L’accordo
Le delegazioni israeliana e di Hamas hanno raggiunto un accordo – drammatico, confuso e senza prospettive – sulla prima fase del piano di “pace” per Gaza.
L’accordo sulla “prima fase” prevede: l’annuncio della fine della guerra e il cessate il fuoco, il rilascio degli ostaggi israeliani (vivi e morti) e di 2.000 ostaggi palestinesi detenuti nelle carceri sioniste entro le successive 72 ore, l’autorizzazione all’ingresso degli aiuti umanitari coordinati dalle Nazioni Unite e il ritiro dell’esercito israeliano sulla cosiddetta “Linea Gialla”, la prima delle tre proposte del piano originale di Trump.
La dichiarazione ufficiale di Hamas è la risposta concisa “del movimento e di altre fazioni della resistenza palestinese” a un “accordo” che è un ultimatum dell’imperialismo. Oltre ai ringraziamenti a Trump e ai mediatori, Hamas rende omaggio all'”orgoglio, all’eroismo e all’onore senza pari nell’affrontare i piani dell’occupazione fascista” contro i palestinesi nei territori e nella diaspora che, afferma, “hanno sventato i piani di sottomissione e sfollamento dell’occupazione”. E afferma: “I sacrifici (…) non saranno vani, rimarremo fedeli al patto e non abbandoneremo i nostri diritti nazionali finché non saranno raggiunte libertà, indipendenza e autodeterminazione”.
La dichiarazione si concentra su due preoccupazioni principali: chi può garantire che Netanyahu non ordinerà la ripresa dei bombardamenti una volta liberati gli ostaggi e fino a che punto si ritireranno le truppe israeliane?
Netanyahu ha già ribadito che l’esercito rimarrà all’interno di un perimetro ancora da definire.
In una seconda fase del piano, se ci sarà, si discuterà della smilitarizzazione di Hamas e Gaza.
I palestinesi che se ne sono andati durante la guerra, compresi i membri di Hamas, avranno la possibilità di tornare. Nel piano si parla della creazione di un comitato tecnico temporaneo per supervisionare i servizi pubblici, gestito da un consiglio per la pace presieduto dallo stesso Trump e dall’ex primo ministro britannico Tony Blair.
Il precedente cessate il fuoco (tra Gennaio e Marzo 2025) è stato violato da Israele mentre stava iniziando la seconda fase e le truppe dell’IDF avrebbero dovuto ritirarsi.
In Libano, dove dovrebbe vigere un cessate il fuoco dalla fine di Novembre 2024, si sono già verificati quasi mille casi di violazione da parte di Israele.
Hamas ha dichiarato, in vari modi, che non consegnerà le sue armi. “Netanyahu ha a lungo insistito sul fatto che non avrebbe accettato un accordo in cui Hamas si rifiutasse di disarmare, ma la milizia palestinese ha pubblicamente respinto queste richieste”. Un portavoce ha ipotizzato ufficiosamente che potrebbe consegnare alcune armi, ma mai quelle difensive. “La prima fase potrebbe finire per essere l’ultima, lasciando le prospettive a lungo termine più incerte che mai”, ipotizza Haaretz.
Secondo Tal Heinrich, portavoce dell’ufficio del Primo Ministro, l’accordo attuale entrerà in vigore 24 ore dopo l’approvazione da parte del parlamento israeliano, cioè il 10 Ottobre sera. Israele si è riservato il diritto di scegliere i palestinesi che rilascerà, e Heinrich ha aggiunto che tra loro, ancora una volta, non ci sarà il più rispettato dei prigionieri, Marwan Bargouthi, che ha scontato più di vent’anni di carcere.
Bargouthi, leader di Fatah e leader della Seconda Intifada, è considerato un eroe nazionale, capace di unire tutte le fazioni palestinesi e di fungere da candidato consensuale per succedere ad Abu Mazen, i palestinesi hanno tentato più volte di ottenere il suo rilascio.
Israele lo tiene isolato in diverse prigioni in condizioni estreme e solo ogni pochi anni autorizza la pubblicazione di una fotografia. Nella foto più recente, appariva in condizioni molto deteriorate mentre veniva molestato dal colono genocida Itamar Ben Gvir.
Riguardo alla situazione dei prigionieri palestinesi, la giurista Francesca Albanese ha dichiarato che “mentre tutti parlano dei 50 ostaggi israeliani tenuti in ostaggio dalle fazioni palestinesi, gli ostaggi palestinesi continuano a morire nelle carceri israeliane: Ahmad Khdeirat, 24 anni, è morto nel carcere del Negev, dove era detenuto senza accusa dal maggio 2024”. Questo porta a 78 il numero dei palestinesi morti in custodia israeliana dal 7 ottobre.
Nel frattempo, carri armati e droni israeliani continuano a bombardare e mitragliare i palestinesi in attesa del cessate il fuoco per tornare alle loro case nel Nord. E in Cisgiordania continua una giornata di terrore, con coloni sorvegliati dall’esercito che occupano cinque villaggi e bruciano uliveti nel bel mezzo della stagione del raccolto. Hebron è stata circondata direttamente dalle forze dell’IDF.
Il cessate il fuoco libererà gli ostaggi, “ma senza una tabella di marcia per il futuro di Gaza – i suoi confini, la sua leadership o la sua ricostruzione – rischia di trasformarsi in un’altra tregua di breve durata in un conflitto senza fine in vista”, prevede Haaretz.
Il fatto che questi timori permangano, due anni dopo, è la prova che il “quinto esercito più grande del mondo” è stato in grado di uccidere decine di migliaia di persone, tra cui oltre 20.000 bambini, distruggere scuole, ospedali e strade, ma non è riuscito a piegare i palestinesi o le loro organizzazioni.
Relazioni tra il “movimento internazionale per la Palestina” e la “pace” a Gaza
Non cederemo, qui, alla retorica fochista (1) che vede in questo accordo un risultato unico della guerriglia portata avanti da Hamas e dalle altre forze armate della resistenza, anzi.
Per ora il ridimensionamento militare (e in parte anche politico) di Hamas e Hezbollah può dirsi compiuto. La decimazione degli alti ranghi iraniani e yemeniti è riuscita. La Siria di Assad è crollata.
Per questi motivi affermiamo che né i fedayn, né l’Iran libereranno la Palestina e che la fiducia nell’”asse della resistenza” è mal posta.
L’imperialismo euroatlantico pone infatti un ostacolo troppo forte per delle milizie locali.
Dunque non riteniamo che tale accordo sia frutto della pressione che Hamas e la sua guerriglia hanno esercitato sullo Stato genocidario di Israele.
L’accordo è avvenuto tra gli USA di Trump e Israele, Hamas si è visto costretto ad accettare questo ultimatum, perché con le spalle al muro.
Riteniamo doveroso, ovviamente, gioire per il cessate il fuoco e per l’ingresso consistente di aiuti umanitari.
La popolazione di Gaza è martoriata da due anni di genocidio, è giusto che festeggi ogni risultato, anche se imperfetto, negar loro ciò o chiedere a loro di “fare il passo successivo” sarebbe da carogne.
Non essendo noi sotto le bombe possiamo permetterci di gioire coi gazawi e al tempo stesso notare tutti i limiti di questa pace farlocca, facendo da qui, dal centro dell’imperialismo euroatlantico, quel “passo in avanti”.
Una parte del movimento, quella più vicina ai partiti socialdemocratici e alle burocrazie sindacali, farà dei passi indietro: con la scusa di questo accordo spingerà verso la soluzione a “due Stati” provando a cooptare dall’alto il movimento, a toglierne la potenziale carica rivoluzionaria, indietreggiando sulle rivendicazioni.
Un’altra parte, invece, seppur ferma sulle proprie posizioni radicali, vedendo questo solo come un risultato della “Resistenza” sarà sempre più convinta a dare al movimento una direzione fochista, direzione che più volte nella storia ha dimostrato di non coinvolgere la massa e risultare così fallimentare.
Queste mobilitazioni e questo sentimento diffuso hanno sicuramente avuto un ruolo in tale accordo. Non siamo assolutamente così sciocchi da pensare che Trump si sia mosso in maniera difensiva su spinta diretta di questa pressione popolare, tutt’altro.
Trump e tutte le borghesie che hanno applaudito al suo progetto (dalla UE di Von Der Leyen, ai singoli Stati europei, ma anche le borghesie prezzolate arabe) sono consapevoli, forse più di noi, che questa mobilitazione può davvero avere un potenziale rivoluzionario. Dunque hanno agito preventivamente, provando a porre un freno ad Israele così che questo movimento potesse spegnersi o, più probabilmente, venire soffocato.
Non nutriamo nessuna fiducia nell’imperialismo americano, né in Israele.
Siamo consapevoli che il genocidio, la pulizia etnica dei palestinesi e le violenze potranno cessare, veramente e definitivamente, solo con la fine dell’occupazione da parte di Israele, che essendo la colonna su cui si fonda quella colonia vuol dire la fine di Israele in quanto tale. Siamo consapevoli, anche, del fatto che Israele è giunto ad un livello di fascistizzazione della società tale che non può tornare a ciò che era fino al 6 ottobre 2023.
Mentre le famiglie degli ostaggi in Israele festeggiavano l’accordo, l’ala dei coloni del governo ha annunciato che voterà contro. Il ministro delle finanze Bezalel Smotrich pare molto consapevole che c’è in gioco l’esistenza stessa di Israele, infatti ha affermato che Hamas deve essere annientato immediatamente dopo il rilascio degli ostaggi. Le sue parole vengono mostrate dall’imperialismo euroatlantico come quelle di un estremista, che non rappresenta la “cittadella democratica” che è Israele.
Questo è solo l’ultimo tentativo della borghesia europea (e delle sue molte costole, che ripongono le proprie speranze nell’opposizione israeliana guidata da amici dell’umanità come Olmert e Lapid) di proteggere la “start-up nation” dallo sfacelo economico.
Tali forze borghesi temono, razionalmente, che Israele non riesca più ad interrompere la spirale autodistruttiva in cui si trova.
L’abominevole colonia si pone, dunque, di fronte ad un bivio: o crolla o si gioca il tutto per tutto attraverso la pulizia etnica e la deportazione totale di 2 milioni di palestinesi, e l’abbattimento di ogni forza militare circostante. Dichiarando una guerra aperta a tutto il medio oriente, coinvolgendo altre forze regionali, creando il preludio per una guerra mondiale
Israele ha rotto ogni accordo di pace che ha firmato, e questa volta si trova sotto una pressione senza precedenti perché è in gioco la sua esistenza.
Temiamo e crediamo che questa “pace” possa solo essere una tregua, col fine di assopire il movimento e far tornare le masse europee nel torpore e nel riflusso in cui stavano da anni. Qualora ciò accadesse non ci stupiremmo se Israele dovesse riprendere la sua barbarie, allargando il conflitto anche all’Iran e trascinando direttamente in campo gli USA.
Le nostre rivendicazioni
Per evitare che si svolga in pieno questa barbarie, che avrebbe come effetto il totale genocidio del popolo palestinese e il rischio di un conflitto mondiale, occorre distruggere il sionismo.
Tale compito appartiene al proletariato internazionale e alle masse arabe, che devono vincere la repressione politica delle proprie borghesie prezzolate e mobilitare i loro stati ed eserciti contro l’occupazione e il genocidio.
Sosteniamo la necessità di un partito rivoluzionario che rivendichi la distruzione del sionismo; per farlo dovrà organizzare i lavoratori che si ribellano all’immobilismo delle burocrazie sindacali di fronte al piano di guerra del capitale contro il lavoro.
Un partito che, nel segno dell’internazionalismo, affermi con forza la necessità di una federazione Socialista dei paesi arabi affinché il sionismo sia definitivamente sconfitto e la Palestina liberata. Per ottenere ciò è necessario canalizzare l’agire degli studenti all’interno di una mobilitazione politica rivoluzionaria nei luoghi di lavoro, sostenendo le lotte operaie e promuovendo l’azione indipendente dei lavoratori. Per fare ciò ci assumiamo l’incarico di diffondere tra gli studenti le seguenti parole d’ordine: BLOCCARE TUTTO, GUERRA ALLA GUERRA DEL CAPITALE. Pretendendo la cessazione di ogni accordo che le università italiane intrattengo con realtà israeliane o con fabbriche di guerra, mostrando la necessità che questo embargo esca dal mondo accademico e diventi un embargo totale alla colonia sionista. Per dare continuità alle nostre parole promuoveremo assemblee studentesche, dotate del potere deliberativo, ed occupazioni universitarie che attuino il blocco delle lezioni al fine di esercitare delle pressioni sulle dirigenze universitarie.
Carlo Anton
NOTE:
1 : Il “fochismo” è una teoria ispirata a Che Guevara, secondo cui una strategia insurrezionale di un piccolo gruppo armato (foco) può dare avvio a una rivoluzione popolare anche in assenza di un sostegno di massa iniziale. È una teoria politico-militare sviluppata durante le guerriglie latinoamericane degli anni ’60 e si basa sull’idea che l’azione rivoluzionaria preceda e stimoli la coscienza politica delle masse.
(Immagine di M. Issa/Reuters)