La particolarità del governo Meloni a quasi tre anni dal suo insediamento è il rimanere saldo nei sondaggi, nonostante i mille voltafaccia rispetto alla sua agenda politica. Tanto che attualmente nessuna forza d’opposizione sembra insidiare la maggioranza. Altra particolarità notevole della Meloni è il suo consenso presso la classe operaia. Ciò deriva dal protrarsi della passività che in questi anni ha caratterizzato i lavoratori, che continuano a non scendere in piazza e a non scioperare in massa.
La destra sta ampliamene approfittando di questo clima. Alcune vicende sono emblematiche. Ad esempio essere riuscita a togliere il reddito di cittadinanza senza colpo ferire. Inoltre sta concedendo di fatto alla ex Fiat, la più grande azienda automobilistica italiana, a fronte di enormi e continui finanziamenti statali, di lasciare in cassa integrazione gran parte del suo indotto.
La burocrazia CGIL in tutto questo latita. I lavoratori passivizzati stanno a guardare, alcuni forse convinti che l’agenda reazionaria della Meloni li possa tutelare. Così non è. Oltre ai grossi esempi sopra elencati, ci sono una miriade di vertenze medio grandi che mostrano, plasticamente, come la destra non possa risolvere le problematiche dei lavoratori. In due anni di governo, la destra ha lasciato le aziende libere di comprimere i salari e opprimere i lavoratori con la produttività e il precariato. Peggio ancora, si è disinteressata delle chiusure decise dall’oggi al domani.
Ne è un esempio in questi giorni il caso della Bystronic, azienda leader nella progettazione e produzione di macchine di automazione industriale. Senza alcun preavviso i dirigenti della multinazionale hanno deciso di chiudere i due impianti milanesi di San Giuliano e Pieve Emanuele, per un totale di 150 lavoratori lasciati a casa. Il governo in queste ore drammatiche per i dipendenti è scomparso. Mostrando sempre più il suo vero volto antioperaio, che predilige gli interessi delle grosse aziende piuttosto che quelli dei lavoratori. A parole, infatti, con un abbondate dose di stucchevole retorica nazionalista il governo della Meloni dichiara di difendere gli interessi dei lavoratori italiani, nei fatti, e anche questa vertenza ne è un esempio, li condanna ad essere gettati sulla strada per l’ennesima ristrutturazione aziendale.
Purtroppo, visto l’andazzo di questi decenni della burocrazia CGIL, possiamo ipotizzare come andrà a finire se non ci sarà una mobilitazione combattiva dal basso. I vertici della CGIL sono esperti nel traghettare queste vertenze verso lidi sicuri per il padronato. Al fine di non compromettere gli equilibri della concertazione, che le permette di sopravvivere come apparato ben remunerato, non si oppongono duramente al padronato e al governo. Non indicono scioperi provinciali, non mobilitano la filiera di riferimento e conducono i lavoratori, giustamente arrabbiati, ad accettare le buone uscite, ovvero a monetizzare il loro licenziamento. Per fare ciò, in genere, fanno sfilare i licenziati a piangere sotto i palazzi della regione e di Confindustria.
Come gruppo politico pensiamo sia necessario seguire queste vertenze, per non lasciare il pallino ai burocrati sindacali della CGIL. Siamo infatti convinti che la militanza politica non sia solo legata alla classica liturgia di un partito o movimento, che prevede giustamente la formazione, la partecipazione alle riunioni e alle manifestazioni. Un militante, se ha come referente la classe operaia e pensa che soltanto essa possa promuovere una reale opposizione al capitalismo, non può trascurare di seguire queste vertenze. Per questo oltre che a dare la nostra più incondizionata solidarietà ai 150 lavoratori della Bytronic licenziati, ci mobiliteremo con loro in ogni iniziativa. Sarà difficile perché oltre al governo più reazionario dal tempo del ventennio fascista, i lavoratori hanno contro le loro stesse burocrazie sindacali. In più, i lavoratori stessi dopo anni di sconfitte sono sfiduciati e sfilacciati, tanto da dar fiducia alla destra. Ma siamo convinti che questo lavoro di militanza in controtendenza sia l’unico utile per ricomporre un movimento di lotta operaia nel nostro paese.
Stefano Fumagalli