Appunti sulla crisi argentina del 2025

Traduciamo e pubblichiamo un articolo dal blog dell’economista argentino Rolando Astarita sulla situazione economica esplosiva nel paese. In mezzo alle mobilitazioni delle ultime settimane nelle città italiane, l’Argentina sembra distante. Tuttavia la masnada di criminali che è venuta a governarla costituisce un importante alleato del trumpismo e delle destre liberticide, nonché il suo anello più debole. Non è possibile fare previsioni a lungo termine sulla traiettoria del paese, se non che il governo liberticida si appresta ad entrare in una crisi politica terminale con le prossime elezioni, dopo il fiasco delle elezioni bonaerensi. Recessione economica, crollo della manifattura, svendita di asset pubblici, un debito accresciuto e un ritorno dell’inflazione sono i grandi successi dell’anarco-capitalista Milei, al quale molte delle forze politiche in Europa guardano con simpatia.
(Tutti i grassetti sono un’aggiunta nostra)


In questo articolo presentiamo alcuni elementi per l’analisi della crisi – palesatasi con una fulminante fuga di capitali – a partire dalla sconfitta elettorale del partito di governo nella provincia di Buenos Aires, e temporaneamente contenuta dalla promessa di dollari che proverrebbero dal governo degli Stati Uniti. Iniziamo con il contesto più immediato, ovvero la stagnazione dell’economia argentina che dura ormai da più di un decennio.

Stallo
Nei 13 anni che vanno dal 2012 al 2024, la crescita media del PIL è stata appena dello 0,1%. Non c’è stata una depressione come quella del 1998-2002, con un calo del prodotto del 16% e un tasso di disoccupazione che ha raggiunto il 21%, ma piuttosto una lunga stagnazione con andamento altalenante, come si può vedere dal grafico:

[Variazione del PIL argentino]
Il ristagno è evidente anche nel PIL pro capite:

La situazione si protrae nel 2025. A partire da aprile, e dopo la ripresa dell’attività tra il terzo trimestre del 2024 e il primo del 2025, l’economia ha subito una battuta d’arresto. A luglio, lo stimatore mensile dell’attività economica (EMAE) era negativo dello 0,1% rispetto a giugno. È il terzo mese consecutivo negativo nel confronto mensile. Il dato su base annua è stato positivo col 2,9%, ma tenuto conto che ci si confronta con un anno recessivo. Nel confronto su base annua (a/a), i settori in maggiore crescita sono l’intermediazione finanziaria, con il 23,2%, e lo sfruttamento di miniere e cave, con il 13,4%. Al contrario, l’industria manifatturiera registra un calo dell’1,8% a/a. L’edilizia è aumentata del 3% a/a, il che rappresenta un forte rallentamento. Anche in questo caso, l’edilizia nel 2024 ha registrato cali a due cifre.
D’altra parte, l’indice di produzione industriale manifatturiera a luglio è sceso del 2,3% m.m. e a giugno di un altro 1,6% m.m. In termini a.a., a giugno si è registrato un calo dell’1,1%. I consumi di massa sono stagnanti. A luglio le vendite nei supermercati hanno registrato un calo del 2,1% m.m. e sono cresciute solo dell’1% a.a. A luglio l’indice delle vendite dei supermercati all’ingrosso è sceso del 6,3% a.a. e dello 0,8% m.m.
La stagnazione si riflette anche nell’utilizzo medio della capacità produttiva dell’industria. A luglio era pari al 58,2%, un livello inferiore a quello di luglio 2024, che era del 59,5%. Nei settori della metallurgia, ad eccezione dell’industria automobilistica, dei prodotti del tabacco, dei tessili, dell’industria automobilistica e della gomma e della plastica, l’utilizzo della capacità produttiva è inferiore al 50%. L’Unione Industriale prevede un calo dell’attività industriale per agosto di circa il 3%.
Questo è in linea con l’indice di fiducia delle imprese nel settore manifatturiero, elaborato dall’INDEC. Ad agosto, il 50,9% degli imprenditori intervistati ha dichiarato che il livello del portafoglio ordini è inferiore alla norma e solo il 3,7% ha risposto che è superiore alla norma. Il 37,7% ha dichiarato che l’attuale livello delle esportazioni è inferiore al normale. Il 49% ha ritenuto che il fattore più importante che limita la propria capacità di aumentare la produzione sia l’insufficiente domanda interna. Solo il 4% degli intervistati prevede di aumentare il numero di dipendenti nei prossimi 3 mesi, contro il 79,4% che ha dichiarato che non varierà e il 16,5% che diminuirà.

Salari e impiego informale
Secondo Luis Campos, avvocato specializzato in diritto del lavoro e direttore dell’Osservatorio del diritto sociale della CTA Autónoma, i salari si sono stabilizzati su livelli molto bassi. I lavoratori registrati ricevono uno stipendio inferiore del 30% rispetto a quello che percepivano nel 2015 (citato da N. Balinotti su La Nación, 27/09/2025). Secondo l’ATE, da dicembre 2017 a marzo 2025 gli stipendi statali sono diminuiti, in termini reali, del 33,8%. L’occupazione informale nel secondo trimestre del 2025 ha raggiunto il 43,2%. L’occupazione formale non cresce. Secondo il Centro di Economia Politica Argentina (CEPA), i pensionati che nel giugno 2025 ricevono il bonus hanno un reddito inferiore del 15,7% rispetto al livello dell’ultimo trimestre del 2023.

Debolezza degli investimenti
Gli investimenti nel primo anno e mezzo di governo Milei sono stati deboli. Nel 2024 gli investimenti diretti in entrata sono stati pari a 11,644 miliardi di dollari, mentre quelli in uscita sono stati pari a 2,757 miliardi di dollari, con un saldo netto di 8,888 miliardi di dollari di IDE nel Paese. Nel primo trimestre del 2025 gli investimenti in entrata sono stati di appena 644 milioni di dollari, con un saldo netto di 54 milioni di dollari.
Per quanto riguarda gli investimenti di portafoglio, nel 2024 si è registrato un investimento in uscita totale pari a 3,275 miliardi di dollari (ovvero argentini che hanno effettuato investimenti di portafoglio all’estero) e una riduzione degli investimenti di portafoglio stranieri nel Paese pari a 1,414 miliardi di dollari. In totale, 4,690 miliardi di dollari. Nel primo trimestre del 2025 la tendenza è proseguita, con investimenti di portafoglio all’estero da parte di argentini per 1,806 miliardi di dollari e una riduzione degli investimenti di portafoglio in Argentina da parte di stranieri per 748 milioni di dollari. In totale, 2,554 miliardi di dollari.
Più in generale, negli ultimi sei trimestri (dal secondo trimestre del 2024 al secondo trimestre del 2025) il rapporto investimenti/PIL è stato in media del 15,9%. Si tratta di un valore inferiore al rapporto registrato durante i governi Kirchner [peronisti, ndt], pari a circa il 19%. A mo’ di confronto, i paesi asiatici ad alta crescita hanno registrato per anni tassi di investimento/prodotto superiori al 30%, arrivando persino a superare il 40% (Cina).

La crisi è scoppiata nel settore estero
Come è già successo più volte in Argentina, la crisi è scoppiata a causa del settore estero. L’idea di Milei e dei suoi sostenitori, secondo cui basterebbe eliminare il deficit fiscale per riequilibrare la bilancia dei pagamenti, è andata in fumo. Le condizioni che determinano le possibilità di un’integrazione di successo dell’economia locale nel mercato mondiale non si riducono al semplice equilibrio fiscale. Tali condizioni hanno a che fare, fondamentalmente, con la produttività, l’accumulo di capitale e lo sviluppo tecnologico. Ma questi continuano a mancare in Argentina. E la situazione si aggrava quando il governo cerca di abbassare l’inflazione ritardando il tasso di aumento del tasso di cambio rispetto al tasso di aumento dei prezzi. Il fatto è che tale apprezzamento del peso non è in linea con il ritardo delle forze produttive (contrariamente a quanto pensa gran parte della sinistra, il tasso di cambio non è un prezzo che può essere stabilito a piacimento, almeno non nel medio e lungo termine).
Ricapitoliamo la sequenza degli eventi: nel dicembre 2023 il governo ha promosso una svalutazione con l’obiettivo principale di migliorare la situazione della bilancia dei pagamenti. Di conseguenza, l’indice del tasso di cambio reale multilaterale (ITCRM) calcolato dalla BCRA è passato da 83,9 a novembre a 124,86 a dicembre. Da quel momento, però, l’indice ha iniziato a scendere (la moneta si è apprezzata), arrivando a 79,7 nel gennaio 2025. Il governo cercava di frenare l’inflazione (ma non bastava eliminare il deficit fiscale per evitare l’inflazione?).
L’apprezzamento del tasso di cambio è stato quindi accompagnato da deficit delle partite correnti: il saldo delle partite correnti tra giugno 2024 e maggio 2025 ha registrato un deficit cumulativo di 12,361 miliardi di dollari. È diventato positivo a giugno e luglio per 3,553 miliardi di dollari (incasso delle esportazioni), ma è tornato in rosso ad agosto 2025 per 1,133 miliardi di dollari. Sebbene le riserve fossero fortemente negative, il governo ha deciso di non acquistare dollari con l’argomento che qualsiasi emissione al di sopra della crescita del prodotto sarebbe inflazionistica.
Al deficit delle partite correnti si è aggiunto il debole afflusso di investimenti, diretti o di portafoglio. Il governo ha cercato di superare la situazione con un’operazione di riciclaggio di denaro. Secondo l’ARCA, tra luglio e novembre 2024 sono entrati circa 32 miliardi di dollari. Parte di queste entrate ha alimentato il credito in dollari, ma l’effetto è stato momentaneo. Quando questa fonte si è esaurita, il governo ha fatto ricorso al FMI (nuovo debito per 12 miliardi di dollari) e ad altri organismi internazionali, BID e Banca Mondiale. Il ministro dell’Economia e il presidente della BCRA hanno vantato di aver rafforzato il sostegno al peso, ma la realtà è che i dollari prestati dal FMI e da altri organismi sono debito. Da qui la crescente sfiducia degli investitori. Ciò si riflette nell’andamento dell’acquisto e della vendita di banconote e valute da parte del settore privato non finanziario: secondo il bilancio di cambio, tra agosto 2024 e marzo 2025 la BCRA ha acquistato valuta estera dal settore privato per 2,116 miliardi di dollari. Tra aprile e agosto ha venduto valuta estera al settore privato non finanziario per 17,918 miliardi di dollari. Naturalmente, tra gli investitori c’era una crescente consapevolezza che non c’erano dollari per coprire i cospicui pagamenti del debito previsti per il 2026.
La corsa post-elettorale di Buenos Aires ha quindi questi precedenti. Una volta resi noti i risultati delle elezioni, disastrosi per il governo, gli investitori hanno iniziato a vendere in massa gli asset argentini, a qualsiasi prezzo (cioè, assumendosi forti perdite, se necessario). Il governo ha affermato di avere 22 miliardi di dollari per intervenire, ma era solo una spacconata senza alcun fondamento. I dollari che figurano nel bilancio della Banca Centrale sono prestati, o sono riserve obbligatorie dei depositi bancari in dollari, o riserve per lo swap con la Cina. La crisi è quindi entrata in una spirale ascendente, al punto che tra il 17 e il 19 settembre la BCRA ha venduto 1 miliardo di dollari senza riuscire a fermare l’ascesa del dollaro, che ha raggiunto i 1500 pesos (all’inizio del mese era a 1390 pesos).

La causa è strutturale…
Ribadiamo questo concetto. La debolezza di fondo è legata al ritardo tecnologico e produttivo. Ad eccezione dei settori in cui l’Argentina gode di vantaggi naturali, come l’energia di Vaca Muerta o i complessi soia e mais, gli standard di produttività sono bassi rispetto a quelli internazionali. Anche nel caso della soia, del grano e del mais, la produttività è inferiore a quella dei produttori statunitensi. Negli ultimi cinque anni, la resa media del mais è stata di 7,3 tonnellate per ettaro in Argentina e di 11 tonnellate negli Stati Uniti; per la soia, la resa per ettaro è stata di 2,6 tonnellate in Argentina e di 3,4 tonnellate negli Stati Uniti; per il grano sono state di 2,85 tonnellate in Argentina e 3,23 negli Stati Uniti (“La Argentina vs EEUU: ¿estamos cerca, mejor o lejos en producción agrícola?”, G. Olivero, La Nación, 4/09/2025). Queste differenze sono dovute essenzialmente alle differenze nel grado di investimento in fattori produttivi e tecnologici.
Ancora peggiore è la situazione dell’industria. Nel 2022 le esportazioni industriali dell’Argentina hanno raggiunto i 66,788 miliardi di dollari, pari a una quota appena dello 0,22% del totale mondiale. Nel loro insieme, le esportazioni argentine rappresentavano, nel 2022, solo lo 0,35% delle esportazioni mondiali.
La crisi è strutturale. Ha a che fare con il basso accumulo di capitale. Gli investimenti, in linea di principio, dovrebbero avere effetti moltiplicatori sul prodotto e sul reddito; e la crescita del prodotto e del reddito dovrebbe, per accelerazione, stimolare gli investimenti. Pertanto, la crescita delle forze produttive dovrebbe generare il plusvalore che finanzi nuovi investimenti, dando luogo alla riproduzione allargata del capitale. Da qui l’importanza della frazione del plusvalore che, in media, il capitale destina all’ampliamento della produzione. Ma nel caso argentino, gran parte di quel risparmio esiste sotto forma di attività all’estero. Alla fine del primo trimestre del 2025 ammontavano a 448.940 miliardi di dollari, pari a due terzi del PIL. Come abbiamo affermato in precedenti articoli, il debito estero ha finanziato, nel corso di decenni, questo trasferimento di valore dalla classe dominante locale.

… ma è aggravata dalle assurdità mileiste
Marx sosteneva che le crisi capitalistiche sono inevitabili, ma possono essere aggravate, e di molto, da leggi bancarie sbagliate (come fu il caso del Bank Act in Inghilterra nel XIX secolo). Qualcosa di simile si può dire delle assurdità di Milei (autoproclamatosi candidato al Premio Nobel per l’Economia) in materia di politica economica. Ne sottolineiamo alcune (quanto segue può essere integrato con precedenti critiche qui e qui).
– L’affermazione secondo cui basta avere un equilibrio fiscale per evitare l’inflazione, ignorando l’incidenza del tasso di cambio sui movimenti dei prezzi.
– L’idea che l’emissione monetaria contro il dollaro deprezzi il potere d’acquisto della moneta, come accade quando si monetizzano i deficit fiscali
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– La convinzione che la BCRA possa controllare la massa monetaria, ignorando i fattori endogeni di creazione di moneta (ad esempio, la creazione tramite il credito bancario). A questo proposito, vale la pena menzionare gli sviluppi dei post-keynesiani e dei marxisti. Ma ci sono anche i falliti esperimenti monetaristi degli anni ’80 negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, quando le banche centrali hanno voluto controllare, seguendo Friedman, la quantità di moneta (vedi, ad esempio, M. Desai, El monetarismo a prueba, Messico, FCE, 1989). Anche gli economisti mainstream riconoscono che le banche centrali non controllano la quantità di moneta, ma il tasso di interesse (vedi, ad esempio, V. Bindseil, “The Operational Target of Monetary Policy and the Rise and Fall of Reserve Position Doctrine”, ECB, Working Paper, N° 372).
– L’idea assurda che il governo (o la BCRA) possa ritirare i pesos in circolazione e “prosciugare” l’acquisto di dollari in un’economia in cui le merci (ad eccezione degli immobili) sono scambiate in pesos, gli stipendi sono pagati in pesos, le tasse sono pagate in pesos e i depositi bancari sono prevalentemente in pesos. Con l’aggiunta che, dall’altra parte del bancone, il governo ha solo dollari presi in prestito. In ogni caso, l’assurdità ha raggiunto il culmine quando Milei-Caputo hanno imposto riserve obbligatorie e tassi di interesse alle stelle, finendo per soffocare l’economia.
– L’idea che il capitalismo funzioni a meraviglia eliminando le funzioni dello Stato nella riproduzione del capitale costante “sociale” (ad esempio, i lavori pubblici); attaccando le istituzioni dedicate alla ricerca e allo sviluppo (Conicet, Inta, Inti). O silurando e soffocando le istituzioni che partecipano alla preparazione e alla conservazione della forza lavoro come gli ospedali e le università pubbliche.
– L’esaltazione dell’oscurantismo e dell’antiscienza, in allegra compagnia con i peggiori esemplari dell’estrema destra internazionale su questioni come il riscaldamento globale, l’ambiente o l’uso dei vaccini.

L’intervento degli USA e il carattere dipendente dell’Argentina
La corsa al cambio di settembre ha minacciato di far precipitare il governo nel baratro. La promessa di un intervento del Tesoro statunitense ha temporaneamente fermato l’emorragia. Tuttavia, finora si tratta solo di una dichiarazione, senza ulteriori specificazioni. Si tratta di uno swap? A condizione che lo swap con la Cina scompaia? Si richiede al governo di abbandonare il regime delle bande cambiarie [range entro il quale il peso può oscillare contro il dollaro, ndt]? Il Tesoro acquisterà titoli argentini? Sul mercato primario (aumentando il debito) o su quello secondario (senza aumentare il debito)? Ancora più importante, l’esborso è subordinato alla vittoria elettorale di La Libertad Avanza? Se Milei perderà a ottobre, torneremo alla situazione dell’8 settembre? Ancora più fondamentale, gli Stati Uniti subordinano il loro intervento a un trattamento privilegiato per gli investimenti statunitensi nel settore minerario ed energetico? Sul piano geopolitico, Washington trasformerà l’Argentina in un freno all’influenza della Cina nella regione? Sono solo alcune domande, ma sufficienti per non poter affermare, per ora, che la corsa inflazionaria sia stata superata o che i capitalisti si preparino a una qualche forma di “pioggia di investimenti”. Nemmeno l’aumento (rimbalzo) dei prezzi delle obbligazioni e degli asset argentini sembra coerente.
D’altra parte, si rafforza il carattere di dipendenza dell’economia argentina. Una maggiore dipendenza che è il risultato diretto della crisi. In senso più generale, è associata a quella che è stata definita la “sciopero degli investimenti”: il capitale non investe in quanto ritiene inadeguate le condizioni economiche, politiche e sociali per lo sfruttamento del lavoro e la riproduzione allargata del capitale. La fuga di capitali è espressione di questa costrizione. La capacità dello Stato argentino di prendere decisioni sovrane ha quindi questa limitazione oggettiva, poiché è associata al potere economico del capitale.
Le condizioni che il governo degli Stati Uniti imporrà sicuramente all’Argentina rientrano in questa logica, quella del profitto e della sicurezza della proprietà privata. Non si tratta del dominio che deriva dall’occupazione militare, cioè dal colonialismo, ma di quello basato sul rapporto di forza economica. Da qui derivano anche i conflitti tra classi o fazioni di classe, in dispute per la spartizione della torta. Ad esempio, gli agricoltori statunitensi e lo stesso segretario al Tesoro vogliono che l’Argentina mantenga le ritenute sulle esportazioni agricole. I produttori argentini, naturalmente, si oppongono. Con l’aggiunta che ne traggono vantaggio perché, dall’imposizione dei dazi di Trump, la Cina ha azzerato le importazioni di soia dagli Stati Uniti. Il conflitto si intreccia, a sua volta, con le potenti esportatrici (Cargill, la cinese COFCO, Bunge, Louis-Dreyfus, Viterra) che si sono aggiudicate la parte del leone nell’operazione “ritenute eliminate per tre giorni”. D’altra parte, negli Stati Uniti crescono le critiche sul perché il Tesoro presti denaro all’Argentina. Tensioni e conflitti che sottendono le motivazioni ideologiche (anti-progressismo, anti-sinistra, razzismo e xenofobia, sostegno al genocida Netanyahu) di Trump con Milei.

Per concludere, il punto centrale: questa dipendenza può essere eliminata solo ponendo fine al dominio del capitale, in particolare del capitale finanziario nella sua forma monetaria, che è quello che esercita la pressione più immediata e diretta quando si verificano deflussi massicci di attività da un paese. La lotta deve essere affrontata in termini di classe.