Di Osvaldo Coggiola
Pubblichiamo un articolo di Coggiola, professore di storia all’università di San Paolo e dirigente troskista legato alla tradizione del Partido Obrero argentino, in cui egli analizza la natura del Segretariato Unificato – corrente che si rivendica erede della Quarta Internazionale fondata nel 1938 – e delle principali correnti internazionali del “trotskismo”. L’articolo uscì nel numero 14 della rivista teorica del PO “En Defensa del Marxismo” nel 1996. L’articolo risulta utile per comprendere la degenerazione opportunista di una gran parte delle organizzazioni “trotskiste” e la possibilità o meno di rigenerarle con una battaglia politica al loro interno.
La caratteristica comune dei raggruppamenti internazionali “trotskisti” (quelli che hanno un significato politico), in particolare del Segretariato unificato della Quarta Internazionale (SU), è la loro strutturazione, sociale e politica, in un campo ostile all’indipendenza di classe e alla rivoluzione proletaria . Questa presa di coscienza è il punto di partenza di ogni tendenza trotskista internazionale che si proponga seriamente il compito di ricostruire la Quarta Internazionale.
Centrismo?
Non si tratta di organizzazioni centriste, cioè organizzazioni basate sulla classe operaia che oscillano tra riformismo e rivoluzione, né riformiste, cioè organizzazioni di massa che postulano che il capitalismo possa trasformarsi, gradualmente, in socialismo come conseguenza delle riforme realizzate dal movimento operaio. Il suo riferimento (sempre più platonico) a Trotsky e alla Quarta Internazionale (cioè alla corrente storica della rivoluzione) non è un’attenuante, ma specifica la funzione politica di queste correnti: il blocco dell’organizzazione rivoluzionaria dell’avanguardia operaia e combattiva in nome di Trotsky, cioè la castrazione del trotskismo (proprio come la funzione ultima dello stalinismo era raggiungere lo stesso obiettivo in nome di Lenin e della rivoluzione sovietica).
Ben inteso, questo non è il risultato di una cospirazione o di uno sviluppo spontaneo, ma il culmine di uno sviluppo storico, la cui componente centrale è il fallimento della Quarta Internazionale nel strutturarsi come corrente operaia rivoluzionaria o, che è lo stesso, il ritardo dell’avanguardia operaia rivoluzionaria nell’organizzarsi come partito mondiale. Allo stesso tempo, così come l’ipocrisia è il prezzo che il vizio paga alla virtù, la sopravvivenza ipocrita del riferimento “trotskista” evidenzia la straordinaria forza politica e programmatica della corrente creata da Trotsky negli anni ’30, allo stesso modo in cui il “leninismo” stalinista ha evidenziato, in modo burocratico e reazionario, la sopravvivenza dei rapporti sociali creati dalla rivoluzione sovietica, straordinaria forza storica dell’Ottobre anche nell’ora della sua ritirata.
Un’altra cosa è affermare, che questi raggruppamenti svolgono questo compito consapevolmente – i passati tradimenti dello stalinismo e della socialdemocrazia dimostrano la natura diffusa dei limiti tra coscienza e incoscienza -, o che al loro interno non possono eventualmente emergere gruppi classisti o rivoluzionari (il che non sarebbe distinguerli dagli altri partiti politici). Niente di tutto ciò può essere un pretesto per evitare il compito di creare una corrente trotskista indipendente, cosa che non sarebbe necessaria se queste correnti fossero centriste e recuperabili.
Affermare che queste correnti svolgono un compito progressista di mettere in contatto settori delle avanguardie operaie e giovanili con la letteratura trotskista è come dire che lo stalinismo è progressista perché ha pubblicato le Opere complete di Lenin (più progressista allora dei trotskisti europei, giacché si è impegnato molto di più nel compito). Il merito in entrambi i casi non è degli epigoni, ma dei maestri, e l’attività editoriale (mutilata), è un prezzo pagato per continuare a coprirsi della loro autorità.
Sarebbe unilaterale, e quindi falso, affermare che l’SU, il lambertismo o il morenismo fossero caratterizzati da una qualche deviazione politico-ideologica particolare. La caratteristica di queste correnti è quella di aver indossato tutte le maglie politiche possibili: stalinisti, socialdemocratici, nazionalisti, castro-foquisti, petardisti, ambientalisti, ecc. Non sono stati caratterizzati da alcuna deviazione politica specifica (in tal caso, si tratterebbe di discuterla e riformarli), ma dalla ricerca di tutti i tipi di modelli politici necessari per dissolvere il compito di erigere la Quarta Internazionale, cioè, l’organizzazione politica rivoluzionaria dell’avanguardia operaia.
Adattazionismo e destrismo
Sostenere attualmente che il SU “mantiene nei paesi arretrati un adattamento all’ideologia e alla politica dei movimenti nazionalisti radicali piccolo-borghesi” (1) è unilaterale, e lo è ancora di più se non si precisa la funzione storica di questi movimenti e la loro evoluzione politica nella fase recente. In Medio Oriente e in Irlanda, per citare due casi importanti, la posizione del SU (e dei lambertisti e dei morenisti) è francamente filo-imperialista. Sostengono i “processi di pace” sponsorizzati dagli Stati Uniti (che il morenismo arrivò a descrivere come una “vittoria delle masse”), ponendosi a destra anche dei settori nazionalisti che li condannano.
In Medio Oriente, gli accordi di Oslo si basano sul dichiarare “contesi” i territori precedentemente definiti “occupati” dall’ONU. Inprecor (SU) ha pubblicato un articolo ditirambico sul defunto Yitzhak Rabin, elogiando il “passaggio da una società consensuale a una società normale (sic) e pluralista” in Israele, e affermando che “i sentimenti democratici e pacifisti, apparsi in modo spettacolare e massiccio negli ultimi giorni, ci permettono di guardare al futuro con speranza” (2). Tutte queste tendenze hanno abbandonato la lotta contro lo Stato sionista, appartenendo alla tendenza The Militant la teorizzazione secondo cui quattro decenni di occupazione “hanno creato una coscienza nazionale israeliana”, così come ha abbandonato la lotta per l’unità e la liberazione nazionale dell’Irlanda in nome dell'”unità socialista della Gran Bretagna”, che offre il pretesto “di sinistra” per tradire la direzione borghese del nazionalismo irlandese, il Sinn Féin, che svende la lotta nazionale al padrone inglese e all’imperialismo yankee. Niente di sorprendente in una corrente che, nella guerra delle Falkland, proclamò la sua neutralità (oggettivamente favorevole all’imperialismo inglese), in nome di una “Federazione socialista di Inghilterra, Argentina e delle Falkland” (sic), che la collocò ben a destra del nazionalismo radicale irlandese che, almeno, sostenne l’Argentina.
L’Opposizione Trotskista Internazionale (ITO) è consapevole dei dati di questa evoluzione, sottolineando, ad esempio, che “gli articoli sulla stampa delle sezioni dell’Internazionale (SU) non si oppongono ad un intervento imperialista (nella ex Jugoslavia) o lo difendono attivamente” (3) o che, in Iran, il SU ha rotto con la sua sezione ufficiale per sostenere un gruppo islamico che difende la dura repressione dei partiti di sinistra, compresi i trotskisti (4). Due casi modello tra decine di esempi negli ultimi 45 anni, il che dovrebbe portare ogni militante onesto a trarre una conclusione politica definitiva sulla natura del SU. Quando entra a far parte dei movimenti nazionalisti “ampi” e/o piccolo borghesi, lo fa per sostenere le sue tendenze più di destra, come nel PT brasiliano, dove la sezione del SU è la punta di diamante della direzione burocratica contro la sua ala sinistra, dopo aver presieduto i tribunali disciplinari che hanno espulso i trotskisti; o in Messico, dove l’SU ha inizialmente dichiarato la sua neutralità di fronte ai “fatti del Chiapas” (ha chiesto anche la mediazione della Chiesa!), per poi, nell’ambito dell’evoluzione a destra dell’EZLN, pensare di aderirvi per sostenere tale evoluzione, addirittura contro quei settori refrattari della base zapatista (5).
Nel Forum di San Pablo, che riunisce la maggioranza della sinistra latinoamericana, l’SU, malgrado tutta la sua demagogia contro il “neoliberismo”, ha sostenuto tutta l’evoluzione programmatica in direzione di un accordo strategico con l’imperialismo yankee. Tra Jugoslavia, Iran, Messico e Bolivia la distanza geografica è grande, ma la distanza politica è zero per quanto riguarda le posizioni del Segretariato.
Degenerazione e parassitismo
Le attuali posizioni del SU sono, allo stesso tempo, la conclusione di un lungo processo politico e un aspetto della spettacolare evoluzione filo-borghese della sinistra mondiale negli ultimi anni. Ma proprio come quest’ultima non è una scusante, la prima non è stata solo un processo ideologico. Il “pablismo” (l’apologia della burocrazia russa in nome del “trotskismo”) era l’espressione teorica dell’incapacità di costruire in modo rivoluzionario la Quarta Internazionale. Come il 1938 non fu il momento magico della fondazione del IV, così il Terzo Congresso Mondiale (1951) non fu il momento magico della sua degenerazione. Le radici di ciò vanno ricercate nei problemi politici affrontati dall’Internazionale dopo la morte di Trotsky, durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra, nonché nella debolezza politica e sociale del movimento che diede origine a essa negli anni 30, nonostante la formidabile presenza di Trotsky e di altri militanti d’eccezione (quasi tutti assassinati durante la guerra).
Il pablismo non ha costituito solo un difetto teorico-politico, ma anche, nella misura in cui la lotta di classe – come per sua natura – non tollera il vuoto, un processo che ha trasformato queste correnti in espressione di altre classi sociali. L’SU ha avuto il “vantaggio” di esprimere pienamente questo processo, teorizzando, ad esempio, la sostituzione della direzione proletaria della rivoluzione con i contadini o la piccola borghesia radicalizzata, caratteristica della sua adesione al foquismo in America Latina, o alle teorie accademiche sulle “nuove avanguardie” in Europa.
Nella misura in cui mantenne un riferimento formale al trotskismo (all’indipendenza di classe), ciò determinò che l’SU e i suoi consorti diventarono sempre più solo un’espressione parassitaria delle correnti piccolo-borghesi o operaie controrivoluzionarie. Come abbiamo detto molto tempo fa, “al margine dall’evoluzione politica concreta della classe operaia, il pensiero che si rivendica a favore del trotskismo entra nel piano della speculazione aberrante, perché si lascia trascinare dalla pressione dei partiti piccolo-borghesi e cerca di preservare la propria fisionomia difendendo un’indipendenza che non ha, slegata dalla sua classe sociale. In queste condizioni, una corrente può esistere solo come espressione vergognosa delle altre” (6).
Dal revisionismo al democratismo borghese
L’irreversibilità del processo del SU è evidente nell’invariabile involuzione destrorsa prodottasi dopo ogni disastro politico. Dopo la catastrofe “avanguardista” e foquista, l’SU ha prodotto una vergognosa autocritica, che non ha fatto nemmeno riferimento alle manie di guerriglia del IX Congresso Mondiale (1969) (7), e che è stata definita puramente formale dalle stesse correnti interne del SU (8).
Con il pretesto di offrire un sistema di garanzie contro la burocratizzazione di una futura dittatura proletaria, il documento subordinava la rivoluzione ad uno Statuto di Garanzie per la borghesia. “Libertà politiche illimitate per la borghesia purché non commetta atti di forza contro la classe operaia”: quali sarebbero questi atti? Come misurarne la forza? Qual è il significato di queste astrazioni quando non si conosce il corso specifico della guerra civile in un dato paese? Con il pretesto della “democrazia operaia”, è stato esteso in anticipo un certificato di garanzia alle organizzazioni padronali, la cui legalità e diritti venivano garantiti in anticipo.
“La democrazia operaia implica l’estensione dei diritti democratici dei lavoratori, superando i diritti goduti nella società borghese”: presa letteralmente, ciò significa escludere le centinaia di milioni di lavoratori dei paesi arretrati che non godono di tali diritti. In realtà, l’unica cosa vietata è il “diritto” dei lavoratori ad esercitare il loro dominio politico nella società. L’unico “merito” del nuovo “programma” del SU è stato quello di anticipare la deriva democratizzante di tutta la sinistra mondiale, addirittura patrocinandola: giacchè anche i trotskisti erano d’accordo!
Solo la nostra corrente ha prodotto una delimitazione marxista rispetto a quel programma e rispetto all’unica reazione che ha prodotto nel SU, prodotta proprio dalla sua corrente più democratizzante (morenismo), che, in un atto di opportunismo illimitato, si è mossa ad una vera e propria apologia della burocrazia, dimostrando il completo esaurimento del “marxismo” nel SU(9). Il passo logico successivo fu l’abbandono della dittatura del proletariato, la stessa cosa che fecero i loro oppositori “di sinistra”, i quali, dopo aver rotto con l’SU, si organizzarono in una corrente, la LIT, che in prima battuta abbandonò la dittatura proletaria dichiarandosi favorevole ad un “regime di democrazia operaia” e al “socialismo con democrazia” (cioè alla riforma della burocrazia) (10).
Democratismo e burocrazia
Si concludeva un percorso revisionista: ciò che nel pablismo era revisionismo empirico, si trasformava con Mandel in un revisionismo organico, con la teoria del “carattere inevitabile delle deformazioni burocratiche nella società di transizione” (11): la burocrazia esprimeva una necessità storica, non essendo più, come per Trotsky in La rivoluzione tradita, uno strato sociale restaurazionista.
Alla vigilia della “perestrojka”, ciò portò l’SU, al Congresso del 1984, a “non dare credito alle ipotesi azzardate sull’imminente collasso dell’economia sovietica” e, inoltre, a prevedere che l’immediato futuro avrebbe reso “evidente che la riconciliazione tra Nixon e Mao, o tra Carter e Deng Tsiao Ping, come in passato il patto Hitler-Stalin, ha solo un significato temporaneo e non un significato strutturale riguardante la natura sociale della Repubblica popolare cinese” (12).
Allo stesso tempo, il PO, riferendosi all’accordo concluso tra l’Inghilterra e la burocrazia cinese per la restituzione di Hong Kong nel 1997, ha affermato che “l’integrazione in uno Stato operaio di un territorio in cui si mantiene lo sfruttamento capitalista significa un principio di trasformazione della burocrazia in una classe sociale, perché da ciò lo Stato burocratico diventa garante della riproduzione del regime capitalista. Il passaggio alla difesa di un regime di sfruttamento capitalistico in una parte del territorio porrebbe un cambiamento di caratterizzazione della burocrazia” (13).
Non è (solo) una questione di maggiore chiaroveggenza politica, ma soprattutto di una questione di programma: quando i regimi burocratici crollano e la burocrazia stessa apre un percorso dichiaratamente restaurazionista, l’SU, facendo eco alla propaganda imperialista sulla “fine del comunismo” , dichiarò obsoleta la previsione di Trotsky (la rivoluzione politica), nel momento esatto in cui l’unica previsione che si rivelò sbagliata al 100% era… quella della stessa SU.
Il XIII Congresso dell’Unione Sovietica (1991) decretò poi la fine del ciclo storico della rivoluzione socialista, dichiarando che “la Rivoluzione d’Ottobre non rappresenta più il riferimento centrale con cui i rivoluzionari di tutto il mondo si definiscono” ( 14), cioè , proprio come la propaganda borghese, la fine della burocrazia equivale alla fine del comunismo. Il Congresso ha anche rivelato il disfacimento organizzativo del SU, con la defezione di intere sezioni (SWP degli USA, LCR della Spagna, ecc.) (15).
Programma capitalista
Il XIV Congresso Mondiale (1995) ha riaffermato caducità del trotskismo e l’inattualità della rivoluzione, partendo, per l’analisi della situazione mondiale, dall’esistenza di una lunga onda recessiva che si traduce in una profonda trasformazione della logica dell’accumulazione”. (16) Un’analisi tanto lungo quanto superficiale della situazione economica e politica mondiale, in cui la lotta di classe non viene nemmeno menzionata, conclude affermando che “i cambiamenti in atto non sono congiunturali bensì sono una trasformazione storica del modo di produzione capitalistico.”(17). Terminato il ciclo storico della rivoluzione socialista, si è aperto pertanto quello della rivoluzione capitalista: il SU tuttavia non trae le dovute conclusioni delle proprie posizioni (anche se la possibilità dell’autodissoluzione viene evocata nei testi congressuali).
Si tratta di un modello di evoluzione comune a tutti i raggruppamenti internazionali. L’ultima teoria di Lambert è quella dell'”imperialismo senile”: poiché secondo Lenin l’imperialismo è la fase senile del capitale, si può ora supporre che esista una “senilità della senilità”, e così via, come nel problema della freccia e il suo bersaglio della filosofia greca. Dallo sviluppo attuale della speculazione capitalistica si deduce che le leggi del capitale enunciate da Marx non funzionano più (o quasi), e si rivendica la “reindustrializzazione” e “la portata rivoluzionaria della lotta per riconquistare il consumo”, per concludere con questa brillante scoperta economica: “l’aumento dei consumi porterebbe ad un aumento della produzione di merci… unico punto di partenza per una vera ripresa economica” (18). Dopo un’evoluzione grottesca, il lambertismo finisce nella destra della socialdemocrazia storica, per la quale, almeno, il programma minimo non era una strategia (e che non compieva un’apologia della produzione di merci, né della produzione capitalista).
La LIT morenista si rivela anch’essa una finzione politica completa, attualmente impegnata in una discussione in cui, sulla base dei concetti creati dalla stessa economia borghese (globalizzazione, postfordismo, ecc.), si considera anche in questo caso l’esistenza di una nuova fase storica del capitalismo, la cui crisi non è il sintomo del suo esaurimento, ma l’ostetrica di un capitalismo “globale”, emancipato dalle economie e dagli Stati nazionali (19), il che significherebbe che ha superato la sua principale contraddizione storica, la quale lo ha portato alla sua declino imperialista e a due conflagrazioni mondiali.
Nessuna corrente “trotskista” parte dal punto di partenza elementare per l’analisi della situazione attuale: nel contesto del suo declino storico e della crisi più profonda della sua storia, il culmine raggiunto dall’astrazione del capitale e dall’internazionalizzazione senza precedenti della produzione entrano in uno scontro senza precedenti con il rafforzamento dei confini nazionali e lo sfruttamento imperialista (processo che si esprime nella guerra commerciale, industriale e finanziaria: nella formazione di blocchi regionali attorno alle potenze; nel favoloso debito estero; nel rafforzamento poliziesco e militare delle Stati e nella virulenza dei conflitti locali). Se lo sviluppo capitalistico è stato storicamente caratterizzato dalla contraddizione tra il carattere sempre più sociale della produzione e il carattere sempre più privato dell’appropriazione, nell’epoca imperialista questa contraddizione si dispiega nel carattere sempre più internazionale della produzione e nel carattere sempre più nazionale dell’appropriazione, che sta attualmente raggiungendo il suo parossismo.
La IV Internazionale
L’evoluzione sempre più a destra dei gruppi “trotskisti” non è dovuta ad un centrismo empirico, ma ad una profonda evoluzione programmatica in direzione del capitale, che affonda le sue radici negli errori del passato, nel modo burocratico-empirico con cui furono affrontati, e nella perdita della vena classista. La conclusione politica che da trarre è chiara: nonostante le loro oscillazioni cicliche, il SU e i consorti sono completamente degenerati dal punto di vista marxista e persi nel compito di erigere una internazionale dei lavoratori.
La crisi della direzione del proletariato mondiale richiede una politica operaia internazionale: solo essa può offrire una via d’uscita da questa crisi. Le idee formano quadri. L’eredità del trotskismo per questa politica è il Programma di transizione e la propria continuità storica, poiché la nuova Internazionale deve iniziare il suo lavoro da dove le precedenti si erano interrotte. Poiché può costruirsi solo sulla storia concreta e non nel vuoto, l’Internazionale da ricostruire è la IV: la sua rivendicazione non è una rivendicazione settaria del trotskismo, ma piuttosto la ripresa di un lavoro storico intrapreso dal proletariato mondiale nell’ultimo secolo e mezzo.
Note:
1.ITO. La crisi della Quarta Internazionale e le scelte dei trotskisti coerenti. Bollettino della fazione per l’Internazionale trotskista, vol. 1, marzo 1992
2. Inprecor n°397. Parigi, dicembre 1995.
3. Bollettino Trotskyste n” 2, gennaio 1993.
4. Appeal pour la Constitution d’une Ten-dance de Gauche dans la QI, Bulletin de Débat International n° 7,13éme. Congresso mondiale, novembre 1990.
5. Cfr. Osvaldo Coggiola. La crisi messicana e la guerriglia zapatista. In difesa del marxismo n° 10, Buenos Aires, dicembre 1995.
6. Julio N. Magri. Il revisionismo nel trotskismo, Buenos Aires. Politica operaia, 1973.
7. Anche nel caso dei paesi in cui si verificano grandi mobilitazioni e conflitti di classe urbani, la guerra civile assumerà diverse forme di lotta armata, in cui l’asse principale sarà la guerriglia rurale, termine il cui significato essenziale è geografico-militare, non implicando una composizione sociale prevalentemente contadina… L’America Latina è entrata in un periodo di esplosioni rivoluzionarie e conflitti di lotta armata e guerra civile su scala continentale… L’unica prospettiva realistica è quella di una lotta armata che possa durare molti anni. La preparazione tecnica non può essere concepita solo come uno degli aspetti del lavoro, ma come il suo aspetto fondamentale su scala internazionale.
8. Cfr. Jack Bames. Il significato dell’autocritica sull’America Latina del TMI dell’SU. Bollettino interno CORCI n. 4, 1977.
9. Cfr. Aníbal Romero. La “Dittatura Rivoluzionaria del Proletariato” secondo Nahuel Moreno, Internacionalismo n° 2, dicembre 1980; riprodotto in In difesa del marxismo n. 13. Buenos Aires, luglio 1996.
10.Manifesto della Lega Internazionale dei Lavoratori, ottobre 1985.
11.Emest Mandel. De la Bureaucratie, Cahiers Rouge n. 3. Parigi, 1969.
12. Progetto di tesi sulla situazione internazionale del Segretariato unificato, Bollettino interno di discussione internazionale n. 7, giugno 1984.
13.Prensa Obrera n° 56, 17 ottobre 1984.
14.Inprecor n° 86. Madrid, settembre 1991.
15.Cfr. Aldo Ramirez. Il XIII Congresso Mondiale del Segretariato Unificato della IV Internazionale, In difesa del marxismo n°4. Buenos Aires, aprile 1992.
16. Risoluzioni del XIV Congresso Mondiale della IV Internazionale, Inprecor n°50, Messico, novembre 1995.
17. Em Tempo n° 282, San Pablo, giugno 1995.
18. Daniel Glückstein. O Imperialismo Senile, San Paolo, O Trabalho, 1996.
19. Discussao sobre Economía e Reestru-turayáo Produtiva, Bollettino speciale. LIT-QI, gennaio 1996.
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