L’ultimo tentativo di mediazione di Trump si è rivelato fallimentare, ma non c’è ragione di credere che non ne vedremo presto altri. Gli equilibri sul campo si stanno spostando a sfavore dell’Ucraina, e l’amministrazione americana cerca di scalzare Zelenskij attraverso scandali nel suo paese e “invitando” a indire nuove elezioni. Se da una parte l’Europa e gli USA debbono affrontare la crisi economica interna e raccogliere sufficiente consenso e risorse per una più grande offensiva in futuro, la Russia subisce la caduta del prezzo del petrolio e nuove sanzioni.
La situazione ucraina
I quasi quattro anni di guerra di logoramento hanno portato ad una situazione limite lungo il fronte. Per la prima volta, nel 2025, l’esercito russo è riuscito a prendere uno slancio significativo e ininterrotto in Donetsk, circondando Pokrovsk e Mirnohrad, e lambendo la linea dei forti dall’oblast di Zaporizhzhya a quello di Donetsk. Questa linea difensiva data da trincee, cittadine, paludi e denti di drago è il prodotto di un decennio di preparazione ucraina contro la minaccia russa, e costituisce il principale ostacolo prima di vaste e indifese pianure, che portano molto più a nord alla città di Pavlohrad, mentre prima di Krematorsk e Slovyansk c’è una serie di piccole città che i russi hanno cominciato a risalire partendo da Kostyantynivka. È grande il rischio che l’esercito ucraino sia costretto a retrocedere anche più in profondità e più velocemente di quanto non sia stato quest’anno. La possibilità di avanzare da est verso ovest, parallelamente alle linee difensive che arrivano a e salgono da Huljapole, minaccia di renderle inutili e accelerare l’avanzata russa verso l’importante centro industriale di Zaporizhzhya.

In questa situazione è profonda la crisi che sta affrondando l’Ucraina e in primis il suo esercito, spinto dalla carenza di uomini a rapire civili per strada o al lavoro, mentre aumenta il numero di emigrati che non intendono fare ritorno. Si stimano che siano 300.000 gli effettivi dati per disertori. Se la produzione di droni procede ottimamente, il paese risulta sempre più immiserito, indebitato e dipedente dagli aiuti esteri per continuare a funzionare e garantire la sopravvivenza materiale della sua popolazione. Un terzo delle spese pubbliche è diretta all’attività bellica, e questo certamente differisce dalla situazione dell’economia russa, che impegna tra il 7 e l’8% del proprio PIL (stima certamente riduttiva), e come vedremo avanti mostra gravi segni di fragilità, seppur permettendo ai propri cittadini uno stile di vita migliore di quello ucraino. Ogni anno, a ridosso dell’inverno, una serie di attacchi aerei alle centrali termiche condanna la popolazione ucraina al freddo e all’oscurità.
Questo progressivo deterioramento degli equilibri in campo non poteva non causare una reazione nei maggiori finanziatori della macchina bellica ucraina, gli Stati Uniti e l’Unione europea, con uno scambio d’accuse e un grottesco gioco delle parti. L’imperialismo americano, iniziatore del conflitto con la Russia, si trova a non poter più dividere le proprie risorse su fronti che non siano la Cina, concedendosi velleitarie azioni militari alla Monroe contro l’impotente Venezuela (e quando mai Maduro ha minacciato i suoi interessi?), e accusa l’Ucraina e leadership europee di prolungare un conflitto perduto. Dal canto loro, gli europei, già privati dei minerali e delle terre ucraini dagli americani, vedono nel fronte ucraino la testa di ponte per il loro capitale finanziario dentro la Russia, e vedono nella Russia il principale ostacolo per la loro espansione economica, politica e militare sul resto del continente, in una fase di acuta crisi della loro industria. La loro accusa agli Stati Uniti è di aver indebolito la Nato, il loro principale “meccanismo di protezione” (protezione dai temibili civili jugoslavi, libici e iracheni) e di voler impedire la continuazione di una guerra che solleverebbe un’industria morente attraverso commissioni militari e appianerebbe le impasse politiche tramite la costituzione di un polo imperialista indipendente.
La situazione russa
La speranze della precedente amministrazione americana e del suo seguito europeo erano riposte nella veloce liquidazione della forza economica russa, oberata di sanzioni, e nella costituzione al suo interno di un fronte trasversale di forze antipuniste. A distanza di quasi tre anni, possiamo osservare come l’opposizione russa rimanga profondamente divisa – quando non incarcerata -, con una sistematica epurazione di oligarchi e funzionari sgraditi e il buco nell’acqua della sedizione di Prigozhin. Complici le politiche di import-substitution, l’elevato prezzo del petrolio e la militarizzazione dell’economia, la Russia ha goduto di una certa crescita in termini reali, pur facendo fronte a tendenze inflazionistiche. Nei tempi più recenti, possiamo vedere come i costi della guerra stiano erodendo significativamente il potere di acquisto dei cittadini e la bilancia commerciale del paese, che privilegia l’export agricolo e minerario all’estero rispetto al consumo della sua popolazione. Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno creato una scarsità di beni energetici in alcuni luoghi più che in altri (per esempio in Crimea), e accresciuto i prezzi dei prodotti agricoli, che tuttavia devono essere venduti ai prezzi concordati nei periodi precedenti. Questo aggrava la cessione netta di valore dalla Russia, paese già semiperiferico.
In tutto ciò, il conflitto tra il capitale transnazionale e quello estrattivo si è risolto fondamentalmente in favore del secondo, con una cesura netta tra il capitale occidentale e l’economia russa, la cessione di ogni investimento estero e il rafforzamento della base di potere del regime, vale a dire le industrie improduttive e non competitive in mano all’oligarchia, il personale statale e i fornitori del governo. Se per un buon decennio, dagli inizi del 2000, risulta una progressiva integrazione della Russia nel mercato dei capitali e delle merci, questo ricevette un primo disastroso colpo con l’annessione della Crimea nel 2014. Il settore della borghesia che effettivamente agiva da comprador, mediando l’ingresso del capitale occidentale in Russia, è stato effettivamente schiacciato. Questo certo non va visto come un atto di “decolonizzazione” da parte del regime, quanto un sacrificio di alcuni suoi elementi per la sopravvivenza del tutto. Non è un caso che questa periodizzazione coincida con lo sviluppo più tragico della grande recessione, con il rinvigorimento delle spinte imperialistiche: da una parte l’espansione ad est della Nato, a cui la Russia ha desiderato sin da subito partecipare, dall’altra la conquista più o meno forzosa di mercati (portata avanti dall’Unione Europea in primis). La stessa economia russa ricevette, nel 2008, un colpo esiziale, a cui il regime rispose spingendo ulteriormente sul pedale della repressione, dello sciovinismo e dell’espansione militare. La fragilità interna, inacerbita dalle minime rendite petrolifere prima e durante il Covid e dalla malagestione dell’epidemia, ha spinto il regime ad esportare le proprie contraddizioni all’esterno, esattamente nel punto di contatto con il capitale finanziario occidentale, per stabilizzare il regime e stabilire lì il proprio confine.
Date queste premesse, appare peculiare il tentativo americano di “recuperare” la Russia al proprio seguito, scardinandola dall’alleanza d’occasione ed opportunista con la Cina. A latere degli accordi sulla “pace” in Ucraina, la diplomazia trumpiana emissaria delle lobby petrolifere e di alcuni settori particolarmente straccioni del capitalismo americano cerca di avanzare proposte di investimento in Russia legate ai settori delle materie prime. Questa riproposizione in piccolo della perestrojka, con l’allineamento politico ed economico della Russia all’Occidente e premiato con la concessione alle sue burocrazie di rimanere al potere, ha un qualcosa di utopico. Non solo mostrerebbe come il multipolarismo, persino nel sue pose più marziali, altro non chiede che la propria classe lavoratrice sia sfruttata dal capitale transnazionale “rispettosamente” e senza che sia arrecato danno alcuno alla sua classe dirigente e ai settori più parassitari della borghesia, ma in fondo pretende che si possano strappare delle concessioni all’imperialismo una volta mostrati i denti. Quanto grande sarebbe questa vittoria del nazionalismo borghese, traspare anche dalla possibilità di “requisire” consensualmente un centinaio di miliardi dai fondi russi congelati per la ricostruzione dell’Ucraina, tramite aziende americane. È legittimo credere che in fondo queste fossero le ambizioni di Putin, che vedrebbe realizzate con una fine del conflitto e delle sanzioni, stabilizzando il proprio potere e la situazione in cui è venuta a trovarsi la Russia negli anni 2000-2010. Ma non è neanche difficile vedere come la politica conciliatrice di Trump, quando molto probabilmente fallirà ancora prima di realizzarsi o molto dopo, lascerà spazio ad una rinnovata aggressività, covata dall’Unione Europea e da settori ancora maggioritari della politica americana, tanto più davanti ad una recrudescenza della crisi economica attuale.
Bellicismo europeo
Non essendo le tempistiche favorevoli al mantenimento di una guerra per procura perpetua, l’Unione europea si trova nella difficile situazione di dover intervenire direttamente nel conflitto per non soccombere alle proprie crepe. Ma escalare non è veramente possibile per una serie di ragioni:la crisi politica francese e inglese, la prima risolta con una radicalizzazione delle lotte operaie (e non nel segno di Melanchon) o con la cooptazione del lepenismo nella Nato, che pure richiederà del tempo; la seconda che vedrà il collasso del governo di Starmer e un simile compromesso della borghesia inglese con Farage, che gli imbecilli accusano di essere una colonna putinista. Vi è poi l’estrema impopolarità della guerra presso le popolazioni europee, per nulla impressionate dai “droni russi” lasciati svolazzare liberamente nei pressi degli aeroporti europei o dalla martellante campagna mediatica bellicista. La crisi economica, il genocidio, l’inaudita sfiducia nelle classi dirigenti europee sono una ragione sufficiente di apatia e sconforto.
Le coscrizioni introdotte in Germania, Francia e presto in Italia sono un preparativo per un progetto che non potrà essere realizzato prima del 2029, come affermano spudoratamente gli stessi rappresentanti della Nato. Le catene di approvvigionamento militare devono essere costruite, intere industrie convertite, la popolazione terrorizzata a sufficienza dalla prospettiva dei carriarmati russi a Berlino. Se l’Ucraina non può reggere da sola tanto a lungo, allora lo sforzo trumpiano di congelare la linea del fronte risulta funzionale ai suoi progetti di medio-lungo periodo (come il suo ordine tuonante di aumentare le spese militari dei poveri paesi europei), e l’indignazione che abbiamo visto in questi giorni contro i 28 punti di Witkoff cela non poca ipocrisia. Non è infatti un caso che le modifiche richieste dagli europei siano esattamente quelle che indebolirebbero la tenuta degli accordi sul lungo periodo. (Non ci addentreremo sulla questione di quanto possa essere “giusta” una pace di spartizione di un territorio tra due contendenti, a titoli sicuramenti diversi, ma l’indipendenza del proletariato ucraino e russo e la necessità che combattano autonomamente per la propria liberazione, senza svendersi a oligarchi, alleanze militari o capitali esteri, è una questione che passa sopra la testa di troppi compagni.) Nella dubbia prospettiva che gli Stati Uniti riescano ad allontanare la Russia dall’orbita cinese, facendola miracolosamente capitolare per la seconda volta in trent’anni col consenso e la salvezza della sua classe dominante, l’Unione Europea non può che prepararsi alla propria lancinante crisi politica, cercando di reggere ancora qualche anno prima della sua piccola guerra totale.
Quali sarebbero le possibilità di perdere contro la Russia? Ad un primo sguardo, sembrerebbe che la capacità produttiva e il dispiegamento di soldati di cui l’Unione è capace costituiscano una minaccia esiziale per la Russia. Questo è probabilmente vero, ma occorre tenere conto di alcune cose: (1) lo scoppio di una guerra di tale portata difficilmente non attirerebbe il vero oggetto della contesa, ovvero la Cina che, impegnata dagli americani ad est, potrebbe comunque avere abbastanza uomini e risorse industriali da mandare sull’altro fronte; (2) lo sviluppo delle tecnologie militari produce ciclicamente fasi di stallo e fasi di movimento, come furono la trincea e poi le offensive sui carri armati; poiché ci troviamo attualmente in un contesto bellico dominato dall’onnipresenza dei droni, l’apporto dei soldati europei comunque si ridurrebbe in piccoli gruppi impegnati a conquistare questa o quella collina, questo o quel cumulo di macerie, senza colonne di uomini e di mezzi capaci di muoversi velocemente, contro un paese di 143 milioni di abitanti che dichiara la mobilitazione generale; come osserva appropriatamente Jacobin: “A maggio, gli americani hanno concluso un cessate il fuoco con gli Houthi perché non valeva la pena sperperare aerei e navi costosi nella lotta contro droni e razzi lanciati da uno dei paesi più poveri del mondo. Alcune settimane dopo, la Russia ha perso buona parte della sua flotta di bombardieri strategici in un’azione di droni da parte del servizio di sicurezza ucraino, tanto spettacolare quanto a basso costo.” (3) oltre a ciò, Europa e Russia comincerebbero una violenta campagna di bombardamenti reciproci, diretti al reciproco tessuto industriale e civile. Qualsiasi minchiata possa inventarsi Calenda, andrà valutata anche al netto di un Kalibr sui parchi industriali della Germania e della pianura padana; (4) il riarmo europeo si sta compiendo all’insegna dell’isteria e dell’incompetenza, con ogni paese intento a bruciare inane quantità di soldi a debito per carissimi sistemi d’arma americani e per la propria industria bellica, raffazzonando qua e là dubbi progetti infrastrutturali come il ponte sullo stretto, per raggiungere il famoso 5% di spesa; si tratta di uno stato maniacale delle classi dirigenti europee e dei loro cantastorie che per certi versi fa da sponda alla simile isteria finanziaria d’oltreoceano, incentrata sulla bolla AI.
Chiaramente, questo esito non è desiderabile e le leadership europee sono perfettamente consapevoli di non avere la forza politica di imporre alle classi lavoratrice europee, come anche ai settori più apolitici e apatici delle proprie popolazioni, l’immenso costo di una simile guerra, malgrado lo sciovinismo di alcuni paesi che facevano parte dell’orbita sovietica, come la Polonia e i Baltici, dei vertici Nato e dei committenti della “difesa”. Che ci vogliano provare è un’altra questione, e l’unico modo per garantire che ciò non accada è organizzare la capitolazione delle borghesie europee ad opera di un’organizzazione indipendente e partitica della classe lavoratrice del continente.
Tupac Di Silvestro