LE PROSPETTIVE DEL TRUMPISMO

La decadenza del capitalismo marcia di pari passo con la crisi del suo centro, ergo dell’imperialismo statunitense. Quando gli Stati Uniti affrontarono la guerra fredda con l’Unione Sovietica e si posero l’obbiettivo strategico di restaurare il capitale in Russia, lungi dall’essere preoccupati dall’economia e dal patrimonio tecnico-scientifico sovietico, si apprestarono allo scontro consapevoli che la propria produttività del lavoro e il proprio progresso scientifico erano vantaggi strategici sull’avversario. Semmai i rischi esistevano al proprio interno e nei paesi della periferia capitalistica nella misura in cui nel dopoguerra il movimento operaio e le rivoluzioni anticoloniali scuotevano il mondo, per questo, il governo americano sostenne la dura repressione del maccartismo, la guerra in Corea e una sequela di colpi di Stato in America Latina. Un contrasto marcato rispetto allo scenario odierno dove la Cina ha sorpassato gli Stati Uniti nel commercio mondiale e nella produzione economica nazionale (se il PIL viene calcolato in base al potere d’acquisto della moneta e non in dollari); a tal ragione viene accusata di “slealtà commerciale” per aver commesso il “crimine” di vendere le proprie merci meno care rispetto le merci europee e americane. Trump rappresenta l’espressione politica più coerente della borghesia americana che intende mantenere il primato statunitense sul mondo ed imporre la colonizzazione piena del capitale americano sulla nazione cinese. Una politica che richiede protezionismo economico, guerra commerciale tra monopoli e militarismo per abbattere lo Stato rivale che ostacola il capitale americano.

Il piano economico di Trump viene reputato dagli intellettuali e dagli economisti della borghesia come un’avventura dannosa per l’economia americana e mondiale. Per esempio l’Economist in suo editoriale sconsigliava ai capitalisti statunitensi di finanziare Trump: se da un lato la promessa di sgravi fiscali sui profitti attirava gli “spiriti animali” dei capitalisti, dall’altro il protezionismo e il deficit fiscale – segnalava l’Economist (02/11) – causeranno una crisi del dollaro e del debito americano, che, a cascata, porterebbero al fallimento di molte imprese indebitate e con necessità di finanziarsi a basso costo. I dazi sull’economia cinese comporteranno un aumento dei costi di produzione e dei prezzi finali delle merci (per l’economista Michael Roberts un aumento annuale di 2600 dollari a famiglia), mentre le politiche repressive di Trump sulla sinistra e il movimento operaio dovrebbero favorire una compressione del salario reale dei lavoratori (tra cui l’intenzione di abolire il National Labor Relations Board eliminando forme di mediazione con le organizzazioni sindacali burocratiche); questo dovrebbe favorire il capitale americano con un tasso di profitto più alto per gli investimenti (frutto di un maggior tasso di sfruttamento) e con una minore concorrenza in casa propria. Al contempo un aumento dei tassi di interesse della FED comporterebbe una fuga di capitali dai paesi emergenti verso gli Stati Uniti – ergo una crisi di queste economie come avvenne nel 2018 (crollo lira turca e peso argentino) – e il fallimento delle imprese più indebitate e con profitti ridotti (imprese zombie), che, quindi, causerebbe una maggiore concentrazione del capitale americano (uno dei motivi per cui la finanza e la Silicon Valley ha sostenuto Trump è la promessa di deregolamentazione delle acquisizioni e delle regole di Wall Street). Questo piano ambizioso può prosperare solo nella misura in cui il governo americano, con Musk come ministro responsabile della pubblica amministrazione, applichi severi tagli alla spesa sociale (Obama Care e scuole pubbliche), altrimenti gli Stati Uniti vedrebbero schizzare il proprio debito e Trump rischierebbe una crisi politica come Liz Truss. Lo stesso aumento delle tariffe doganali dovrebbe comportare maggiori entrate fiscali per sostenere il bilancio pubblico. Come si vede il piano “revancista” di Trump per “make america – bourgeoisie – great again” implica repressione, miseria sociale e l’instabilità dell’economia mondiale.

REAZIONE E TORSIONE AUTORITARIA

La guerra economica, di classe e militare che rivendica Trump richiede una irregimentazione della società americana. Lungi dall’essere il semplice prodotto delle aspirazioni personali del magnate col parrucchino o dell’ideologia scadente di una corte di emarginati e folli, il bonapartismo fascistoide di Trump si è aperto spazio come strumento della borghesia americana. La corte costituzionale sotto controllo di Trump ha permesso a quest’ultimo di evadere ogni processo penale una volta eletto presidente, così come ha potuto candidarsi – Trump – nonostante si sia reso protagonista di un tentativo di colpo di Stato. Il controllo sull’apparato statale – il “deep state” – è un proposito chiaro ed esplicito di Trump: cacciare i funzionari indipendenti con “figure marginali, teorici della cospirazione e adulatori” (NYT). Se Trump”, scrive Martín Wolf, editorialista del Financial Times (30.7), “riuscisse a nominare lealisti devoti al Dipartimento di Giustizia, ai servizi segreti e all’Internal Revenue Service, potrebbe procedere a perseguire i nemici senza restrizioni… Con il controllo delle Forze Armate si potrebbe dichiarare liberamente la legge marziale”.

Come segnala il compagno Altamira in Politica Obrera (15/11):

“Tanto per cominciare, Donald Trump intende effettuare un’epurazione negli alti comandi delle Forze Armate: a tal fine ha annunciato l’istituzione tramite decreto di un Consiglio dei Guerrieri, composto da generali in pensione, che gli permette di evitare il regime di promozione militare. L’obiettivo di questa epurazione, secondo il Wall Street Journal (12/11), sarebbe il generale di brigata CQ Brown, attualmente capo di stato maggiore, che ha nel suo dossier un valutazione positiva del movimento (…) Black Lives Matter. (…) Trump vuole abrogare la clausola che impegna l’esercito americano a non eseguire gli ordini illegali, il che eliminerebbe la responsabilità dei fautori di questi delitti e faciliterebbe la grazia presidenziale. Lo scopo ultimo di tutto ciò è quello di autorizzare l’intervento delle Forze Armate nei cosiddetti conflitti interni, nel momento in cui Trump si appresta a deportare dieci milioni di immigrati “irregolari”, che dovranno prima passare attraverso i campi di concentramento che verranno costruiti a questo scopo.”

La reazione non si limita alla creazione di un regime autoritario e alla caccia al migrante, ma sconfina il territorio americano portando una radicalizzazione delle guerre nel mondo e nella stessa federazione Trump vuole imporre la messa al bando del diritto all’aborto. A mo’ di conclusione, Trump è riuscito ad imporsi sull’“establishment” americano e si appresta, nei prossimi quattro anni, a prendere tutte le misure necessarie per trasformare la propria carica di presidente in quella di capo bonapartista di un regime semi-dittatoriale o di un regime fascista (dipendendo dalla resistenza politica che riceverà e quindi dal grado di repressione delle libertà democratiche necessario per consolidare il proprio potere autoritario).

L’“ISOLAZIONISTA” GUERRAFONDAIO

L’idea che Trump rappresenti la carta “pacifista” dello scenario politico americano non è altro che una visione superficiale del bonaparte col parrucchino. L’obbiettivo strategico consiste nell’apertura del mercato di capitali cinese agli Stati Uniti, rimuovendo ogni controllo che il Partito Comunista Cinese impone alle imprese operanti in Cina e quindi determinando un cambio di regime politico; ciò permetterebbe la distruzione del capitale cinese e il superamento della sovrapproduzione mondiale di merci e capitali. Questo obbiettivo implica la guerra e l’intervento americano per sovradeterminare i paesi periferici dell’economia mondiale. Non è un caso che Trump abbia minacciato Putin con un escalation militare – “colpire il centro di Mosca” (Wall Street Journal) – qualora non si affrettasse a raggiungere un accordo di pace, che per il tycoon americano deve essere raggiunto “in 24 ore”. Accordo con il quale la nazione ucraina, dopo essere stata usata come carne da cannone per impantanare l’armata russa, verrà spartita tra la NATO e Putin, con (probabilmente) truppe europee a controllare i nuovi confini militarizzati – en passant, una sconfitta politica di Putin che sperava nella smilitarizzazione dell’Ucraina e nell’instaurazione di un governo fantoccio a Kiev. La “pace” in Ucraina viene considerata fondamentale per liberare risorse con le quali mettere a ferro e a fuoco il Medio Oriente. Trump ha annunciato il “finish off” della resistenza palestinese e della popolazione civile di Gaza se Hamas non cede gli ostaggi isrealiani; unico strumento con il quale evitare il massacro definitivo dei palestinesi da parte della marmaglia sionista chiamata IDF. Inoltre, la distruzione delle risorse militari siriane con borbardamenti a tappeto, subito dopo la prese del potere di Al Goolani, è il preludio di una radicalizzazione dello scontro col regime dell’Ayatollah in Iran. La guerra all’Iran procede di pari passo con il tentativo di Trump di rompere il monopolio dell’OPEC sulla produzione e vendita di petrolio, così da sfavorire l’industria cinese che rifornisce d’energia i propri stabilimenti ad un costo relativamente basso. Mentre le imprese americane di petrolio e GNL, che pur hanno aumentato la propria produzione dopo il conflitto ucraino, vendendo ad alti prezzi in Europa, non hanno intenzione di aumentare la produzione se non avviene un rialzo dei prezzi. Si stima che i prezzi del barile di petrolio dovrebbero salire da 70 ad 89 dollari al barile per rendere la produzione americana profittevole (Kansas City Federal Reserve), peccato però, che le previsioni danno un prezzo del barile in discesa a 64 dollari e 57 nei prossimi due anni per effetto della recessione e della vendita di macchine elettriche (JP Morgan Chase). La guerra all’OPEC e una maggiore produzione americana di energia dovrebbero alimentare l’industria dell’alta tecnologia e dell’intelligenza artificiale statunitense a discapito delle aziende tecnologiche cinesi; settori determinanti per la guerra dei prossimi anni.

Da questi sviluppi si può vedere come da un lato guerra ed economia s’intrecciano in questa fase di decadenza capitalistica e come, dall’altro, Trump si proponga una riconfigurazione del mondo piena di ostacoli che minano l’esecuzione del proprio programma di governo. In questo contesto di “guerre e rivoluzioni”, di crisi per il capitale e di conseguenze catastrofiche per gli oppressi, il movimento operaio internazionale deve trovare il cammino per emergere come alternativa politica concreta altrimenti saremo condannati alla barbarie del “finish off”.

Michele Amura