Lo sciopero generale del 22 Settembre
Lo sciopero generale del 22 settembre indetto da USB va preso per quello che è: un evento che rappresenta un punto di svolta, che potenzialmente può dare vita a qualcosa di storico, ma a noi il dovere di renderlo tale; sicuramente è da considerarsi una data fondamentale all’interno delle mobilitazioni italiane per la Palestina degli ultimi anni.
Parlare di questa data come un “inizio” sarebbe ingiusto ed ingeneroso verso ciò che c’è da anni. Parlarne come un “risultato imponente” sarebbe invece cedere all’entusiasmo del movimento allontanandoci da un’analisi realistica, e ciò potrebbe indurre a non prenderci le nostre responsabilità, e dunque a compiere degli errori.
Si parla di una giornata davvero importante: decine di piazze in tutta Italia, centinaia di migliaia di manifestanti e il 7% circa di adesione allo sciopero, un risultato enorme per un sindacato di base, se pensiamo all’adesione che caratterizzava i loro scioperi generali. Qualcosa che non vedevamo da decenni, ancora lontano da scioperi generali veramente di massa (come quelli avvenuti tra il ‘68 e il ‘69 in piena fase pre-rivoluzionaria) ma comunque un notevole passo in avanti rispetto al passato recente.
Credere che tutte quelle persone siano scese in piazza per il lavoro dell’USB è molto ingenuo. Il risentimento di rabbia, orrore ed indignazione covato per anni dalla popolazione verso il genocidio in corso a Gaza ha trovato un catalizzatore nell’entrata via terra dell’IDF a Gaza City, ed un’espressione umanitara nell’azione della Global Sumud Flottilla, che ha raccolto attorno a sé questo enorme sostegno umanitario e civile.
Fino a prima di questi avvenimenti tale rabbia non veniva espressa in modo collettivo ed organizzato poiché non aveva un canale di sviluppo credibile: da una parte perché i vari partiti del centrosinistra e le burocrazie sindacali a loro vicine condannavano gli “eccessi” di questo specifico governo israeliano, ma non hanno mai messo in dubbio il progetto coloniale di Israele;dall’altra per una profonda debolezza della sinistra radicale che per anni non ha saputo canalizzare questa rabbia in azioni di lotta concrete e dalla prospettiva rivoluzionaria.
La discrepanza tra i numeri delle persone in piazza (di massa) e le adesioni allo sciopero (significative ma poche) unita alla composizione delle piazza (prevalentemente giovani, studenti, insegnanti, ma anche parti della piccola borghesia) mostrano bene un limite strutturale e profondo dei sindacati di base.
Essi sono presenti, e forti, nelle piazze, ma deboli nelle fabbriche.
Il contesto degli ultimi mesi
Lo sciopero dell’USB non nasce nel nulla e non vive nel vuoto. Sono stati due anni dove abbiamo visto: manifestazioni costanti delle realtà palestinesi, manifestazioni significative contro il progetto del riarmo europeo, manifestazioni per il 25 Aprile e il Primo Maggio tra le più grandi degli ultimi anni, ma anche vari scioperi indetti per il rinnovo dei contratti ben seguiti (soprattutto dei metalmeccanici), come pure un aumento della consapevolezza politica dentro le lotte sindacali della logistica, primi fra tutti i portuali.
Questa maggiore consapevolezza dei portuali, soprattutto dei lavoratori di Genova, non si è espressa attraverso comunicazioni, sui giornali o sui social, particolarmente combattive riguardo la lotta di classe, ma attraverso l’azione concreta.
Hanno mostrato, con l’esempio e la pratica, l’alternativa all’immobilismo delle burocrazie sindacali.
Ai lavoratori della CGIL la determinazione alla lotta dei portuali di Genova è sembrata una prospettiva sacrosanta e possibile che non doveva essere isolata. Il messaggio è arrivato così forte, ed è stato così diffuso, perché i portuali non si sono limitati a dire cosa la dirigenza sindacale avrebbe o non avrebbe dovuto fare, ma hanno mostrato nell’agire l’alternativa: l’azione unita dei lavoratori contro la guerra voluta dal capitale, e lo hanno fatto indipendentemente dalla burocrazia dei sindacati che voleva mantenere il rigido controllo sulla propria base.
Il 30 agosto, quando la Global Sumud Flottilla salpò da Genova davanti a una mobilitazione di massa di lavoratori e studenti, il comitato dei portuali annunciò la decisione di scioperare e di organizzare un picchetto al porto nel caso in cui Israele avesse bloccato le navi, la parola d’ordine era quella di “bloccare tutto”.
Le azioni dei portuali non hanno solo contagiato gli altri lavoratori; i giovani hanno visto nell’appello a “bloccare tutto” dei portuali e dei sindacati di base, in concomitanza con lo sciopero nazionale della sinistra sindacale, una possibilità di esprimere la loro solidarietà al popolo palestinese in modo tangibile, senza marce inconcludenti e di routine od occupazioni universitarie fittizie, a cui assistevano passivi ormai da due anni.
Fuori dall’Italia si assisteva, in Europa, a scenari simili diffusi qua e là, soprattutto in Francia dove la rabbia verso il genocidio palestinese si è unita con la lotta contro l’austerità, contro il nemico in casa propria: Macron e la borghesia che rappresenta.
In Francia è stato possibile questo salto di qualità nella lotta di classe, che manca ancora in Italia e nel resto d’Europa, perché hanno saputo inquadrare il genocidio palestinese all’interno di una crisi verticale del capitalismo. Crisi che genera questo barbaro imperialismo, che è lo stesso che da una parte massacra i palestinesi e dall’altra, spinto dall’ottica del riarmo, schiaccia sotto l’austerità i lavoratori europei
Qualcosa stava bollendo, allo sciopero del 22 Settembre il merito di aver colto questo sentimento e aver fatto sì che il tappo si levasse.
Il ruolo della CGIL
La CGIL, colta impreparata dallo sciopero indetto da USB e percependo tale moto di rabbia e voglia di agire anche dentro la propria base, è corsa ai ripari, seguendo goffamente tale direzione.
Ha indetto per il 19 Settembre uno sciopero di 2 ore, estendibili a 4, solo per il comparto privato. Molti lavoratori iscritti alla CGIL vedendo l’esiguità della risposta hanno deciso, comunque, di aderire allo sciopero di USB del 22 Settembre.
Il tentativo manifesto era quello di boicottare la partecipazione allo sciopero del sindacalismo di base del 22 e riprendere il controllo della propria base con uno sciopero senza prospettive, solo per salvare la faccia e offrire alla base uno sfogo della propria rabbia politica. La manovra è fallita.
Anche nei settori privati e soprattutto nella classe operaia industriale, dove la prospettiva di uno sciopero per Gaza non aveva fatto breccia, lo sciopero del 19 ha alimentato le pressioni dal basso per uno sciopero generale.
Nella settimana successiva si sono tenute assemblee di delegati per sostenere lo sciopero a favore di Gaza, con uno spirito combattivo che sfuggiva alla “gabbia di ferro” della CGIL, ad esempio con un’assemblea di 500 delegati auto-convocati a Roma.
Quando il primo ottobre Israele ha bloccato le navi della Flottilla, alla CGIL non è rimasto che indire uno sciopero nazionale che riunisse tutto il sindacalismo combattivo (USB prese, autonomamente, la stessa decisione della CGIL e il SI Cobas aveva già indetto, con preavviso, lo sciopero per quella data).
Le marce concomitanti allo sciopero nazionale hanno visto 2 milioni di persone, tra lavoratori e studenti, nelle strade di tutte le principali città italiane il 3 ottobre, e un milione di lavoratori e giovani il 4 ottobre nella marcia nazionale a Roma.
Bisogna riconoscere che con “l’entrata in campo” della CGIL i numeri dei manifestati e delle adesioni allo sciopero sono cresciuti in modo significativo.
Rimane comunque prematuro parlare di sciopero di massa, ma osservare questo dato ci mostra esplicitamente una cosa: seguire unicamente i sindacati combattivi, senza parlare con la base della CGIL e senza cercare l’unità nella lotta che scavalchi le burocrazie sindacali (come fatto dalla quasi totalità delle organizzazioni della sinistra radicale di stampo stalinista), oppure seguire passivamente la burocrazia della CGIL in quanto sindacato di massa (come fatto da varie organizzazioni trotskiste centriste), non sono le strade da percorrere se si ha in mente un progetto rivoluzionario.
Il vero dato politico che emerge come conseguenza dell’azione della CGIL non sta (solo) nei numeri. La CGIL ha chiamato uno sciopero generale nazionale politico, cosa che non faceva da anni. Lo ha indetto senza il preavviso richiesto dalla borghesia e ha manifestato lo stesso nonostante la precettazione; questo è avvenuto non perché Landini si è svegliato come nuovo Lenin, ma perché la base della CGIL (che è la maggioranza assoluta dei lavoratori sindacalizzati) si è svegliata dal torpore e ha fatto pressioni atte a scavalcare l’apparato burocratico che per decenni ha cooptato le lotte.
La prospettiva di un’azione dei lavoratori indipendente dalle burocrazie ed intersindacale non emerge solo come la strada giusta da seguire, ma anche come una possibilità che può farsi concreta.
Prospettive future
La crisi in atto è potenzialmente un punto di svolta nella lotta di classe in Europa.
Ogni potenza ha bisogno di un soggetto attivo che la realizzi. Questa ondata a favore della Palestina può rifluire rapidamente e tornare a una situazione di indignazione passiva delle masse oppure può scatenare una crisi pre-rivoluzionaria nei paesi più importanti d’Europa.
Si tratta del movimento più partecipato, e quindi con più potenziale, degli ultimi anni, ma al tempo stesso è anche fortemente composito e in certe parti radicato su identità o ideologie non rivoluzionarie che lo rendono anche molto fragile.
Il fantasma che attraversa tutta l’Europa in questo periodo storico è quello di un possibile nuovo ’68. Già con la crisi di Lehman Brother e dell’Unione Europea si era generata questa potenzialità, questa possibilità politica.
Tra il 2008 e il 2012 l’austerità necessaria per salvare il capitale privato (con gli Stati che si erano indebitati in modo enorme per il salvataggio delle banche in fallimento) che portò al taglio di spese per la sanità, per l’istruzione e per le pensioni, aveva generato una reazione massiccia dei giovani e dei lavoratori in Grecia, Spagna e Portogallo (e in misura minore in Italia).
Trenta scioperi generali in Grecia, occupazioni di facoltà e ospedali, assalti al parlamento greco, un polveriera di lotte e scontri di piazza.
La sconfitta politica della lotta contro l’austerità, frutto delle illusioni deluse nei confronti di SYRIZA e Podemos, ha determinato un riflusso della classe operaia europea e l’ascesa della destra con la sua demagogia “sovranista”.
Stiamo vivendo sotto i nostri occhi una seconda ripresa di questa lotta tra capitale e lavoro nell’Unione Europea, più precisamente tra una borghesia europea che ha bisogno di distruggere qualsiasi tipo di spesa sociale per riarmare l’UE e il proletariato europeo che combatte il genocidio in Palestina e si oppone alle conseguenze sociali della guerra imperialista.
Questo potenziale, tuttavia, richiede un partito in grado di organizzare la gioventù e trasformarla in una forza rivoluzionaria, impedendo che le sue energie siano disperse o imprigionate da forze politiche subordinate al capitale (movimentismo, sinistra studentesca legata alle burocrazie sindacali).
La continuità del movimento di lotta richiede la promozione di assemblee studentesche che si dotino di propri mezzi di potere, attraverso votazioni assembleari, e occupazioni concrete e conflittuali delle facoltà, viste come un mezzo contro il genocidio, e non come fini a se stesse.
Come parola d’ordine nell’università rivendichiamo la cessazione di ogni accordo con realtà universitarie e di ricerca israeliane, e con ogni industria che utilizza la ricerca scientifica con scopo bellico. Il nostro obiettivo è quello di avvicinare gli studenti con questa parola d’ordine, mostrando loro la necessità che tale appello si estenda alla società tutta, al di fuori delle università, promuovendo la rottura diplomatica, economica e militare dello Stato Italiano con lo Stato d’Israele, sostenendo un embargo totale ad esso.
Il mezzo di cui ci doteremo in università sarà quello delle assemblee studentesche deliberative e delle occupazioni universitarie realmente conflittuali, con il blocco delle lezioni, al fine di fare pressione sulle dirigenze universitarie.
Sarebbe davvero un passo indietro enorme quello di ripetere gli errori che hanno costellato la mobilitazione studentesca italiana per la Palestina avvenuta nel 2024.
Una mobilitazione svolta sotto il segno del movimentismo, con assemblee totalmente esautorate del proprio potere, ridotte a semplici comizi pubblicitari delle varie realtà politiche attive in università.
Una mobilitazione dove vari collettivi studenteschi prendevano le decisioni senza passare dalla prova del voto, senza confrontarsi con le masse degli studenti. Ciò a causa di organizzazioni studentesche ereditiere dell’Autonomia, che vedono nelle occupazione e nelle azioni sceniche in quanto tali il fine ultimo della loro traiettoria politica, o di matrice stalinista, che hanno l’interesse di mantenere in piedi il loro apparato verticistico, e pur di mantenere un ruolo da protagonisti e da “leader” sono disposti a rinunciare alla massa degli studenti.
Organizzazioni non rivoluzionarie e non interessate al progredire del movimento, ma solo ai loro piccoli e privati interessi, che pur di ottenerli sono ripetutamente scese ad accordi sottobanco coi rettori delle università, togliendo ogni conflittualità dalle occupazioni, rendendole un mezzo all’epoca futile, che infatti non portò a nessun risultato tangibile.
Questa mobilitazione movimentista ha allontanato o passivizzato migliaia di studenti che si erano avvicinati alla politica per la prima volta, perché sinceramente mossi da questo orrore del genocidio e da un interesse politico per cambiare la realtà. Questi studenti sono scesi, di nuovo, in piazza (per i vari motivi detti sopra), dopo oltre un anno di inattività, sarebbe un errore imperdonabile soffocare nuovamente questa loro volontà di agire.
Un partito rivoluzionario dovrebbe convogliare la gioventù e le sue energie in un’agitazione politica rivoluzionaria nei luoghi di lavoro, sostenendo le lotte operaie e promuovendo l’azione indipendente dei lavoratori. Allo stesso tempo è necessario organizzare i lavoratori che si ribellano alla burocrazia e ai vecchi delegati conformi al loro immobilismo di fronte al piano di guerra del capitale contro il lavoro.
Questo legame tra una nuova generazione di delegati operai, i giovani rivoluzionari e i partiti di sinistra è in pieno sviluppo in Francia, come risultato degli scioperi e del movimento di lotta contro l’austerità di Macron e come già stava avvenendo nei movimenti di lotta francesi negli anni passati. Ciò dimostra che la prospettiva proposta non è un sogno di rivoluzionari romantici, ma una possibilità politica concreta. Il fantasma che aleggia su tutta l’Europa sta diventando ogni giorno più concreto.
Carlo Anton
Foto da M. V. Genchi