Di Osvaldo Coggiola
Pubblichiamo questo lungo articolo di Coggiola, professore di storia all’università di San Paolo e dirigente troskista legato alla tradizione del Partido Obrero argentino, in cui si sviluppano le ragioni politiche per le quali è necessario costruire la Quarta Internazionale. L’articolo uscì nel numero 12 della rivista teorica del PO En Defensa del Marxismo nel 1996. In questa prima parte sviluppa il contesto e lo sviluppo storico, dalla nascita della Quarta alla caduta dello stalinismo e dei regimi burocratici.
Nel 1934, Trotsky presentò in termini chiari le conclusioni derivate dal fallimento della Terza Internazionale passata, attraverso lo stalinismo, nel campo dell’ordine mondiale borghese, fatto dimostrato dalla sua capitolazione senza combattimento all’ascesa del nazismo: “il proletariato ha bisogno dell’Internazionale in ogni momento e in ogni circostanza. Se adesso non esiste un’Internazionale, è necessario dirlo apertamente e cominciare subito a prepararne una.”). La proclamazione formale della Quarta Internazionale è avvenuta nei “tempi e nelle circostanze” peggiori: quelli delle peggiori sconfitte del proletariato mondiale in tutta la sua storia, schiacciato dal nazifascismo in Occidente, atomizzato dallo stalinismo nel paese della prima rivoluzione vittoriosa; di fronte all’orizzonte certo di una nuova carneficina mondiale, resa inevitabile dopo le sconfitte del proletariato spagnolo e francese, e già in corso con l’invasione della Cina da parte del Giappone (e con l’imminenza del patto Hitler-Stalin, previsto da Trotsky come inevitabile conseguenza dell’accordo di Monaco del 1938, tra il nazifascismo e le “democrazie” occidentali).
La crisi prima, e poi il fallimento, dell’Internazionale Comunista, la massima espressione della fusione tra marxismo rivoluzionario e l’avanguardia operaia mondiale fino ad oggi conosciuta, fu il prodotto dell’arretramento della rivoluzione causato dal tradimento della socialdemocrazia, dalla burocratizzazione del primo Stato operaio che provocò questo arretramento, e dalla sconfitta della corrente rivoluzionaria guidata da Trotsky. La bancarotta della Terza Internazionale cominciò con il tradimento della rivoluzione cinese del 1927-28, prese forma con la resa criminale del PC tedesco nel 1932-34 e si consolidò con l’alleanza tra la burocrazia sovietica e l’aristocrazia operaia europea, e di questi con l’“ombra” della borghesia, attraverso i Fronti Popolari e la cristallizzazione del riformismo e del “tappismo” dei PC, operato negli anni ’30. Questa politica è responsabile della sconfitta del proletariato francese nel 1936 e della rivoluzione spagnola nel 1931-39.
Da queste circostanze sfavorevoli Trotsky cercò di trarre la forza della nuova Internazionale, forgiandola non solo sulla base della continuità rivoluzionaria delle tre Internazionali precedenti, ma anche sulla profonda assimilazione degli insegnamenti lasciati dalle sconfitte. Ciò non significa che si tratti di un’Internazionale di dottrinari: nei 6 anni che vanno dall’ascesa dei nazisti alla proclamazione dell’IV le forze raggruppate da Trotsky si sforzano di costituire partiti rivoluzionari, soprattutto in Spagna, Francia e USA, teatri dei più importanti attacchi di classe del decennio (la guerra civile spagnola, il Fronte popolare francese e il movimento di sindacalizzazione industriale nordamericano, CIO). Trotsky si sforza di convincere i suoi sostenitori che ciò è possibile solo nel quadro di un’Internazionale: “Dal momento in cui abbiamo deciso di costruire partiti indipendenti, dal 1933, siamo già la Quarta Internazionale, anche se non siamo una direzione rivoluzionaria riconosciuta”. Lo siamo perché è il movimento per il quale ci siamo impegnati e sul quale abbiamo iniziato a organizzarci.”
Quindi, insieme a questi sforzi, Trotsky cercò di creare un quadro internazionale insieme alle organizzazioni centriste di “sinistra”, come il SAP, l’OSP e l’RSP di Olanda e Germania, il PSOP francese (al cui leader, Marceau Pivert, Trotsky afferma che “i bolscevico-leninisti sono una frazione dell’Internazionale in costruzione”, uno dei cui compiti sarà quello di “rigenerare la democrazia rivoluzionaria dell’avanguardia proletaria ad un livello storico più alto” attraverso l'”entrismo” in vari modi nei PS, per accelerare la differenziazione rivoluzionaria delle loro ali di sinistra, ecc. Questi sforzi per costruire l’IV, tuttavia, falliranno. I limiti politici di queste organizzazioni si rivelano insormontabili al momento del passaggio ad una nuova Internazionale e dell’assimilazione rigorosa del rivoluzionario. Gli stessi nuclei trotskisti si rivelano immaturi, a causa della loro giovinezza e del loro isolamento dalle masse. Quando viene fondata Ia IV, nel 1938, le circostanze politiche internazionali sono peggiori che nei tentativi precedenti: non sono stati conquistati alleati e l’arretramento del proletariato mondiale si è accentuato con le sconfitte nei paesi latini. Un mese dopo la proclamazione della IV, lo sciopero generale fallì in Francia, evidenziando la sconfitta operaia. Il Fronte Popolare guidò la reazione politica, cacciò il PC e nel 1940 cedette il potere al fascista Pétain, il burattino di Hitler.
Mai nella storia si era creata una direzione operaia internazionale in circostanze più sfavorevoli, anche se i casi del passato sono simili: l’Internazionale, fondata sotto le dittature di Luigi Napoleone in Francia e di Bismarck in Germania; la Seconda Internazionale, sulla scia delle conseguenze della sconfitta della Comune di Parigi; o anche la Terza Internazionale, con solo un pugno di rivoluzionari, all’inizio di una guerra mondiale e nel mezzo di un’ondata generale di sciovinismo. Trotsky non ha mai nascosto queste circostanze.
Un partito d’azione
La fondazione della IV in quella fase di reazione e di crisi all’interno delle sue fila è dovuta al fatto che si tratta della preparazione dell’avanguardia rivoluzionaria allo scopo di condurla nella guerra mondiale, armata di un programma chiaro che ha assimilato teoricamente il significato delle sconfitte più colossali. Inoltre consiste nella preparazione della classe operaia alle rivoluzioni che saranno generate dal nuovo conflitto mondiale, e al nuovo ciclo di guerre e rivoluzioni che deriverà dalla fine della ritirata del proletariato mondiale e dalla decomposizione del gli Stati capitalisti. Non c’è stato un momento magico nella fondazione della IV, perché era già fondata da anni e perché la sua fondazione non dichiarava concluso il compito. Alla conferenza di fondazione c’erano delegati (due su 21) che ne proponevano il rinvio, dimenticando che l’occasione era già in ritardo di 5 anni. Dicevano che la nuova Internazionale era nata separata dal movimento operaio reale, il che comportava il pericolo di una sua degenerazione, dimenticando che i pericoli esistono sempre. La Quarta Internazionale avrà l’eterno merito storico di aver proclamato la validità della rivoluzione, in un momento in cui gli scettici dichiaravano aperto un arretramento storico definitivo.
Lo scetticismo si è fatto sentire nelle file della IV che, come abbiamo visto, esitava anche nel proclamarsi. In Bolscevismo e Stalinismo, Trotsky analizzò le cause di questi problemi: “I movimenti reazionari come quello attuale non solo indeboliscono e disintegrano la classe operaia, isolandola dall’avanguardia, ma abbassano anche il livello ideologico generale del movimento, respingendo il pensiero politico all’indietro a tappe che sono superate da tempo. In queste condizioni, il compito dell’avanguardia consiste soprattutto nel non lasciarsi suggestionare dal riflusso generale: è necessario nuotare contro la corrente. Agli sciocchi una simile politica appare come settaria: in realtà non fa altro che preparare un gigantesco balzo in avanti spinto dall’onda ascendente del nuovo periodo storico (2).
Gli sforzi per costruire partiti con un intervento reale nella lotta di classe obbedivano a questo criterio. Non bisogna dimenticare quella che la IV proclamò, nel 1938, come sua “sezione più forte”: quella sovietica. La ricerca storica ha dimostrato “1) che i trotskisti furono, tra il 1928 e il 1940, gli unici avversari coerenti dello stalinismo con sostegno popolare, 2) che furono questi avversari a terrorizzare – anche dopo il loro sterminio – Stalin e i suoi seguaci, 3) che contro di loro fu necessario usare i metodi più radicali, la ‘soluzione finale’ per poterli liquidare” (3) Questa presenza della IV in URSS non si limitò ai campi di concentramento (dove, nel 1938, i trotskisti organizzarono una lotta di massa contro la repressione burocratica prima di essere sterminati) ma anche nelle fabbriche, nei kolchoz e nello stesso esercito. Per Trotsky, i boscevico-leninisti “non sono riusciti a salvare il regime sovietico dalla degenerazione e dalle difficoltà della dittatura personale. Ma lo salvarono dalla sua completa dissoluzione e impedirono la via della restaurazione. Le riforme progressive della burocrazia erano derivate dalla lotta rivoluzionaria dell’opposizione. Per noi questo è insufficiente. Ma è già un qualcosa” (4).
Non a caso, uno degli sforzi principali della GPU stalinista fu l’assassinio del responsabile del lavoro sovietico nel direttivo della Quarta Internazionale, Leon Sedov (figlio di Leon Trotsky), compiuto nel 1938.
La IV fu, quindi, un fattore oggettivo nella politica mondiale, che giustificò l’accordo tra Hitler e l’ambasciatore francese Coulondre, nel 1939 (riportato dal quotidiano Le Temps), secondo cui il pericolo peggiore di una seconda guerra mondiale risiedeva nella possibilità che ” Monsieur Trotsky” uscisse vittorioso. L’assassinio di Trotsky da parte dello stalinismo, nel 1940, non fu il prodotto di una vendetta personale, né di un “regolamento di conti” tra fazioni “comuniste”, ma piuttosto un fatto politico di primaria importanza, in quanto la burocrazia agì per conto della borghesia mondiale, che già le aveva dato la sua preventiva approvazione dichiarando legali i “processi di Mosca”, in cui Trotsky era il principale imputato e condannato a morte.
Marxismo e partito
La IV non è stata fondata (come sembrano credere alcuni “trotskisti”) come una cappella dottrinale destinata a preservare l’eredità ideologica rivoluzionaria in circostanze che ne rendevano impossibile l’utilizzo. Quando Trotsky insisteva sul fatto che la IV andava controcorrente, arrivando al punto di usare, per i trotskisti, l’espressione di “esuli dalla propria classe”, sottolineava difficoltà e compiti politici oggettivi, non un’impossibilità storico-metafisica di agire. Lo sforzo di Trotsky e dei suoi compagni non deve essere rivendicato solo per aver preservato la continuità del programma rivoluzionario, ma per aver stabilito un’organizzazione rivoluzionaria attiva nell’arena della lotta di classe mondiale e nei principali paesi. L’ affermazione famosa di Trotsky “Il partito è il suo programma” è valida solo insieme al suo opposto, “il programma è il partito”: senza un partito rivoluzionario attivo, il programma rivoluzionario è un’astrazione.
Ernest Mandel limitò decisamente il trotskismo definendone i quattro pilastri: “la teoria e la pratica della rivoluzione permanente, la via rivoluzionaria al socialismo attraverso l’azione della classe operaia nei paesi capitalisti avanzati, la rivoluzione politica attraverso la democrazia socialista nel blocco sovietico e in Cina, e l’internazionalismo proletario”(5). Il pilastro principale, però, è la validità del partito rivoluzionario, senza la quale tutti gli altri pilastri diventano ideologia e non guida per l’azione.
Il programma della IV parte dalla contraddizione tra le condizioni oggettive e soggettive (la crisi della leadership del proletariato mondiale) della rivoluzione. La maturità dei primi si misura dal grado di internazionalizzazione delle forze produttive (nel corso dell’intero secolo, il commercio mondiale è cresciuto più rapidamente della produzione, e nella Germania di oggi, ad esempio, le transazioni esterne di capitali superano di cinque volte il commercio internazionale di merci) e il simultaneo rafforzamento dei confini nazionali, contraddizione che rende contemporaneamente obsoleti lo Stato capitalista e l’utopia stalinista del “socialismo in un solo paese”. L’immaturità delle seconde si misura col ritardo e con le sconfitte della rivoluzione mondiale contro l’imperialismo e la burocrazia capitalista.
In un testo del 1931, Trotsky riassume completamente la questione: “Se l’edificio teorico dell’economia politica marxista poggia interamente sulla concezione del valore come lavoro materializzato, la politica rivoluzionaria del marxismo poggia sulla concezione del partito come avanguardia del proletariato». D’altra parte, la questione del partito (cioè del suo programma) non può essere posta, oggi, che in termini internazionali: “L’ora della scomparsa dei programmi nazionali è definitivamente scoccata il 4 agosto 1914. Il partito rivoluzionario del proletariato può basarsi solo su un programma internazionale che corrisponda al carattere dell’epoca attuale, quella del massimo sviluppo e crollo del capitalismo. Un programma comunista internazionale non è una somma di programmi nazionali o una fusione delle loro caratteristiche comuni. Esso deve prendere direttamente come punto di partenza l’analisi delle condizioni e delle tendenze dell’economia e dello stato politico del mondo, nel suo insieme, con le sue relazioni e contraddizioni, cioè con la mutua dipendenza che oppone gli elementi tra loro. Nell’epoca attuale, infinitamente più che nella precedente, la direzione in cui si dirige il proletariato dal punto di vista nazionale dovrebbe e può essere dedotta solo dalla direzione seguita in campo internazionale, e non il contrario. Questa è la differenza fondamentale che separa, al punto di partenza, l’internazionalismo comunista dalle diverse varianti del socialismo nazionale… Unire in un sistema di dipendenze e contraddizioni paesi e continenti che hanno raggiunto diversi gradi di evoluzione, approssimando i vari livelli di suo sviluppo e allontanandoli subito dopo, opponendo implacabilmente tutti i paesi gli uni contro gli altri, l’economia mondiale è diventata una realtà potente che domina quella dei vari paesi e dei vari continenti. Già solo questo fatto fondamentale conferisce un carattere profondamente realistico all’idea del partito comunista mondiale” (6).
Si tratta di verificare la validità delle condizioni oggettive e soggettive della rivoluzione nell’attuale fase storica per proporre, su tale base, i compiti politici emergenti della lotta per l’Internazionale rivoluzionaria.
Imperialismo e regresso storico
In nessun altro momento della storia la società umana ha presentato contrasti così violenti, contraddizioni così insopportabili come oggi. Non esiste campo della scienza o della tecnologia in cui la conoscenza e il potere umano non raddoppino ogni 10 anni o meno. Con l’astronomia, la biologia molecolare, la medicina, l’archeologia, la geologia, l’elettronica, l’informatica, l’ingegneria alimentare, la genetica, ecc., l’uomo conquista i segreti della natura per meglio governarla. L’umanità ha divorato i frutti dell’albero della conoscenza, diventando più potente di tutti gli dei che, terrorizzata dai loro poteri, immaginava. Gli schiavi meccanici ed elettronici che il genio umano ha creato sono lì, pronti a liberarlo per sempre dalla necessità di guadagnarsi il pane con il sudore della fronte: la sostituzione del lavoro con la libera attività creativa. Le mille fonti dell’abbondanza chiedono spazio per soddisfare pienamente i bisogni dei 6 miliardi di esseri umani che popolano la terra, o dieci volte quel numero, se fosse necessario.
Tuttavia, 4/5 dell’umanità, nei paesi arretrati e anche nelle crescenti sacche di povertà dei paesi avanzati, non hanno accesso, per tutta la vita, al minimo vitale biologico di 2mila calorie al giorno, ed è condannata a una vita ristretta e breve. Le epidemie di fame scuotono ancora il “Terzo Mondo”: in Brasile e in America Latina malattie a lungo controllate dalla medicina (colera, morbo di Chagas, leptospirosi) minacciano di causare catastrofi sociali. Nei paesi avanzati, però, i governi non sanno cosa farsene della sovrapproduzione di cibo che minaccia di abbassare i prezzi e per questo sovvenzionano la regressione delle forze produttive. Più di 40 anni fa, il creatore della cibernetica dimostrò che con i mezzi tecnici dell’epoca la catena di montaggio poteva essere sostituita in meno di 5 anni con un sistema automatico. In tutta la grande industria del pianeta, il capitale finanziario ha fermato disperatamente quel progresso che avrebbe portato alla bancarotta di tutto il capitale non ammortizzato.
Se la concorrenza sul mercato mondiale impone oggi un’automazione su scala crescente, ciò non si traduce in una riduzione della giornata lavorativa o in un miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Al contrario, nel capitalismo, “il miglioramento ininterrotto e sempre più rapido delle macchine rende la situazione dell’operaio sempre più precaria” (Manifesto Comunista): il capitale riconosce solo i bisogni che possono essere lucrabili. Non esiste per soddisfare i bisogni della stragrande maggioranza, ma per aumentare i profitti di una piccola minoranza di grandi capitalisti. L’automazione è, quindi, sinonimo di dequalificazione e disoccupazione: porta la classe operaia al declino professionale e alla incultura senza prospettive. Attualmente, l’ILO stima la disoccupazione globale in oltre 900 milioni, per una forza lavoro complessiva di poco più di 2 miliardi di persone: allo stesso tempo, mai nella storia hanno lavorato così tanti bambini e adolescenti (3 milioni in Brasile, 55 milioni solo in India!)
Sotto il dominio del capitale finanziario, fase senile e finale del capitalismo, ogni progresso scientifico e tecnico si trasforma nel suo contrario. Le nuove risorse energetiche e l’uso intensivo di quelle vecchie non comportano un miglioramento del benessere ma producono piuttosto catastrofi ecologiche (petrolio o energia atomica). Quasi tutta la ricerca scientifica, soprattutto nei paesi avanzati, è legata alla produzione di armi. Nel 1985, le spese militari hanno raggiunto quasi un trilione di dollari, molto più dell’intero reddito della metà più povera della popolazione mondiale. Questa spesa non viene ridotta nei periodi di recessione, e la sua relativa riduzione dopo la fine della “guerra fredda” (che fungeva da pretesto ideologico) è stata ridicola (la stessa guerra del Golfo è stata vista soprattutto come la ricerca di un nuovo pretesto aumentare queste spese). Solo con la produzione di forze distruttive la borghesia riesce ad impedire che le forze produttive rompano la camicia di forza della proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio, e degli Stati nazionali, che sono assolutamente di ostacolo allo sviluppo quelle forze.
Lungi dal rendere obsoleta la nozione di imperialismo, come definita da Lenin, l’epoca attuale ne accentua al massimo le caratteristiche, così riassunte da Trotsky: “Unendo i paesi economicamente e livellando il livello del loro sviluppo, il capitalismo funziona con i suoi metodi anarchici, che indeboliscono continuamente il proprio lavoro, contrapponendo un paese e un ramo di produzione a un altro, favorendo lo sviluppo di alcuni settori dell’economia mondiale, rallentando o paralizzando quello di altri. Solo la combinazione di queste due tendenze fondamentali, centripeta e centrifuga, livellamento e disuguaglianza, entrambe conseguenze della natura del capitalismo, spiega il vivace intreccio del processo storico. A causa dell’universalità, della mobilità, della dispersione del capitale finanziario, che penetra ovunque, l’imperialismo accentua addirittura queste due tendenze. L’imperialismo unisce molto più rapidamente e profondamente i diversi gruppi nazionali e continentali in uno solo; crea tra loro una dipendenza vitale tra le più intime; approssima i loro metodi economici, le loro forme sociali e i loro livelli di evoluzione. Allo stesso tempo, persegue il suo obiettivo attraverso procedure così antagoniste, facendo tali salti, effettuando tali incursioni nei paesi e nelle regioni arretrate, che essa stessa disturba l’unificazione e il livellamento dell’economia mondiale, con violenza e convulsioni che i tempi precedenti non conobbero.” (7)
Marxismo, Stato e internazionalismo
Il carattere rivoluzionario e internazionalista del movimento operaio non era un’invenzione del marxismo. Al contrario: la dottrina marxista esprimeva teoricamente quel carattere che la precedeva.
Già nei decenni tra il 1830 e il 1840, gli operai portarono avanti lotte rivoluzionarie contro il capitale, in cui si distaccò l’insurrezione degli operai tessili di Lione nel 1844. Durante uno dei primi scioperi moderni, quello degli operai della città inglese di Manchester, nel 1832, gli operai di Lione (Francia), nel loro giornale L’eco delle fabbriche, chiedevano solidarietà ai loro fratelli di classe del “paese nemico”. La storica bandiera dell’internazionalismo proletario (“Proletari di tutto il mondo, unitevi!”, lanciata nel Manifesto comunista del 1848) era l’espressione di una tendenza già esistente nella classe operaia internazionale, quando gli stati nazionali erano ancora in formazione e il capitalismo si batteva per conquistare il mondo.
Succede che il capitalismo, e gli stessi Stati nazionali, sono nati nel quadro dell’economia mondiale. Molto prima che si strutturassero i principali Stati moderni, il commercio internazionale era già piuttosto sviluppato. Quel commercio fu uno dei fattori che diede impulso alla Rivoluzione inglese del XVII secolo. Il capitalismo e gli stati nazionali sono nati già costretti ad avere una politica estera e ad allearsi l’uno contro l’altro, sulla base dei loro interessi commerciali contraddittori e in relazione all’autodeterminazione delle nazioni arretrate. Non era corretto ritenere che il movimento operaio si limitasse al quadro nazionale, nella misura in cui la forza di questi Stati nazionali dipendeva essenzialmente dalle relazioni internazionali che essi stabilivano nel mondo.
Il movimento operaio, quindi, non poteva che trionfare sulla scena internazionale. Da ciò si conclude anche che il socialismo è realizzabile solo a livello internazionale. La socializzazione dei mezzi di produzione significa l’abolizione delle frontiere nazionali. L’idea che il socialismo possa essere costruito in un solo paese è completamente estranea al marxismo.
Nelle rivoluzioni del 1848, il proletariato cercò di assumere la direzione della rivoluzione democratica, trasformandola in una rivoluzione proletaria. Nella misura in cui ciò non avvenne, la stessa rivoluzione democratica abortì (monarchie e stati autoritari furono ripristinati). Ma nel 1871, la Comune di Parigi fu teatro della prima presa del potere da parte della classe operaia.
Quell’evento dimostrò che: 1) la classe operaia non poteva limitarsi ad appropriarsi della macchina statale burocratica esistente: doveva distruggerla; 2) che il nuovo potere emergente (la dittatura del proletariato), un governo in lotta contro il dominio borghese, si caratterizza dalla tendenza a dissolvere la separazione tra Stato e società. Cioè mediante l’eliminazione radicale di ogni forma di oppressione sociale e politica (scomparsa dello Stato). La storia ha fatto emergere la dittatura del proletariato come l’unica via possibile verso la società socialista.
La Rivoluzione d’Ottobre
La vittoria della Rivoluzione d’Ottobre del 1917, primo atto della rivoluzione proletaria mondiale, inaugurò l’era storica della rivoluzione socialista. È scoppiata in un paese in cui erano mescolate le caratteristiche di una nazione imperialista e le caratteristiche di un paese arretrato a livello economico e politico. I compiti della rivoluzione democratica borghese (compresa la riforma agraria), forza motrice della rivoluzione, non erano stati completati, ma il proletariato era già altamente concentrato. Ma se la Russia rappresentava l’anello più debole della catena imperialista, la sua rivoluzione non faceva eccezione. Fu una risposta radicale alla carneficina della Prima Guerra Mondiale imperialista, prova dell’anacronismo storico del capitalismo. Le rivoluzioni proletarie (sconfitte) si verificarono anche nella maggior parte dei paesi dell’Europa orientale e occidentale.
La vittoria russa è stata possibile grazie all’esistenza di una direzione rivoluzionaria all’altezza del compito (bolscevismo), anche se questa direzione non avrebbe ottenuto nulla senza il movimento cosciente degli operai, materializzato nella loro autorganizzazione nei Consigli operai (Soviet).
Lenin non esprimeva un’idea personale, ma la dinamica oggettiva di un movimento, quando affermava: “La nostra rivoluzione è il prologo della rivoluzione socialista mondiale, un passo nella sua direzione. Il proletariato russo non può portare a termine vittoriosamente la rivoluzione socialista con le proprie forze. Ma può dare alla sua rivoluzione un’estensione capace di creare condizioni migliori per la rivoluzione socialista e, in una certa misura, di avviarla. Può rendere la situazione più favorevole all’entrata in scena, nelle battaglie decisive, del suo principale e più sicuro collaboratore, il proletariato socialista europeo e nordamericano.
L’abbandono della prospettiva sopra indicata da Lenin, sostituita dalla tesi stalinista della “costruzione del socialismo in un solo paese”, fu un riflesso del declino della rivoluzione e della burocratizzazione dello Stato che ne derivò. Due fattori furono decisivi: 1) Il fallimento della rivoluzione internazionale, dovuto al tradimento storico della socialdemocrazia e all’inesperienza dei giovani nuclei rivoluzionari; 2) l’esaurimento, la demoralizzazione e perfino la disintegrazione della classe operaia russa, dopo anni di sacrifici, guerra civile e interventi stranieri.
Nel 1917 la classe operaia russa contava 3 milioni di membri: nel 1922 1 milione e 240mila. Cercare di analizzare la burocratizzazione dell’URSS sulla base di frasi tratte da testi di vent’anni prima della rivoluzione, trascurando questo doloroso processo storico, è prova di assoluta idiozia. La burocrazia nasce laddove la lotta per l’esistenza individuale occupa un posto dominante nelle energie della società. La sua funzione è alleviare i conflitti che questa lotta provoca, traendo privilegi da quella funzione. La burocrazia ha come base della sua autorità l’assenza di beni di consumo, e la lotta di tutti contro tutti che sorge da tale assenza. È contrario alla verità e anche alla più leve ombra d’intelligenza, affermare che l’alienazione dei lavoratori e la burocrazia sono il prodotto ideologico dell’industria pesante, invece che dell’industria leggera e di consumo: la burocratizzazione dell’URSS e del partito comunista era più che realizzata, già prima che fosse compiuto il minimo passo in direzione dell’industria pesante.
La burocratizzazione e i suoi limiti
Ogni Stato operaio ha una doppia natura: socialista nella misura in cui difende la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, borghese nella misura in cui la distribuzione opera secondo norme capitaliste (“a ciascuno secondo il suo lavoro”). Lo Stato è definito dal rapporto oscillante tra queste due tendenze, quella socialista e quella borghese. Lo stalinismo esprimeva la vittoria della seconda sulla prima, basata sull’espropriazione politica dei lavoratori a favore di una burocrazia privilegiata, antioperaia e antisocialista.
Dire che la controrivoluzione stalinista è stata scritta nel Che fare, che il Processo di Mosca era insito alla proibizione delle frazioni all’interno del partito, ecc., significa ignorare l’intervento straniero contro la giovane repubblica sovietica, l’alleanza della socialdemocrazia tedesca con lo Stato maggiore tedesco, lo stesso sistema capitalista responsabile della guerra mondiale, dell’arretratezza della società russa e della barbarie vittoriosa. Significa negare l’intervento della volontà cosciente nella Storia sotto la forma elementare dell’organizzazione, sostenere la rinuncia e la rassegnazione, condannare la lotta e anche le vittorie parziali.
La rivoluzione fu sconfitta, ma non distrutta. Il nazismo e il fascismo fecero pagare cara al proletariato internazionale l’audacia di aver realizzato la Rivoluzione d’Ottobre, ma in URSS la proprietà privata non fu restaurata, il che dimostrò la profondità dell’ondata rivoluzionaria, anche nell’ora della sconfitta. Il regime stalinista antioperaio e la gestione burocratica dell’economia furono il duro prezzo pagato dal proletariato sovietico alla burocratizzazione, ma il mantenimento di buona parte delle conquiste economiche e sociali della rivoluzione (nazionalizzazione dell’industria e della terra, monopolio statale regolamentazione del commercio estero, pianificazione centralizzata dell’economia) ebbe conseguenze immense.
Così Trotskij, nemico e principale vittima dello stalinismo, potette scrivere in La rivoluzione tradita: “Gli immensi risultati ottenuti dall’industria, l’inizio pieno di promesse di un salto di qualità nell’agricoltura, la crescita straordinaria delle vecchie città industriali, e la creazione di nuove, il rapido aumento del numero dei lavoratori, l’elevazione del livello culturale e dei bisogni, sono risultati incontestabili della Rivoluzione d’Ottobre, nella quale i profeti del vecchio mondo cercavano di vedere la tomba della civiltà. Non c’è più bisogno di discutere con gli economisti borghesi: il socialismo ha dimostrato il suo diritto alla vittoria, non solo nelle pagine del Capitale, ma in un’arena economica che copre un sesto della superficie del globo, non nel linguaggio della dialettica , ma in quello del ferro, del cemento e dell’elettricità. Anche se l’URSS dovesse soccombere ai colpi esterni – cosa che speriamo non accada – e agli errori dei suoi dirigenti, resterebbe il fatto indistruttibile, come prova per il futuro, che solo la rivoluzione proletaria ha permesso ad un paese arretrato di ottenere in minor misura di 20 anni risultati senza precedenti nella storia. Questo chiude il dibattito con i riformisti nel movimento operaio. Possiamo paragonare la loro agitazione da topi all’opera titanica di un popolo chiamato dalla rivoluzione a una vita nuova? Se nel 1918 la socialdemocrazia tedesca avesse approfittato del potere che le avevano dato i lavoratori per portare a compimento la rivoluzione socialista e non per salvare il capitalismo, non sarebbe difficile concepire, sull’esempio russo, l’invincibile potere economico che i blocco socialista avrebbe oggi dall’Europa centrale e orientale e da una parte considerevole dell’Asia. “I popoli del mondo dovranno ancora pagare per i crimini storici del riformismo con nuove guerre e rivoluzioni.”
Vigenza della rivoluzione
La validità della rivoluzione nei rapporti di produzione e nella coscienza delle masse fu messa alla prova nella seconda guerra mondiale, quando l’URSS era sul punto di essere annientata dal nazismo, con il quale Stalin mantenne un’alleanza privilegiata fino al 1941, quando la Germania invase l’URSS. Dopo la spettacolare sconfitta iniziale, che decimò l’esercito sovietico, la ricomposizione della forza militare dell’URSS fu un’impresa economico-sociale. Nelle regioni non occupate dal nazismo venne costruita una nuova industria, che produsse 400mila aeroplani nel 1944, 800mila carri armati tra il 1941 e il 1945. Intere fabbriche furono trasferite all’Est e tutte le risorse naturali furono mobilitate. I famosi aiuti alleati all’URSS non coprivano che il 10% della produzione sovietica. Tutto ciò sarebbe stato impossibile se ci fosse stata la proprietà privata dei mezzi di produzione (nei paesi occupati dal nazismo la borghesia era quasi totalmente collaborazionista).
Fu una vittoria storica per la pianificazione statale, una vittoria morale per i principi del socialismo. Vittoria mondiale, nella misura in cui la sconfitta di Hitler in URSS liberò l’umanità dalla minaccia militare nazista, fino ad allora la più grande macchina da guerra della storia umana. Come possiamo affermare che non è stato storicamente provato che il socialismo sia superiore al capitalismo?
Questo bilancio storico, che tiene conto delle contraddizioni dello sviluppo, si oppone completamente alle versioni fantasiose che sostengono che “la deformazione burocratica si fosse notevolmente approfondita durante e dopo la guerra civile” (cioè che l’URSS fosse nata come Stato burocratico, poiché la guerra civile fu immediatamente successiva alla presa del potere), di dedurre che “la controrivoluzione stalinista modificò completamente le basi economico-sociali dell’URSS”(8), cioè che l’URSS era uno Stato capitalista, e la sua vittoria contro il nazismo nella seconda guerra mondiale, la vittoria di uno stato totalitario contro un altro.
Altra cosa è dire che la vittoria dell’URSS è stata mediata dalla sopravvivenza del dominio burocratico, che l’ha compromessa: 1) A livello interno, dal supersfruttamento dei lavoratori (razionamento, blocco salariale con aumento del volume monetario del 250%), dall’aumento dei poteri burocratici e dal ricostituzione dei ranghi nell’Armata Rossa, che ha rafforzato il corpo degli ufficiali: 2) a livello globale, dagli accordi controrivoluzionari con l’imperialismo mondiale, celebrati a Teheran, Yalta e Potsdam. Ma quella vittoria e l’espropriazione dei capitali nell’Europa orientale dopo la seconda guerra mondiale generarono un enorme sviluppo delle forze produttive con una conseguenza storica centrale: il rafforzamento sociale senza precedenti del proletariato sovietico e dell’Europa orientale come parte del proletariato mondiale. Nella sola URSS, la classe operaia passò da 23,9 milioni nel 1940 a 79,6 milioni nel 1981; in percentuale, dal 36,1% della popolazione attiva nel 1941 al 61% nel 1982. Questo immenso proletariato, ormai lanciato, è uno dei pilastri della rivoluzione mondiale.
Certamente l’identificazione tra nazionalizzazione e socialismo, utilizzata dall’imperialismo per screditare la rivoluzione, deve essere eliminata. Fu proprio lo stalinismo a introdurre questa identificazione, per giustificare il blocco della rivoluzione in un singolo paese o regione e anche i suoi privilegi, basati sulla proprietà statale. Secondo Trotsky, nella sua opera già citata; “La proprietà privata, per diventare sociale, deve inevitabilmente passare attraverso la nazionalizzazione… La proprietà statale diventa quella dell’intero popolo nella misura in cui scompaiono i privilegi e le distinzioni sociali e, di conseguenza, lo Stato perde la sua ragion d’essere. In altre parole: la proprietà statale diventa sociale nella misura in cui non è più proprietà dello Stato. D’altro canto, quanto più lo Stato sovietico si eleva al di sopra del popolo, tanto più duramente si oppone al popolo come custode della proprietà, e tanto più chiaramente testimonia contro il carattere sociale della proprietà statale.
Ruolo storico della socialdemocrazia
Nella prima e nella seconda guerra mondiale la socialdemocrazia ha svolto un ruolo chiave, sia nel preparare i conflitti che nell’evitare un esito rivoluzionario alla loro fine. Questo ruolo della Seconda Internazionale dimostra quanto l’imperialismo e la borghesia dipendano da forze politiche a loro estranee per la loro stabilità politica e il loro dominio (cioè il loro anacronismo storico), cosa che si verifica ancora oggi, soprattutto in Europa.
La socialdemocrazia passò definitivamente all’ordine borghese quando divenne complice della prima guerra interimperialista. Nel dopoguerra fu il salvagente dello Stato borghese (ruolo che seppe svolgere grazie all’appoggio che gli diedero vasti settori operai, soprattutto in Europa occidentale), un’apologista della “pace americana” (Presidente i 14 punti di Wilson) e la carnefice dei rivoluzionari (l’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, ordinato dal ministro socialdemocratico tedesco Noske). Fu altrettanto o più complice dello stalinismo nella politica di divisione del proletariato tedesco che portò alla vittoria del nazismo.
Nel secondo dopoguerra mantenne tutte le ‘qualità’ già acquisite, aggiungendone altre. È stato la punta di diamante (insieme al Partito Laburista) della creazione dello Stato di Israele contro la nazione palestinese e un cuneo dell’imperialismo in Medio Oriente. L’elemento chiave della ricostituzione della Seconda Internazionale, in questo periodo, fu la SPD tedesca, che conobbe una grave crisi dopo la caduta di Hitler e la sconfitta tedesca, quando i resistenti della SPD iniziarono una dinamica unitaria con i comunisti e altre organizzazioni di estrema sinistra (“Unità! Mai più divisione e lotta fratricida!”), in cui furono gettate le basi di un fronte unico anticapitalista e della rivoluzione tedesca come perno della rivoluzione europea.
In Turingia, roccaforte dell’SPD, fu creato un Partito dei Lavoratori che unì comunisti e socialisti. A bloccare questa prospettiva è intervenuto lo Stato Maggiore degli eserciti occupanti. All’Est, la SPD acconsentì al suo assorbimento da parte del partito stalinista, dando vita al PSU, che creerà le basi politiche del potere burocratico. In Occidente, l’SPD è stato riorganizzato sulla base dell’interdizione del KPD (Partito Comunista Tedesco) e con la partecipazione dei servizi nordamericani. La SPD è stata uno dei pilastri della divisione tedesca e del proletariato europeo, poi consacrata dal “Muro della Vergogna”, nonché della divisione dei sindacati europei, finanziata dalla CIA.
L’SPD, e la socialdemocrazia in generale, cercarono la propria fuga attraverso l’Ostpolitik, una politica di intermediazione tra la burocrazia russa e dell’Europa orientale e l’imperialismo, nel periodo della cosiddetta “guerra fredda”. Ecco perché il fallimento della burocrazia stalinista distrugge uno dei pilastri di sostegno della socialdemocrazia, che perde i principali governi dell’Europa occidentale, e ottiene risultati ben al di sotto delle aspettative nell’Europa dell’Est, essendo stata addirittura sconfitta elettoralmente dalla destra nell’Est tedesco. In Oriente, la socialdemocrazia non è un agente di democratizzazione, ma di restaurazione capitalista e di copertura della vecchia burocrazia, alla quale la socialdemocrazia offre un nuovo apparato politico
La collaborazione controrivoluzionaria
Con la fine della seconda guerra mondiale e l’occupazione militare dell’Europa orientale, il potere della burocrazia stalinista raggiunge il suo apice. Utilizza la lotta di classe globale per mantenere i suoi impegni controrivoluzionari nei confronti dell’imperialismo e allo stesso tempo per fare pressione su di esso. Ma è proprio la crisi imperialista a minare le basi della politica di pressione: a partire dal 1947 (Piano Marshall, 30 miliardi di dollari per salvare il capitalismo europeo), la politica stalinista comincia a fallire. La pressione non era più efficace: solo lo scontro rivoluzionario avrebbe fatto arretrare l’imperialismo, ma la burocrazia è visceralmente ostile alla rivoluzione, che metterebbe immediatamente in discussione i suoi privilegi e il suo dominio. La crisi dello stalinismo fu evidente con la rottura Stalin-Tito (1948) e la presa del potere da parte del PC cinese (1949) contro la politica di “unità nazionale” sostenuta da Stalin.
Il processo della rivoluzione antiburocratica nel campo direttamente dominato dallo stalinismo si manifestò inizialmente con la ribellione degli operai di Berlino Est nel 1953, contenuta con l’aiuto delle potenze occidentali e dell’allora sindaco di Berlino Ovest, Willy Brandt. La crescente collaborazione con l’imperialismo non fu episodica e completò la centralizzazione burocratica del “campo socialista”. La creazione del COMECON nel 1948 sancisce una politica di saccheggio da parte della burocrazia russa dei paesi dell’Europa dell’Est, che creò una forza centrifuga, facendo sì che le burocrazie imposte dal Cremlino nell’Europa dell’Est siano sempre più attratte dal mercato capitalista mondiale.
Tutte queste contraddizioni si sono fatte sentire nella stessa URSS, dove il tasso di crescita economica è passato dall’8,3% nel 1959 al 4,5% nel 1963. Quel che è peggio, “il problema del rapporto tra gli elementi della produzione e le diverse componenti dell’economia è l’essenza stessa dell’economia socialista. Il pericolo è meno nel rallentamento della crescita e di più nell’assenza di corrispondenza tra le varie parti dell’economia” (Trotsky).
Nel 1959, il settore dei beni strumentali prevedeva una crescita dell’8,1% e crebbe un 12%; nel 1963, il settore dei beni di consumo prevedeva il 6,3% e crebbe solo il 5%. La crescente stagnazione dell’economia e le crescenti sproporzioni tra i suoi vari settori hanno rivelato la crisi della gestione burocratica dell’economia, compromettendo ciò che restava della pianificazione centrale.
Le burocrazie dell’Est hanno preceduto quella dell’URSS nella ricerca di una via d’uscita dalla crisi attraverso l’intreccio con il capitale straniero. Ma l’URSS non era da meno; nel 1959, le attrezzature importate rappresentavano il 16% degli investimenti globali; nel 1975, il 27%. Tra queste attrezzature, nel 1959 il 2% proveniva dall’Ovest; nel 1975, il 40% (I). Ma questo, lungi dal risolvere i problemi dell’economia sovietica, la portò sulla strada della crescente dipendenza e del debito nei confronti delle economie capitaliste. Nel 1973, l’URSS possedeva il 6,1% dei prodotti agricoli e il 5,2% dei manufatti dei mercati occidentali. Nel 1983 tali proporzioni scesero rispettivamente al 4,5% e al 3,2%. La crisi capitalista chiuse i mercati, aumentò i debiti (a causa dell’aumento dei tassi di interesse) e gettò le economie burocratiche nel caos, cosa che ebbe una manifestazione spettacolare nella crisi polacca del 1980, che causò l’emergere del sindacato Solidarnosc.
Questo processo economico è stato la base del crescente avvicinamento politico della burocrazia all’imperialismo, il che conferma che si tratta di uno strato borghese all’interno dello Stato operaio. Nel 1975, con gli Accordi di Helsinki, la burocrazia si impegnò, insieme ai rappresentanti dell’imperialismo, a mantenere lo status quo in Europa (rispetto dei confini ereditati dalla Seconda Guerra Mondiale) e a consentire la “libera circolazione delle merci e dei capitali”. ”, in quella che il principale quotidiano di Helsinki ha definito una “Nuova Santa Alleanza” di forze conservatrici. A livello globale, l’attuazione degli “accordi regionali” ha materializzato la resa della rivoluzione in Medio Oriente e in America Latina, determinando l’isolamento della Rivoluzione cubana.
Ma crebbe anche la messa in discussione della burocrazia “dal basso” (la rivoluzione politica), con continue resistenze nelle fabbriche e grandi sollevazioni popolari: 1956, Ungheria e Polonia; 1968, Cecoslovacchia; 1970, Polonia; 1980-81, Polonia… Nonostante la censura, l’URSS non poteva restare estranea al processo: la ribellione operaia di Novocherkass, soffocata nel sangue nel 1962, fu conosciuta solo nel 1973. Nell’URSS, un proletariato rinnovato aspettava solo occasione per entrare in scena: nel 1970 la metà dei lavoratori sovietici aveva meno di 30 anni; nel 1982, l’85% delle persone riceveva un’istruzione secondaria (44% nel 1970), avendo aumentato il numero di studenti delle scuole secondarie, tecniche e professionali di 12 volte in 10 anni (crescita totalmente contraddittoria rispetto alla stagnazione economica).
Sulla base della proprietà statale, la gestione burocratica non ha impedito un gigantesco sviluppo delle forze produttive nell’URSS e nell’Europa orientale. Ma più queste forze si sviluppavano, meno la burocrazia era in grado di dirigerle. Crisi della gestione economica e politica della burocrazia, pressione crescente del capitalismo mondiale in crisi, resistenza (a volte rivoluzionaria) dei lavoratori: questi furono gli elementi che diedero origine alla perestrojka e provocarono il crollo delle burocrazie dell’URSS e dell’Europa dell’Est.
Note:
1. Lev Trotskij. Opere, Parigi, ILT, v.2, p. 193.
2. Lev Trotskij. Bolscevismo e stalinismo, Buenos Aires, El Yunque, 1974, p. 9.
3.Pierre Broue. I trotskisti in URSS, Buenos Aires, Rebelión, s.d.p., p. 90.
4. Lev Trotskij. Come Stalin sconfisse l’opposizione. Scritti, 1935-36, Bogotá, Pluma, 1976, p.3.
5. Ernest Mandel. Che cos’è il trotskismo?, Londra, Red Books, 1975, p. 16.
6. Lev Trotskij. Stalin. Il grande organizzatore delle sconfitte. Buenos Aires, El Yunque, 1974, p. 80.
7. Idem. pag. 94-95.
8. Andrés Romero. Dopo lo stalinismo. Buenos Aires, Antidoto, 1995, pp. 23-25.
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