La Quarta Internazionale, il PCL e il codismo piccolo borghese

La costruzione della Quarta Internazionale rimane un compito storico valido nella misura in cui il “trotskismo” non è mai stato una sterile contrapposizione alla figura di Stalin, bensì l’affermazione della validità e della vigenza della rivoluzione socialista mondiale come obbiettivo politico del movimento operaio, obbiettivo necessario per emanciparsi socialmente dallo sfruttamento capitalistico. Questa battaglia politica per un partito rivoluzionario ovviamente ha avuto i suoi passi avanti e i suoi arretramenti, giacché non avveniva nel vuoto ma in un contesto politico segnato dalla repressione, da tentativi di cooptazione politica, da reflussi e ascese della lotta di classe, da un determinato livello di formazione dei quadri, eccetera e eccetera, che, ovviamente, hanno condizionato la costruzione della Quarta Internazionale e la coerenza politica e morale dei suoi dirigenti e dei suoi militanti.

A livello internazionale, soprattutto in Europa e America Latina, si sono sviluppate due correnti del trotskismo, il mandelismo (o pablismo) e il morenismo, che hanno distorto la sua prospettiva politica; che hanno abbandonato i principi del marxismo rivoluzionario e propugnato strategie fattualmente contrapposte a quelle della Quarta Internazionale (altre correnti oggi non hanno più un’influenza internazionale e per la natura dell’articolo non è importante analizzarle). In effetti, quest’ultima si basa sull’idea di fondo che: 1) la società capitalistica si basa sullo sfruttamento dei lavoratori salariati e che ora, nella sua epoca di agonia, le forme di sfruttamento e oppressione politica risultano essere sempre più barbariche; 2) che per emancipare il proletariato sia necessaria la rivoluzione proletaria e il potere operaio e che questo solo possa affermarsi storicamente a livello internazionale; 3) che per raggiungere questo obbiettivo strategico sia necessaria l’indipendenza politica del movimento operaio e la formazione di un partito operaio indipendente (ovviamente questo riassunto non coglie la totalità degli aspetti del programma fondativo della Quarta).

Il mandelismo, dopo la seconda guerra mondiale, sotto la pressione della crescita impressionante dello stalinismo sostituì la classe operaia come soggetto rivoluzionario con la burocrazia sovietica, teorizzando che il socialismo sarebbe stato frutto non della lotta di classe ma della lotta tra “sistemi”: tra il campo del “socialismo reale” e il capitalismo “occidentale”. Dopo che la rivoluzione cubana ispirò una gran parte della “nuova sinistra” alla rottura con lo stalinismo tradizionale e ad imbracciare le idee della guerriglia – il “foquismo” -, Mandel teorizzò la rivoluzione per via di gruppi di fuoco e del petardismo urbano invece che per via della lotta di massa degli operai. Quando negli anni ’80, sull’onda del reflusso della crisi rivoluzionaria del ’68, nell’intellettualità piccolo borghese la rivoluzione socialista venne sostituita dalla “democrazia diretta” e dalla cultura postmoderna incentrata sulle identità discriminate, e nella stessa burocrazia dei partiti comunisti s’imposero l’eurocomunismo e la perestroika, il mandelismo rinnegò la dittatura del proletariato in nome della “democrazia sociale” o del “socialismo con libertà democratiche”; questa fase rimane tutt’ora in vigore, con l’aggravante che gli epigoni di Mandel hanno dato il proprio appoggio, insieme al movimentismo No Global, ai governi borghesi del centrosinistra liberale o ai governi della sinistra parlamentarista di Syriza e Podemos. 

Il mandelismo aveva un maggior peso in Europa, invece il morenismo aveva un maggior peso in Argentina e in America Latina. Mentre lo stalinismo era egemone in Europa e per questo influenzava con maggior forza il mandelismo, in America Latina rimaneva una forza minoritaria e il suo posto veniva assunto dal nazionalismo borghese dei Peron e dei Vargas; questa peculiarità ebbe come conseguenza che il morenismo liquidò la propria organizzazione per entrare nel movimento peronista in Argentina e propugnando l’idea che sotto la bandiera di Peron sarebbe avvenuta la rivoluzione sociale. Quando poi l’eco della rivoluzione cubana arrivò in America Latina sostenne che “la necessità storica di un partito operaio era storicamente decaduta”, promuovendo teoricamente la necessità della guerriglia urbana. Anche il morenismo promosse entusiasticamente l’idea del “socialismo con libertà democratiche”, arrivando all’assurdo di definire la restaurazione capitalistica in URSS come una rivoluzione democratica trionfante.

Queste similitudini hanno una propria logica, poiché sono effetti similari, a volte identici, della stessa causa politica e sociale: i quadri delle organizzazioni di sinistra provengono per lo più dalle file della piccola borghesia intellettuale o dall’aristocrazia operaia, poiché sono quei settori sociali che hanno una maggiore possibilità di studiare e formarsi culturalmente e anche un maggior tempo libero a disposizione; ciò fa sì che il professore, l’impiegato, lo studente, il tecnico, il funzionario sindacale, siano quegli elementi che dedicano con maggiore costanza la propria vita alla militanza e abbiano maggiori strumenti per ottenere ruoli di responsabilità nelle organizzazioni.

La miglior condizione economica al contempo, però, fa sì che la società capitalistica eserciti una minor pressione sulla vita del quadro di sinistra e che quindi egli possa adattarsi alla società capitalistica e non mettere in rischio il proprio piccolo previlegio in nome di una politica rivoluzionaria. Questo per esempio spiega perché i quadri e i dirigenti del bolscevismo, i “rivoluzionari di professione”, o come vennero definiti da Lenin i “vecchi bolscevichi”, furono i promotori di una politica di sostegno al governo provvisorio della borghesia russa, mentre la base operaia, che erano quei militanti che dovevano subire le conseguenze della guerra, la morte dei propri figli al fronte, le code per il pane e la miseria, questa base militante, sostenne Lenin e la strategia di “tutto il potere ai soviet” per farla finita col capitalismo e la guerra; strategia rivoluzionaria che non venne sostenuta da coloro che, come “rivoluzionari di professione”, non soffrivano le pene della guerra e potevano tollerarla come fenomeno sociale, mentre la strategia rivoluzionaria di Lenin poteva mettere a repentaglio la legalità del partito e condannare i vari Stalin e Kamenev, i “vecchi bolscevichi”, alla repressione e alla clandestinità. Questa era la base materiale della intransigenza rivoluzionaria degli uni e dell’adattamento al capitale degli altri.

Al contempo la piccola borghesia si caratterizza dal punto di vista sociale per la sua debolezza di fronte le grandi organizzazioni di massa e di fronte il grande capitale; questo fa sì che il piccolo borghese privo di una comunità forte ricerchi sostegno sociale e psicologico tramite il fenomeno del conformismo sociale; a tal punto è evidente tale fenomeno sociale, che gli stessi filosofi ostili al movimento operaio o promotori dell’irrazionalismo filosofico – per esempio Tocqueville e Nietzsche – analizzarono come la società “democratica” – il nascente capitalismo – promovesse tale infragilimento della persona e il suo conformismo patologico. Questo fa sì che una parte importante dei quadri di partiti di sinistra non solo si adattano al capitalismo, promuovendo una politica di collaborazione di classe, bensì spesse volte adottano un’attitudine conservatrice e dogmatica verso il proprio gruppo dirigente; invece di mettere in discussione la propria piccola posizione nel partito che dà al quadro una piccola forma di riconoscimento sociale, si seguono fedelmente le direttive del “Partito” visto come una entità infallibile. Questa dinamica spiega come ci sia una tendenza oggettiva all’adattamento dei partiti operai al capitalismo e che questa possa essere soltanto combattuta con una discussione franca e una battaglia politica e programmatica chiara.

Il morenismo e il mandelismo hanno rappresentato questo adattamento al capitalismo nelle file della Quarta Internazionale, per via del codismo nei confronti della piccola borghesia di sinistra e delle burocrazie operaie che, via via, promuovevano nuove forme di opportunismo politico. L’isolamento e le difficoltà nel costruire un partito rivoluzionario venivano “affrontate” inseguendo i quadri della sinistra e le tendenze opportuniste del momento, così come in nome della “tattica” e di uno spirito “anti-settario” entrambe le correnti sostennero “criticamente” settori della burocrazia sindacale e degli Stati “socialisti”. Per l’economia di quest’articolo, che si pone l’obbiettivo di analizzare l’intervento politico del PCL e il suo legame con la Quarta Internazionale, non ha senso approfondire maggiormente e nel dettaglio la storia e la crisi della Quarta; semplicemente abbiamo delineato degli aspetti essenziali dell’opportunismo “quartinternazionalista” per comprendere meglio dei limiti del PCL e del suo intervento internazionale (per una riflessione più comprensiva sulla Quarta e la lotta per rifondarla rimandiamo ad un prossimo articolo della rivista di Potere Operaio).

Il PCL e l’opportunismo troskista

In un documento congressuale sulla Quarta Internazionale [3] il PCL caratterizza il mandelismo odierno – che si riunisce nel Segretariato Unificato (SU) della Quarta Internazionale – ed esso viene giudicato una corrente revisionista del troskismo. Benissimo. Mentre il morenismo viene caratterizzato come segnato da “manovrismo” e “impressionismo”, tacendo, però, sul codismo politico sistematico alle direzioni nazionaliste e piccolo borghesi del movimento operaio. Come abbiamo mostrato precedentemente, queste due correnti sono due tendenze controrivoluzionarie le quali hanno come funzione politica di castrare l’adesione dei militanti combattivi alla Quarta Internazionale, per via del loro codismo politico verso la piccola borghesia e per via della rinuncia alla costruzione di un partito operaio indipendente. [4]Il richiamo alla Quarta è lo strumento con il quale svolgono questo ruolo controrivoluzionario; ogni compromesso e ogni ambiguità rispetto una battaglia politica e programmatica con queste tendenze rappresenta un segnale che si vuole liquidare la battaglia per rifondare la Quarta per qualche vantaggio organizzativo.   

“Llama la atencion” che la critica al mandelismo nell’elaborazione del PCL viene presentata come un problema astrattamente ideologico, svincolato dalla sua natura di classe, cioè dalle condizioni sociali concrete che promuovono tale opportunismo. Rispetto al morenismo l’ingenuità della critica arriva a l’apoteosi poiché il “manovrismo” e l’“impressionismo” sarebbero problematiche secondarie per una organizzazione. Peccato, che questi difetti sono la conseguenza politica della natura opportunistica del morenismo: nella misura in cui non difendo un programma rivoluzionario – e quindi una visione generale e coerente della realtà politica, bensì mi limito ad accodarmi alla sinistra opportunista e burocratica, allora questo metodo implica che di volta in volta io cambi le mie idee in base alle “mode” della sinistra piccolo borghese. Ergo, le svolte “impressionistiche” e “manovriere” sono il modo con cui abbandono la lotta per un partito operaio indipendente e con il quale mi subordino alle direzioni opportuniste del movimento operaio, invece il PCL lo presenta come un difetto secondario che non rimuove la natura rivoluzionaria delle organizzazioni moreniste. Per esempio, un caso tipico di “impressionismo” e di “manovrismo” morenista avvenne quando per liquidare il proprio partito nel peronismo e avvicinare all’organizzazione militanti peronisti condannò il castrismo come un movimento “gorila” – cioè della destra eversiva antioperaia -, per poi idealizzare il foquismo castrista quando quest’ultimo divenne egemone nella “nuova sinistra” argentina: le svolte zigzaganti sono figlie dell’opportunismo politico, non di ingenue manovre o analisi impressionistiche.

Per non cadere noi stessi in una lettura ingenua, le “ingenuità” del PCL rispetto il mandelismo e il morenismo in realtà riflettono l’opportunismo del gruppo dirigente di tale partito – che siano riflessi coscienti o incoscienti è del tutto secondario. La lotta per rifondare la Quarta non viene vista come frutto, da un lato, di uno sforzo sistematico per penetrare nelle file del proletariato del proprio paese e, dall’altro, come figlia di una discussione programmatica con le forze politiche che compiono uno sforzo reale per dotare il movimento operaio di un partito rivoluzionario. Al contrario il PCL condanna i militanti che si rifanno alla Quarta e l’avanguardia operaia in generale al discussionismo piccolo borghese e alle manovre mediocri: si limita il proprio intervento internazionale a discutere con qualsiasi setta “troskista”, nella speranza di avere una collaborazione internazionale, nascondendo alla propria base la natura opportunistica del partito con la quale si vuole “rifondare la Quarta”.     

Le critiche del PCL al pablismo non sono coerenti poiché invece di rompere nettamente con un’organizzazione controrivoluzionaria[5] e piccolo borghese, cerca di raccattare militanti opportunisti facendo militare i compagni della sua tendenza internazionale nelle file del mandelismo (Segretariato Unificato). Per via di questo “entrismo” deve moderare la critica al Segretariato e collaborare con correnti, quali i gruppi Anticapitalismo e Rivoluzione francese e la spagnola IZAR, che rivendicano la tradizione politica di Mandel e il movimentismo politico: non rivendicano e non propagandano il governo dei lavoratori come parola d’ordine centrale del proprio programma e riducono la propria militanza al movimentismo. Una versione “trotskista”, magari un poco più radicale, di altre forze dell’estrema sinistra, come Antarsya o Potere al Popolo, in cui si promuove un’opposizione al centrosinistra senza proporre un’alternativa rivoluzionaria del proletariato. Allo stesso tempo si rimuove ogni critica al morenismo per compiere delle manovre con la galassia di partiti morenisti presenti in Argentina. L’ultima manovra porta il PCL al tentativo di liquidare la lotta per la Quarta Internazionale con un partito quale l’MST argentino. Un partito che ha sostenuto liste di centrosinistra similari alla lista Santoro (Pino Solanas) – ossia liste elettorali senza peso nel movimento operaio che promuovono una linea demagogica nei confronti del “neoliberalismo”. Un partito che ha sostenuto in varie occasioni movimenti reazionari come l’opposizione imperialista in Venezuela e la “rivolta del campo” promossa dall’oligarchia fondiaria della “Sociedad rural” in Argentina. Un partito che vuole trasformare definitivamente il FIT in un “partito ampio” come Podemos, in cui vegeterebbero presunte tendenze rivoluzionarie assieme a tendenze piccolo borghesi opportuniste e movimentiste (ambientalisti, femministi, “anticapitalisti”). Un partito, in sintesi, che ha abbandonato definitivamente la lotta per la dittatura del proletariato e il principio dell’indipendenza di classe di fronte alla borghesia.

In questo contesto la liquidazione della Quarta viene giustificata con l’“entrismo” e il dibattito antisettario. L’entrismo è nato come misura tattica figlia di “un’analisi concreta di una situazione concreta”, ossia come un breve periodo di lavoro organizzato all’interno di partiti riformisti di massa in cui la base operaia era in contraddizione con la politica di collaborazione di classe del gruppo dirigente. Era una forma per conquistare un settore operaio che stava per entrare in rotta di collisione con la piccola borghesia, per formare al più presto un partito rivoluzionario indipendente capace di intervenire nelle crisi rivoluzionarie degli anni trenta. L’“entrismo” del PCL nel Segretariato Unificato è il permanere lungo cinque decenni di militanti che indirizzano le proprie energie ad avvicinare la piccola borghesia opportunista del SU, con manovre e discussioni su ciò che un partito dovrebbe o non dovrebbe fare, invece di promuovere una propaganda del programma rivoluzionario nella classe operaia e sulla base di ciò reclutare quadri e militanti. Un codismo che annulla la militanza rivoluzionaria. E che per di più frustra ogni possibilità di crescita, siccome la base piccolo borghese difficilmente entra in contraddizione con l’opportunismo politico di coloro i quali si adattano al capitalismo (a differenza della base operaia dei vecchi partiti socialdemocratici). Mentre la discussione programmatica andrebbe fatta con le forze che non hanno abbandonato i principi basilari dell’indipendenza di classe di fronte alla borghesia, mentre l’MST e il SU hanno da tempo imbracciato una postura controrivoluzionaria.

Internazionalismo astratto e apparatesco

Lo scenario mondiale del “troskismo” – cioè di quelle organizzazioni che si richiamano alla Quarta, tralasciando se tale rivendicazione sia coerente o meno – vede la presenza del SU che ha definitivamente liquidato ogni prospettiva rivoluzionaria per subordinarsi al centrosinistra borghese, diluendosi in partiti “ampli” come Podemos e Syriza. Oltre a questa destra, v’è un conglomerato di partiti nazionali che in forma settaria promuovono “internazionali” legate – mani e piedi – alla “casa madre” originale. Queste correnti in virtù della difesa del proprio apparato oscillano continuamente da posizioni settarie a posizioni opportuniste, non avendo un programma politico definito e muovendosi semplicemente per via di manovre e polemiche faziose. Il tutto in nome della centralità della costruzione dell’“Internazionale”: “Costruire l’Internazionale è fondamentale”. Non c’è dubbio. “Chocolate por la noticia”. Peccato che questo “centro” di sette nazionali ostacola proprio la costruzione della Quarta; per fare ciò si dovrebbe promuovere un dibattito organizzato per formulare un programma politico della Quarta, sulla base di principi e una strategia rivoluzionari, così da far convergere quelle forze che pur mantengono delle differenze tattiche e organizzative che, per la loro natura, sono minori e inevitabili nei partiti rivoluzionari. Non è così nelle sette che promuovono la frammentazione dell’avanguardia. In questo quadro gli sforzi della “sinistra” hanno prodotti passi avanti e passi indietro, ma su questo torneremo quando parleremo del CRQI.

Esiste perciò un problema di metodo; come primo punto a dibattito. Il metodo che dobbiamo avere è quello di promuovere la costruzione di partiti con una forte influenza nella classe e un’elaborazione programmatica solida, così da facilitare, tramite il proprio esempio e il dibattito programmatico franco, l’avvicinamento e la crescita di altre organizzazioni degli altri paesi. Questo metodo tacciato come “nazional troskismo”, poiché non si affretta a montare apparati internazionali, viene rifiutato dalle organizzazioni troskiste in nome dell’“internazionalismo”. Quest’ultimo si riduce, nei partiti più forti, nel promuovere una rete internazionale di gruppuscoli avulsi alla lotta di classe del proprio paese che riproducono artificialmente in Europa o America Latina l’esperienza di un altro partito, dimostrando di essere politicamente sterili; questa espansione, similare alla logica di una multinazionale che apre nuove sedi in paesi stranieri, permette alla “casa madre” di potersi vantare del proprio internazionalismo e del proprio impegno nella costruzione dell’ “Internazionale”. Al contempo i gruppuscoli senza vitalità e senza capacità di crescere nel movimento operaio trovano nella “casa madre” un sostegno finanziario e un sostegno “psicologico”, dove la pochezza delle proprie forze viene compensata dall’esempio felice del partito “grande” presente in un altro paese; nella speranza ovviamente che tale supporto possa aiutare il gruppuscolo a crescere e fuoriuscire dalla marginalità politica. In questa relazione in cui lo scopo non rimane quello dell’internazionalismo proletario, ma quello di ottenere piccoli vantaggi d’apparato, si promuove l’opportunismo politico. Per esempio: il PTS conduce una politica parlamentarista e di codismo al centrosinistra argentino, in cui, invece di utilizzare il parlamento per denunciare il regime borghese, si votano le leggi del kirchnerismo nella speranza di non perdere voti per una posizione “settaria”; i sodali europei, che rivendicano per sé la maggior “durezza” rivoluzionaria, per evitare di perdere qualche vantaggio d’apparato si guardano bene dal criticare la “casa madre”. Gruppi del genere hanno perso in partenza il proprio spirito rivoluzionario: non si sono venduti per il piatto di lenticchie, si sono accontentati del loro odore.

Il PCL mette in atto qualcosa di similare quando cerca di compiere manovre per avere qualche organizzazione internazionale alle proprie spalle con la quale galvanizzare la propria base militante: “siamo minoritari e in netto arretramento in termini di forze militanti, però guardate quanto è forte la nostra organizzazione internazionale”. Per fare questo, invece di promuovere un dibattito franco e costruire un partito sulla condivisione reale di un programma, compie manovre in cui occulta le divergenze politiche per parassitare sulle organizzazioni internazionali.

Le Internazionali sono sempre nate in contesti concreti e determinati, affrontando problemi altrettanto concreti e determinati (spesso vincolati al problema della guerra imperialista e come il movimento operaio può risparmiarsi l’esperienza tragica di essa). La questione della Quarta Internazionale è fondamentale per superare la crisi di direzione del nostro tempo, che non riguarda più il tradimento e l’influenza sul movimento operaio dello stalinismo e la socialdemocrazia degli anni ’30, semmai riguarda la crisi del troskismo internazionale e dell’avanguardia operaia. Nei confronti del conflitto in Ucraina e una congiuntura storica segnata dal conflitto tra l’imperialismo declinante degli Stati Uniti e l’ascendente potenza cinese, troviamo un movimento operaio disorganizzato e con una scarsa coscienza politica che si vede anche nella confusione politica dell’avanguardia. La rifondazione della Quarta deve iniziare dal confronto di quelle organizzazioni che mantengono la propria indipendenza nei confronti della guerra in Ucraina e più in generale nei confronti del proprio Stato borghese e della propria borghesia. La costruzione artificiale di un apparato internazionale, inviando funzionari in giro per il mondo a costruire gruppi sparuti o frazioni all’interno di partiti avulsi dalla lotta di classe (NPA, PSOL), e l’unificazione manovriera priva di un dibattito programmatico reale, come propugna il PCL, possono essere forme con le quali ottenere nell’immediato organizzazioni internazionali che avvantaggiano un dato apparato, ma non sono un metodo per costruire la Quarta, in quanto in entrambi i casi si raggira un dibattito sulla comprensione dell’epoca attuale e la strategia che ci dobbiamo dare per promuovere la rivoluzione socialista. “Il partito è il programma”, la formazione di un partito ha senso solo nella misura in cui è la forma con la quale far vivere un programma e con la quale si lotta per la sua messa in atto.    

L’esperienza del CRQI

In questo quadro negli anni ’90 nasce l’esperienza che poi porterà al Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale. A partire dal Partido Obrero e dall’OTI – l’organizzazione internazionale del PCL – inizia una campagna politica per raggruppare i partiti e i le organizzazioni rivoluzionarie attorno ad un programma. Non si farà un bilancio completo poiché si ritiene sostanzialmente valido l’articolo succitato di Altamira; semplicemente si vuole distaccare alcuni aspetti necessari per comprendere il ruolo del PCL nella battaglia per rifondare la Quarta.

Fin dalle prime dichiarazioni comuni nascono delle divergenze tra il PO e il PCL: caratterizzazione del SU, forma dell’“entrismo” in Rifondazione, ruolo del giornale, rapporto tra crisi capitalista e rivoluzione socialista e condizioni e metodo per raggiungere l’unità. Il PO proponeva una discussione programmatica sulla situazione mondiale, e i compiti della Quarta in essa, a tutte quelle forze che caratterizzava come l’ala sinistra del troskismo: cioè quelle organizzazioni che riconoscevano la crisi della Quarta come organizzazione internazionale, la natura opportunista irriformabile del SU, e che quindi costruivano un partito contrapposto ad esso, e che rivendicavano i principi della Quarta (indipendenza di classe, dittatura del proletariato, rivoluzione sociale e politica nei paesi burocratici e metodo transitorio superando la distinzione tra programma minimo e massimo). Il PCL al contrario proponeva una unificazione immediata sia delle organizzazioni che firmarono la dichiarazione di Genova, in cui s’annunciava il tentativo di rifondare la Quarta sulle basi politiche suddette; sia delle organizzazioni a cui veniva rivolto l’appello. Cioè proponeva un’unificazione che promuoveva l’ambiguità e la confusione politica in quanto si basava sull’adesione di quattro principi politici, senza la verifica effettiva di una condivisione programmatica delle forze politiche che solo poteva avvenire in un dibattito organizzato. La stessa ambiguità politica era presente rispetto il SU in quanto il PCL, invece di contrapporsi nettamente alla sua politica controrivoluzionaria e cercare di costruire un partito operaio contrapposto, lo considerava una forza centrista in cui era possibile compiere delle manovre per avvicinare militanti o addirittura per riformarlo. Politica opportunista che da 50 anni a questa parte ha portato sistematicamente al fallimento di ricostruire la Quarta.     

In questo contesto si arriva alla paralisi del CRQI siccome le misure politiche ed organizzative prese dal CRQI, sotto influsso del PO, venivano poi nei fatti ignorate ed eluse dal PCL. È tutto sommato logico che non si compiano gli atti con i quali si mette in atto una determinata linea politica che non si trova corretta; è un po’ meno logico votare programmi e direttive che non si condividono, per poi boicottarli nella militanza quotidiana. In questo contesto il PCL cercava di manovrare nel CRQI sperando di formare una frazione all’interno dell’organizzazione, ignorare le direttive e nel frattempo vivere di polemiche e dibattiti per conquistare gli altri militanti del CRQI. Una frazione può nascere se nel corso degli eventi nasce una divergenza importante e si vuole evitare una frattura affrettata, non in prima battuta per istituzionalizzare gli scontri faziosi e la nascita di un conventicolo di piccolo borghesi. E al contempo una frazione deve avere la libertà di polemica politica nella misura in cui rispetta i doveri della militanza, e non come il PCL che non rispettava l’impegno all’autofinanziamento del CRQI e ad avere un giornale internazionale e nazionale costante con il quale intervenire nello scontro politico. Queste manovre, in cui si votava nel congresso ciò che non si applicava nella militanza quotidiana, hanno portato alla rottura col PCL da parte del CRQI e alla paralisi dell’organizzazione poiché il PO era contrario al fare un secondo congresso dell’organizzazione, nella misura in cui le decisioni politiche ed organizzative del primo venivano sistematicamente ignorate. Un congresso non è una discussione tra amici, ma una deliberazione collettiva necessaria per dare forma all’azione di una organizzazione.

La crisi definitiva del CRQI avverrà successivamente per via di una rottura all’interno del PO promossa dal parlamentarismo di una frazione maggioritaria e la mancata reazione dell’organizzazione internazionale (tale crisi sarà analizzata in un prossimo articolo specifico sulla lotta per rifondare la Quarta).

Il PCL e il codismo politico

L’opportunismo internazionale del PCL va di pari passo con l’opportunismo nell’intervento politico in Italia. La politica del PCL rappresenta in Italia ciò che il mandelismo e il morenismo hanno promosso nel mondo: il tentativo empirico di superare la propria marginalità, accodandosi alle burocrazie operaie e alla piccola borghesia di sinistra, abbandonando l’indipendenza politica della sinistra rivoluzionaria.

La propaganda e l’agitazione politica del PCL si riduce ai momenti congressuali delle organizzazioni della sinistra, ieri nel PRC, oggi nella CGIL, e ai momenti in cui riesce a candidarsi alle elezioni borghesi tramite la tribuna televisiva; nel resto del tempo la mancanza di una pubblicazione regolare e efficace di un giornale politico priva al PCL della possibilità di unificare la propria propaganda attorno ad una pubblicazione nazionale. La mancanza di un giornale non permette la costruzione di una base militante omogenea, che forma la propria coscienza politica attorno le analisi delle pubblicazioni regolari del partito (giornale e rivista teorica). In definitiva, il PCL abbraccia una forma movimentista di costruire il partito. Il movimentismo va di pari passo col codismo alla piccola borghesia giovanile. Da un lato il gruppo dirigente del PCL ha liquidato la Quarta nelle fesserie postmoderne del femminismo piccolo borghese del “99 percento”, cioè promuove l’idea di un fronte popolare tra le donne proletarie e le donne borghesi contro il “patriarcato”, sostituendo la lotta di classe con la lotta di genere. Non è un caso che il movimento femminista americano voti per Kamala Harris nel mentre attribuisce l’oppressione femminile al “patriarcato” (fenomeno storico inesistente dall’uguaglianza formale stabilita dal capitalismo). Dall’altro, nella pia illusione di avvicinare giovani alla propria organizzazione, morente di morte naturale, il PCL ha teorizzato la fine della necessità di un partito rivoluzionario tra i giovani, inseguendo l’autonomia e la disobbedienza, in quanto promuove collettivi studenteschi che per statuto non possono essere vincolati alla costruzione del partito[6] (non rappresenta quindi la costruzione di un tendenza aperta come strumento tattico per avvicinare giovani al partito, bensì di una corrente alternativa al partito stesso).

La mancanza di autonomia nel fare propaganda e agitazione, che esiste solo nelle tribune elettorali e congressuali della CGIL, sospinge un certo accodamento politico del PCL. L’attività nella CGIL si riduce all’intervento propagandistico ai congressi e ai direttivi della burocrazia, con un impegno nullo per formare tendenze sindacali che avvicinano i delegati operai e coordinino la lotta economica dei lavoratori più combattivi. La stessa propaganda all’interno dei congressi presenta i tradimenti della burocrazia come “errori” fatti dai “compagni della maggioranza”. Al contempo la tendenza all’adattamento lo si vede più che mai nel sostegno alla “resistenza ucraina” che altro non è che l’esercito ucraino armato e addestrato dalla NATO per far crollare il putinismo come regime politico. A tal punto chi difende l’armamento ucraino non difende l’indipendenza ucraina, che l’Ucraina ha dovuto retrocedere da un accordo di pace con Putin per il rifiuto successivo della NATO; che da brava aguzzina pensava di poter spremere ancora qualche centinaio di migliaia di ucraini per muovere guerra alla Russia. In questo contesto il PCL boicotta la lotta contro la guerra poiché, come dimostra il fatto suddetto, solo il disfattismo verso la NATO e il suo fantoccio Zelensky e il disfattismo verso la Russia può raggiungere tale scopo. Questo però dovrebbe porti in contrasto con la piccola borghesia “democratica” che ha cuore la “libertà” ucraina contro l’autocrate russo. Una prospettiva indipendente e rivoluzionaria porterebbe con sé la chiusura di spazi di propaganda, gli unici esistenti per il PCL.

Conclusioni

La lotta per la Quarta Internazionale dev’essere una lotta per un programma socialista e per l’influenza di tale programma sul movimento operaio. Concepire tale obbiettivo come lo sbocco di frazioni perenni e discussioni continue condanna il troskismo al fallimento e alla passivazione dei militanti. Una cosa è la formazione di una frazione se sorge una divergenza strategica in un partito rivoluzionario, la quale è uno strumento di ultima istanza per evitare la frattura e l’indebolimento del movimento operaio. Un’altra è la formazione di una confederazione di tendenze che invece di militare nel movimento operaio, sulla base di una visione di fondo comune, discutono in forma costante e faziosa avendo linee politiche divergenti e che non convogliano in unico intervento politico. I cosiddetti partiti “ampli” o partiti di tendenze, come l’NPA, il PSOL o Antarsya, non solo promuovono l’opportunismo politico ma inoltre si sono dimostrati un vicolo senza via di uscita. L’NPA ha visto l’erosione costante della propria base e del proprio consenso elettorale, proprio in virtù dell’inazione del partito frutto delle frazioni in disputa.

Il tentativo del PCL di trasformare la Quarta in un partito di tendenze è liquidazionista e promuove la formazione di un apparato piccolo borghese privo di influenza nel movimento operaio – l’estensione dell’esperienza fallimentare dell’NPA a livello internazionale. A partire da tale prospettiva si possono comprendere le manovre, l’adattamento alla burocrazia e alla piccola borghesia spontaneista, e la subordinazione oggettiva alla NATO in Ucraina. Come nella storia della Quarta è già avvenuto col mandelismo e col morenismo (vedere primo paragrafo).

Il superamento di tale prospettiva richiede un dibattito programmatico e uno sforzo intenso per avere una penetrazione nel movimento operaio. La rivista Potere Operaio è uno strumento nato appositamente per tale scopo. L’obbiettivo dei rivoluzionari dev’essere quello di conquistare un settore della gioventù demarcandosi, tramite una battaglia teorica, dall’ideologia intersezionale e spontaneista del movimentismo così da formare un capitale di militanti rivoluzionari da investire nella lotta di classe e nel tentativo di penetrare nel movimento operaio. Prospettiva che il PCL nega abbracciando il movimentismo e l’intersezionalità femminista tra la gioventù. E al contempo promuovere uno sforzo organizzativo e politico per conquistare delegati operai combattivi nelle RSU e per far sì che coloro promuovano coordinamenti intersindacali dei lavoratori, superando così i limiti della burocrazia sindacale e combattendo la sua linea capitolarda. Obbiettivo politico che il PCL non persegue limitandosi a compiere manovre nei congressi e nei direttivi della CGIL. Nella misura in cui si costruisce un partito “quartainternazionalista” che si sforza di avere un’influenza nel movimento operaio e una base operaia, tale partito deve discutere la rifondazione immediata della Quarta con quelle organizzazioni che lottano contro la guerra e per l’indipendenza politica del movimento operaio del proprio paese.

La discussione e le manovre con organizzazioni controrivoluzionarie o parlamentariste condannano all’“internazional-opportunismo”. Prospettiva liquidazionista che viene giustificata nel nome del rifiuto del fantomatico “nazional-troskismo”. Un partito rivoluzionario deve concentrare le proprie forze per penetrare nel movimento operaio reclutando operai combattivi, e subordinare la conquista di militanti delle organizzazioni di sinistra a questo sforzo per costruire un partito operaio. Quando invece un militante concentra le proprie energie per riformare un partito privo di base operaia spreca il proprio tempo in discussioni infinite con militanti della piccola borghesia. Pratica particolarmente sterile quando l’opportunismo politico è consolidato da vari decenni. Pensare di costruire la Quarta riformando il PCL porta alla frustrazione politica e alla passivizzazione dei militanti; le energie di quest’ultimi vanno impiegati per costruire un partito con un programma rivoluzionario.


[1]Per la ricostruzione della Quarta Internazionale“, EDM nr°12; sul “Segretariato Unificato e le correnti troskiste internazionali”, EDM nr°14

[2] Da dove viene e dove va il CRQI

[3] Il PCL e la battaglia per la rifondazione della IV, 2014

[4] Bisogna precisare che il morenismo ormai come corrente politica internazionale si è frammentata e che il partito argentino MST rappresenta l’erede diretto e più coerente con il vecchio MAS, il partito originario del morenismo prima che si frammentasse agli inizi degli anni ’90.  

[5] Il termine controrivoluzionario quando riferito ad un partito di sinistra è stato utilizzato nella storia del marxismo, e anche in questo articolo adotterà tale significato, per quei partiti che si pongono nel campo della borghesia, con un programma di sostegno e collaborazione con la borghesia. Per esempio Trosky parla della natura controrivoluzionaria della Seconda Internazionale e della Terza Internazionale per via del loro sostegno alla borghesia per via dei fronti popolari e per via della strategia del socialismo in un paese solo. Controrivoluzionario non significa in questa accezione che un partito abbia un’attitudine repressiva della lotta di classe (anche se in alcuni casi può avere tale posizione in virtù del blocco con la borghesia) 

[6] Risoluzione del terzo congresso del 2017


Michele Amura