Elezioni regionali 2025: crisi di regime, nessun vincitore e vuoto a sinistra!

Il teatrino della politica borghese ha concluso la tornata elettorale regionale per il 2025. Nel pieno della più che ventennale attuale fase della crisi del capitalismo, che, al contrario di quanto pensano anche molti a sinistra, mostra da un lato lo sfacelo del sistema economico e la decadenza dello Stato borghese e dall’altro una classe politica screditata e debole, si sono confrontati un centrosinistra e un centrodestra la cui propria unica ed equivalente funzione è come sempre la difesa degli interessi di industriali e banchieri. A sinistra del centrosinistra, la solita paccottiglia che unisce vecchio e nuovo riformismo, completamente piegato e integrato al sistema capitalista e alle sue istituzioni (oltre che senza alcun attuale posto nella storia). Le incrinature dell’ordine capitalistico mondiale, rafforzate dalla guerra imperialista in Ucraina e approfondite dal genocidio imperialista in Palestina, hanno accelerato il processo di crisi dei regimi borghesi europei e nelle urne ciò è apparso lampante.

Crollo dell’affluenza, sfiducia nei partiti e nelle istituzioni borghesi

Come ad ogni tornata elettorale tutti i partiti cantano vittoria ma ciò rappresenta soltanto una patetica sceneggiata. Non ci riferiamo banalmente al dato di un pareggio (3 regioni a testa) già scritto, ma alla condizione di crisi politica che coinvolge tutti i partiti, e quindi l’intero sistema. A dispetto di quanto vanno sterilmente ripetendo i media, il governo Meloni non è affatto più forte ma più debole. Come a ogni tornata elettorale degli ultimi anni, ciò che emerge per davvero è l’impossibilità per ogni forza politica di consolidarsi al potere. La difesa dell’attuale sistema economico si scontra con la povertà crescente delle masse e con l’inevitabile aumento del malcontento e della sfiducia. Che si ripercuotono poi nelle urne, a cui ci si reca sempre meno gente.

Il principale dato che emerge in modo inequivocabile dall’analisi dei dati elettorali, conseguenza della su citata crisi e dalla debolezza dei regimi borghesi, è l’elevata percentuale di astensionismo, con più di 1 elettore su 2 che ha evitato di recarsi ai seggi. Nello specifico, i votanti nelle Marche sono stati il 50% (59,75% nella precedente tornata, dato che venne già giudicato alquanto basso per questa regione), in Calabria il 43,15%, in Toscana il 47,73% (in precedenza 62,60%), 44,65% nel tanto attenzionato Veneto (dato ai minimi storici con un’affluenza crollata di ben 16 punti percentuali visto il 61,16% del 2020), in Campania il 44,10% (in precedenza 55,52%, quindi più di 10 punti in meno), in Puglia il 41,83% (anche qui crollo rispetto al 56,43%). Dati insomma disastrosi per la classe dirigente. La sola verità è che non ha vinto nessuna delle forze politiche borghesi, le quali ormai governano le loro amate istituzioni con un consenso che corrisponde alla metà della metà della popolazione. In pratica, la legittimazione popolare è sempre minore, logica conseguenza della perdita di iniziativa della borghesia per uscire dal pantano della crisi (di cui ad esempio il trumpismo rappresenta una conseguenza e un’acutizzazione e non una causa e una soluzione) e del discredito di cui gode la sua classe politica, accresciuto enormemente dal fallimento dell’UE e dall’ignavia complice di fronte alle mostruosità genocidarie dell’abominevole colonia sionista.

Motivo per cui nessun partito assurge oggi a riferimento stabile per la borghesia italiana. Non lo sono Fratelli d’Italia e Movimento 5 Stelle, partiti personali che non hanno alcun radicamento territoriale, non lo è certamente il PD, stritolato dalle proprie contraddizioni e dalla difesa a oltranza dell’imperialismo NATO/UE (come in Ucraina). Il lento declino del PD deriva dalla corretta percezione da parte di un sempre crescente settore di lavoratori (a differenza di ciò che pensano perfino alcune formazioni trotskiste, ad esempio il PCR che fatica a definire il PD “sinistra borghese” optando per un più rassicurante “sinistra riformista”) di quella che è la sua vera natura politica, ossia l’essere il principale riferimento del capitale finanziario, europeo e italiano, e di conseguenza l’esecutore delle peggiori politiche di massacro sociale. AVS poi ha rinunciato da tempo a qualsiasi costruzione di massa, a causa della propria incapacità a strutturarsi tra la classe lavoratrice e della mancanza di spazio per il riformismo in questa fase storica. Suscita poi compassione il cantar vittoria di Salvini, che ha visto completamente fallire il suo progetto di creare una Lega nazionale, un partito nazionalista, protezionista e anti-UE. Il suo è ormai tornato a essere un partito regionale, terzo partito su tre della coalizione, con protagonista un personaggio come Zaia destinato a scalzarlo perché capace di incarnare molto meglio le esigenze della propria classe sociale di riferimento storica: la piccola borghesia. E si tratta di una piccola borghesia impoverita. I rincari delle bollette sono come una spada di Damocle sulla testa di centinaia di migliaia di piccole e medie imprese che rischiano di dover chiudere, o hanno già chiuso, la loro attività. Settori dipendenti tra l’altro dalle esportazioni nel mercato UE, che Zaia e Giogetti si guardano bene dall’attaccare, lasciando a Salvini e Vannacci una vuota e ridicola propaganda.

Siamo consapevoli del fatto l’astensionismo non si traduca automaticamente in una lotta antisistema ma siamo altrettanto consapevoli che esprima, in un tempo in cui la partecipazione a scioperi e piazze vive una discreta impennata, un distacco dalla politica istituzionale che non può essere ignorato, soprattutto da chi si professa sinistra rivoluzionaria.

La sinistra democratizzante alla frutta e le pie illusioni di alcuni sedicenti trotskisti

Si impone poi una riflessione su cosa si è prodotto a sinistra, in particolar modo tra coloro che si definiscono marxisti.

Sgombriamo subito il campo: non esiste, non solo in queste elezioni o nelle prossime, ma, al momento, in generale, nessuna forza politica non solo rivoluzionaria ma neanche con un minimo di radicamento serio tra lavoratori e lavoratrici. Non è il caso di Potere al Popolo, formazione piccolo borghese estranea alla classe operaia, non è il caso di Rifondazione Comunista, che è ormai un fantasma perfino del proprio cadavere (quello che è stato negli ultimi dieci anni e più), non è il caso di nessuno dei gruppuscoli che militano a sinistra del centrosinistra e dell’asse PRC/PaP. Non sprecheremo tempo e inchiostro per parlare di Alleanza Vedi Sinistra (se non merita il minimo credito la sinistra democratizzante, figurarsi quella pienamente democratica), sempre più costola del PD e dall’impianto programmatico pienamente capitalistico borghese.

Il tentativo di costruire cartelli di sinistra (Toscana rossa, Campania popolare, Puglia pacifista e popolare), dove ciò è stato possibile visti gli scarni numeri di attivisti e militanti, ha prodotto risultati elettorali altrettanto scarni: 4,5% in Toscana, 2% in Campania, 0,5% in Puglia. Vale lo stesso discorso fatto per AVS, questi soggetti sembrano non voler comprendere (non ci meraviglia dato la capacità di analisi e l’opportunismo politico che li caratterizza) che lo spazio per il riformismo è completamente chiuso in questa fase. Il capitalismo non ha più nulla da offrire, non sono possibili sue varianti assistenzialiste, capaci di garantire welfare e diritti sociali.

Il sostegno elettorale offerto a tali raggruppamenti da gran parte della sinistra di movimento e da una parte anche della sinistra sedicente trotskista (in maniera più convinta dagli eterni codisti di Sinistra Anticapitalista, meno convinta da PCL e PCR) mostra soltanto il livello basso a cui è giunta la sinistra militante. Esistono due versioni del discorso che motiva tale supporto “critico”. La prima sostiene che grazie a queste formazioni si sarebbe potuto portare nei Consigli regionali “voci e temi” cari al movimento e alla protesta, cosa che avrebbero sempre fatto i veri rivoluzionari. È una visione che parte da un assunto corretto per finire pienamente nell’alveo del riformismo. Il prezioso insegnamento del leninismo riguardo il rapporto con le istituzioni borghesi, che ne prevede giustamente la partecipazione quando utile alla lotta di classe, viene completamente stravolto. Perché quella partecipazione deve servire ai rivoluzionari per distruggere quelle istituzioni, dimostrare la loro inutilità, smascherarle agli occhi delle masse. Quanto di più lontano dai demoprogressisti difensori della Costituzione e ammiratori di Togliatti e Mélenchon che costituiscono Pap. Dai loro eventuali scranni non potrebbero servire in alcun modo la rivoluzione, parola che infatti hanno abolito dal loro vocabolario.

La seconda versione stravolge in maniera ancor più grave un altro insegnamento di Lenin, riguardante direttamente proprio la tattica del “voto critico”. Una tattica volta a non chiudere il dialogo con quella parte di classe operaia ancora vittima delle illusioni della sinistra riformista. C’è solo un piccolo problema. La classe operaia neanche sa chi sia Potere al Popolo. Quando Lenin formulò la propria proposta di “voto critico” per i partiti laburisti e socialdemocratici presenti allora, si riferiva a partiti con un seguito di milioni di operai. In quel caso sì che aveva un senso il famoso “voto critico” perché aveva un senso dimostrare a quegli operai che i loro partiti di riferimento avrebbero presto tradito quel voto e la classe. Cosa c’entri tale discorso con Pap e PRC è un mistero, utile a dimostrare quanto la tattica del “voto critico” venga completamente stravolta e adattata ad uno scolastico quanto inutile opportunismo di chi non riesce a distaccarsi dalla democrazia liberale e dai suoi rituali.

La prospettiva operaia

I lavoratori e le lavoratrici non hanno nulla da sperare nelle elezioni. Ripongano la propria speranza di cambiamento in sé stessi, nella forza che hanno come classe, perché solo la lotta rivoluzionaria della classe lavoratrice può cancellare dalla storia la società dello sfruttamento e della violenza capitalista. Alla parola d’ordine del “potere popolare”, parola d’ordine interclassista dei fronti popolari, rispolverata da Pap, indifferente alla tragedia storica che questi hanno rappresentato, noi contrapponiamo quella del “potere operaio”. Il movimento operaio potrà costruire il partito della propria classe, strumento necessario a imporre e difendere, attraverso la lotta e non certo le elezioni, la propria agenda politica, se saprà dotarsi di corrette impostazioni teoriche. L’unica alternativa per uscire dalla barbarie è operaia e socialista. L’unico spazio reale d’iniziativa per uscire dal pantano appartiene alla sinistra rivoluzionaria e ai lavoratori.

Raffaele De Blasio