplificatrice: “Una terza guerra mondiale, sotto forma di attacco dell’imperialismo mondiale, sotto la direzione americana, contro l’URSS, è inevitabile se prima non si verificano rivoluzioni socialiste vittoriose” (16).  Un’“apertura” (già visibile negli accordi di Yalta e Potsdam) era impossibile, per la Quarta Internazionale anche a livello internazionale.

Bilancio ed empirismo

Per Mandel, le ragioni del fallimento sono oggettive e soggettive: “L’ascesa internazionale si è verificata, più ampia che dopo la guerra, se includiamo l’Inghilterra tra i paesi che volevano una trasformazione socialista immediata nel 1944-45.  Ma le loro forze erano più confuse dal punto di vista politico, più manipolabili dagli apparati tradizionali.  L’interazione tra questi due fattori determinò un arresto molto più rapido dell’ascesa rivoluzionaria, e la sua portata politica fu molto inferiore a quella che seguì la Prima Guerra Mondiale.  Trotsky aveva sottovalutato quella che io chiamo la rottura nella continuità della tradizione socialista rivoluzionaria” (17).

Oltre a introdurre elementi difficilmente valutabili, questa spiegazione soffre del difetto di impedire un equilibrio della politica della IV, incorrendo nell’errore denunciato da Trotsky in Classe, partito e direzione: ritenere la classe responsabile degli errori della sua direzione, reale o potenziali.  Nella sua versione gemella-conservatrice (Lambertismo), la “confusione” si è trasformata in ‘legge’: quella del passaggio obbligato (sic) dell’ascesa rivoluzionaria da parte delle “organizzazioni tradizionali”.  Il Segretariato Unificato della IV completa il soggettivismo mandelista con una spiegazione “oggettivista”: “Le ragioni dell’esistenza minoritaria della IV sono di ordine oggettivo.  Esse derivano dalle conseguenze della guerra mondiale, dal temporaneo consolidamento della burocrazia stalinista nell’URSS, dal basso livello di attività del proletariato nei paesi determinanti, l’URSS e gli USA” (18).  Ciò che era “bassa coscienza” in una situazione rivoluzionaria diventa “bassa attività” in una situazione di stabilità.

Il problema, però, non sono gli errori ma l’incapacità di affrontarli e da lì superarli.  Il Secondo Congresso Mondiale della IV, nel 1948, pose il problema del bilancio di 10 anni di attività, dalla fondazione, attraverso la Seconda Guerra, l’ascesa rivoluzionaria e l’inizio della “guerra fredda”, e tutto il resto, in una sola ora di relazione e di discussione! Questo cieco empirismo fu il terreno fertile per tutti i tipi di imposizioni burocratiche, come sarebbe avvenuto con il programma “pablista” approvato al 31° Congresso Mondiale (1951). Questo panorama misura la fallacia dell’affermazione lambertista secondo cui, prima di quel Congresso: “La direzione internazionale ha agito come un autentico centro politico, e non solo come quadro amministrativo o organizzativo. In relazione ai problemi vitali della rivoluzione e della controrivoluzione, la politica trotskista è stata una, in relazione ad un orientamento definito su scala internazionale e inscritto nella lotta, in ogni paese, per la costruzione di sezioni della nuova Internazionale, nella quale si selezionarono le forze che avrebbero formato la Quarta Internazionale e ne furono tracciati i confini” (19).

La nostra corrente è nata proprio dalla lotta contro questo cieco empirismo e il suo inevitabile seguito di manifestazioni opportunistiche: «Durante la guerra viene liquidata l’avanguardia del leninismo-trotskismo.  Alcuni – Abraham León – per l’hitlerismo.  Altri – León Trotsky – per lo stalinismo.  È un duro colpo per la corrente trotskista internazionale.  In questo quadro, i settori più lontani dalla lotta rivoluzionaria all’interno del trotskismo si orientarono verso destra.  L’ala yankee della IV prende la posizione del pacifismo “socialista” di fronte alla Seconda Guerra e, sotto sua responsabilità, a nome dell’intera Internazionale;  questa posizione nega la giustissima posizione della IV nei confronti della guerra sostenuta nel Programma di Transizione e fino alla morte di León Trotsky.  La tremenda debolezza del trotskismo, senza militanti e senza organizzazione, annulla il suo ruolo nella crisi rivoluzionaria della guerra;  gli elementi più opportunisti alzano la testa e impongono la loro rotta.  In queste condizioni, le sezioni trotskiste nazionali, lasciate a se stesse, seguono un percorso contraddittorio e ineguale nell’evoluzione della crisi.  Le rese seguono modelli strettamente nazionali e rispondono al predominio delle forze centrifughe e opportunistiche sulla scala della corrente internazionale.  Pertanto,nella rinuncia ad un approfondimento di questo passato risiede, fondamentalmente, l’opportunismo dell’ultimo congresso di riunificazione della Quarta Internazionale (1963, che diede origine al Segretariato unificato)” (20).

Ciò che sorprende nella deviazione “pablista” (l’attribuzione di un ruolo rivoluzionario oggettivo alla burocrazia russa, giustificato proprio in termini di imminenza della guerra mondiale, ruolo negato al proletariato mondiale, condannato nelle retrovie della burocrazia), è la facilità con la quale si è imposta in quasi tutta l’Internazionale, che parla di un’attività concentrata su problemi strettamente nazionali, e di un’incipiente burocratizzazione dell’apparato internazionale.  Questo era il punto di vista difeso fin dall’inizio da coloro che combattevano il ‘Pablismo’: “L’Internazionale intera aveva fatto i più grandi sacrifici dal 1944 per consentire la costruzione dell’attuale direzione, basata sulla specializzazione di un certo numero di compagni nel lavoro internazionale.  Ma questi ultimi, la cui selezione fu molto artificiale, allontanandosi dall’attività delle sezioni, che nello stesso periodo si lanciavano sempre più nel lavoro di massa, si esposero alla pressione di forze ostili al nostro movimento.  La nuova direzione deve essere ricostruita non attraverso la specializzazione di pochi compagni, ma attraverso una partecipazione sempre più attiva di tutte le sezioni alla vita dell’Internazionale. Solo con un’intensa vita politica dell’Internazionale, e non con qualche misura statutaria (anche se necessaria), si potrà eliminare il pericolo di una nuova degenerazione della leadership internazionale.  Quanto più le sezioni mettono radici nelle masse del proprio Paese, tanto più sentono il bisogno di una partecipazione internazionale, per le esigenze del loro lavoro di massa.  I membri della direzione internazionale non dovrebbero restare sospesi in aria, senza reali responsabilità nei confronti del movimento e delle masse.  Non dovrebbero essere selezionati secondo criteri artificiali (disponibilità, selezione nella lotta delle tendenze, ecc.), non dovrebbero più essere “emigranti di professione”, ma piuttosto rappresentanti effettivi delle loro sezioni, espressione dell’attività trotskista nelle masse e non solo delle idee trotskiste” (21).

La disintegrazione organizzativa della IV è legata, come giustamente affermò il Comitato internazionale sorto nel 1953, “allo sviluppo del revisionismo in liquidazionismo”.  Successivamente, il pablismo finì per essere considerato solo una “deviazione ideologica” da parte di coloro che assumevano l'”antipablismo” come pretesto per manovre diplomatiche, che nascondevano a malapena quella che in realtà non era altro che una disputa di apparati: “La ricostruzione della Quarta Internazionale è naufragata negli ultimi 25 anni, dopo la crisi del 1951-53, perché le tendenze che issavano la bandiera della lotta contro il pablismo si erano organizzate in un quadro politico che aveva come asse di riferimento la presunta rigenerazione del revisionismo. Per preservare questo asse e le manovre di unificazione conseguenti, organizzarono un quadro federativista, che metteva in discussione il principio elementare del centralismo democratico. Così è stato con il SWP e l’ex Comitato Internazionale prima del 1963, con l’OCI e Healy fino al 1971, e con il CORCI fin dalla sua fondazione. La caratteristica comune di negare un lavoro basato sul centralismo nascondeva la volontà di raggiungere un accordo con il revisionismo alla prima occasione.  È stata la determinazione dei revisionisti a restare un’organizzazione centralizzata, di fronte al federativismo dei loro avversari, a garantire la loro sopravvivenza.  La tanto annunciata continuità della Quarta Internazionale di cui Lambert e soci si vantano è contraddetta dal fatto che è impossibile preservare il filo della continuità rivoluzionaria internazionale in una federazione di dibattiti” (22).

La corrente che deriva direttamente dal revisionismo pablista ha il vantaggio, rispetto al revisionismo vergognoso e non riconosciuto degli altri, di portare la revisione alle sue ultime conseguenze, negando la pietra angolare del programma trotskista.  Secondo il suo attuale leader principale: “La crisi della leadership rivoluzionaria… non può più essere ridotta alla crisi dell’avanguardia e alla necessità di sostituire le distrutte leadership tradizionali con un sostituto intatto.  Ciò che si propone è la riorganizzazione sociale, sindacale e politica del movimento operaio e dei suoi alleati su scala planetaria” (23). Opporre questa “riorganizzazione” alla crisi della leadership – poiché Trotsky non ha mai proposto di sostituire la direzione di organizzazioni che sarebbero rimaste così burocratici – significa prendere posizione al di fuori delle organizzazioni del movimento operaio e delle masse.

Per una tendenza trotskista internazionale

La ricostruzione della Quarta Internazionale è posta contemporaneamente dalla validità del suo programma e dal passaggio delle correnti internazionali ‘trotskiste’ verso la concezione che, per non abusare delle citazioni o della pazienza del lettore, è riassunta nella frase di quel colto compendio di tutti i luoghi comuni della sinistra, cioè il famoso storico Eric J. Hobsbawm: “1989… ha significato la fine di un’era in cui la storia mondiale ruotava attorno alla Rivoluzione d’Ottobre” (24), cioè l’idea che l’era della rivoluzione socialista mondiale si è conclusa.

Nell’attuale periodo politico, questa idea converge con la politica democraticistica promossa dallo stesso imperialismo, posto in una situazione strategicamente difensiva e bisognoso quindi di tutti i suoi punti di appoggio politico (vero contenuto del “democratismo” imperialista).  Nella corrente revisionista dichiarata, questa convergenza è stata avviata dalla difesa della dittatura del proletariato come estensione ed espansione delle libertà democratiche esistenti sotto il regime borghese (25) (o, come affermava la sua sezione francese nel 1978, “la politica rivoluzionaria è la politica della democrazia operaia”), per trasformarsi poi in puro e semplice abbandono di quella nozione cardine del marxismo e, quindi, dell’idea stessa di partito rivoluzionario.

Nella sua variante ‘di sinistra’ (le varie frazioni originate dal morenismo), la revisione prevedeva la difesa del “socialismo con democrazia”, in cui viene negato il ruolo guida del partito.  La Rivoluzione d’Ottobre venne presentata come il prodotto di una decisione dei soviet accettata dal bolscevismo, quando in realtà l’insurrezione non fu portata avanti dalle masse, benché queste fossero mobilitate nei luoghi di lavoro, dove si pronunciarono a favore o contro la politica del nuovo governo rivoluzionario. Questi milioni di persone approvarono il colpo di stato compiuto da Lenin e dal bolscevismo, ed erano disposti a sostenerlo e difenderlo con le armi in mano se necessario, come fecero nella sanguinosa guerra civile che seguì.  Che questa corrente evolva ormai verso la negazione del carattere rivoluzionario dell’Ottobre non significa che non si debba combattere una concezione che, opponendosi superficialmente al “partito unico” stalinista, arriva alla negazione della funzione del partito rivoluzionario, in nome di una “democrazia”, fosse pure sovietica.

I soviet, però, non contengono la chiave del potere.  Sono una struttura di potere duale e, in questo senso, sollevano la questione del potere.  Ciò non può essere regolato all’interno dei soviet per lo sviluppo pacifico della loro forma democratica.  Credere in ciò significa aderire ad una concezione democratico-pacifista della rivoluzione proletaria, che si è intentata con esiti negativi in varie esperienze storiche (Cina 1927, Germania 1919, Spagna 1937, ecc.): in esse il movimento rivoluzionario aveva di fatto il potere, ma se lo lasciò togliere con la violenza, perché non sapeva come uscire dalla dualità dei poteri e distruggere l’apparato dello Stato borghese.  In materia di rivoluzione, la democrazia non è un criterio decisivo.  Ecco perché Lenin, considerando i soviet come una forma superiore di democrazia, li affrontò dal punto di vista dell’insurrezione e li definì forme di combattimento.  I soviet prefigurano lo Stato operaio, non astrattamente in termini di democrazia, ma concretamente in termini di distruzione dell’apparato statale borghese.

Partito e Rivoluzione

La questione del partito rivoluzionario si pone di fronte all’emergere di situazioni rivoluzionarie, che hanno un carattere oggettivo, cioè indipendente dalla volontà dei partiti e delle classi in conflitto.  La situazione rivoluzionaria è, in definitiva, il prodotto della contraddizione inconciliabile tra le forze produttive che si sviluppano su base capitalistica e i rapporti di produzione, contraddizione che ha raggiunto un punto di maturità.  La situazione rivoluzionaria è il risultato dell’incapacità del capitalismo di contrastare storicamente la tendenza alla caduta del saggio di profitto, fondamento del regime sociale attuale.

Le correnti politiche nazionaliste, socialdemocratiche, fasciste o populiste non sono altro che tentativi eccezionali di superare le contraddizioni mortali del capitalismo in questo quadro generale.  Sono tentativi di evitare la transizione verso una situazione rivoluzionaria e una rivoluzione, cercando di superare o contrastare la tendenza storica al collasso capitalista con misure politiche eccezionali.  Invece di dichiarare l’automatismo della formazione delle situazioni rivoluzionarie, è necessario evidenziare il ruolo del fattore cosciente e la chiara delimitazione con i movimenti politici che l’imperialismo utilizza come risorsa ultima per la sopravvivenza.  La questione della situazione rivoluzionaria si concentra nella qualità politica del programma rivoluzionario.

Attualmente, non solo rispetto ai paesi imperialisti e semicoloniali, il ritmo dello sviluppo rivoluzionario è disomogeneo.  Ciò vale anche per lo sviluppo della lotta negli ex “paesi socialisti”, le loro contraddizioni e le mobilitazioni anti-burocratiche.  L’unità globale che costituisce il processo rivoluzionario non risulta da uno sviluppo spontaneo, ma richiede l’azione cosciente dell’avanguardia organizzata globalmente.

La tendenza politica del movimento operaio a riorganizzarsi politicamente su nuovi assi è presente nella situazione internazionale, il che pone sul tavolo la questione del partito e dell’Internazionale.  Se questo problema è evidente nelle frequenti esplosioni sociali portate avanti dal proletariato e dai giovani di diversi paesi, esso è particolarmente presente nei due proletariati più potenti del pianeta.

Nell’ex Unione Sovietica, a causa della crisi mortale dello stalinismo, a causa delle audaci forme di lotta adottate nei momenti critici (comitati di sciopero permanenti) e a causa del lento spostamento delle masse a sinistra.  Negli Stati Uniti, a causa della crisi delle organizzazioni sindacali, della crescita delle lotte dei lavoratori, soprattutto dei lavoratori neri, a causa dell’elezione di una nuova leadership “di sinistra” (burocratica) nell’AFL-CIO, e fino all’emergere di un movimento incipiente e confuso che solleva la questione di un partito laburista (26).

La lotta del PO in Argentina ha una proiezione internazionale.  L’inizio di un raggruppamento a questo livello, con gruppi e organizzazioni rivoluzionariamente differenziati dal pablismo, dal lambertismo e dal lorismo, apre enormi prospettive se riesce a esprimere programmaticamente, in profondità, il processo mondiale.

Note:

12. Cfr. Dichiarazione dei comunisti a Buchenwald.  In difesa del marxismo, n. 8, Buenos Aires, settembre 1995.

13. Dichiarazione della CE europea dell’IVaInternacional, giugno 1944.

14. La guerra imperialista e la rivoluzione proletaria mondiale, Buenos Aires, Acción Obrera.  1940, pag.  32.

15.Jorge Altamira.  La seconda guerra mondiale e la carta di sinistra, in: O. Coggiola.  Alla seconda guerra mondiale.  Um Balando Historico, San Paolo.  Natale, 1995.

16. Documenti e risoluzioni della menzogna.  Congrés Mondial de la IVac Internationale, Quatriéme Internationale, n” 3-4-5, Parigi, marzo 1948.

17. Ernest Mandel.  Actualité du Trotskism, Critica Comunista n° 25, Parigi, novembre 1978.

18. La ricomposizione del movimento operaio e la costruzione della Quarta Internazionale, XII Congresso Mondiale della Quarta Internazionale, 1985.

19. OCI.  Crisi e ricostruzione della Quarta Internazionale, 1976.

20.Jorge Altamira.  Validità e continuità storica del leninismo-trotskismo.  Politica operaia n. 4, Buenos Aires, marzo 1965.

21. Documents de 1953 sur la scission dans la I Ve Internationale, Cahiers du CERMTRI n” 47. Parigi, dicembre 1987.

22. TCI.  Sulla scissione dell’SU e sulla formazione del Comitato misto, dicembre 1975.

23. Daniel Bensaid.  Entre Histoire et Mémoire, in: F. Moreau, Combáis et Débats de la IVe.  Internazionale.  Boisbriand, Vent d’Ouest, 1993, p.  31.

24. Hobsbawm.  Adeus aquilo.  in: R.Blackburn.  Depois da Queda.  Rio de Janeiro, Paz e Terra.  1992. pag.  93.

25. SU della IVa Internazionale.  Democrazia socialista e dittatura del proletariato.  1987.

26. Vedi: J. Martín.  Nuova leadership all’AFL-CIO.  Prensa Obrera n” 473. Buenos Aires. Novembre 14, 1995; e l Morgan. Vers un Parti Ouvrier aux États-Unis?. Le Marxisine Aujourd’hui, n” 8. La Tronche, dicembre 1991.