L’imperialismo avanza

La crisi dell’impero americano spinge i suoi più degeneri governanti all’ennesimo atto di pirateria internazionale. L’ondata reazionaria che ha sconvolto le elezioni sudamericane, da Milei, a Kast, a Paz, al tentativo di riabilitare Bolsonaro, culmina con la riduzione del Venezuela ad un protettorato statunitense. Presto sapremo se Maduro è stato il prezzo pagato dalle forze armate e dalla boli-borghesia per lasciarsi cooptare dagli americani, in luogo di una prolungata insurrezione nel paese. Intanto, Trump ottiene il controllo della metà del petrolio mondiale, esautorando di fatto l’OPEC, riducendo il potere negoziale della Russia e le conseguenze per il mercato energetico di una guerra in medioriente. Chi è il prossimo? Cuba, che dipende dal petrolio venezuelano, e l’Iran, scolvolto da inizio mese dalla caduta del rial e dalla protesta della classi tradizionalmente sostenitrici del regime. 

Stati fascisti di America 

In meno di due ore il presidente del Venezuela e sua moglie sono stati rapiti dal loro letto e deportati a New York, per essere esibiti di fronte ad una cittadinanza riottosa al trumpismo e affrontare ridicole accuse di narcotraffico e cospirazione contro gli Stati Uniti, in una giurisidizione dove vige la pena di morte. Per via dei processi disgregativi che attraversano il paese, la pirateria internazionale è accompagnata in patria dalle violenze e dagli omicidi delle bande fasciste di Trump. 

Al netto dell’immensa bolla speculativa dell’AI, la crescita economica del paese risulta del tutto fittizia e il progetto politico di Trump mostra chiaramente l’intenzione di creare una propria sfera di influenza imperialistica, monopolistica, con il pesante ingresso del suo governo nella gestione e protezione del capitale finanziario. Davanti alla competitività cinese, le immense risorse naturali del Venezuela e della Groenlandia diventano un mezzo necessario all’autosufficienza, in preparazione di un conflitto sempre più vicino e inevitabile, dato dal progetto trumpiano di ristabilire nuovamente e una volta per tutte la supremazia del proprio paese a livello mondiale. 

Per ora, è ancora incerto se le istituzioni venezuelane mobiliteranno veramente la propria popolazione per una guerra anticoloniale. In questi anni Maduro ha imposto con una repressione spietata la distruzione dei salari a beneficio della borghesia, vincolata al regime nazionalista, e un riarmo implicherebbe la possibilità che le classi lavoratrici si transformino in un soggetto politico autonomo, ostile tanto al saccheggio imperialista di Trump quanto al bolivarismo. D’altra parte, non è negli interessi di Trump impelagarsi in una laboriosa guerra nella giungla, se c’è la possibilità di comprare il supporto dell’esercito e della boliborghesia, già dotate di un proprio apparato repressivo. La sola speranza dei venezuelani è che emerga un nuovo ciclo di resistenza, che faccia proprie le rivendicazioni di indipendenza nazionale, lotta all’imperialismo, per il socialismo, la democrazia e un reale sviluppo economico.

È necessario invocare la massima mobilitazione delle classi lavoratrici sudamericane, e attivare un intenso lavoro di propaganda in Europa e Nord-America contro le rispettive borghesie, perché la spinta verso un nuovo conflitto mondiale ha appena ricevuto un’immensa conferma dal suo massimo patrocinatore.

Nazionalismo borghese e transizione

Il bilancio politico dell’esperienza chavista non potrebbe essere più disastroso, considerato anche l’intervento esterno che, lungi da porvi fine, rivela la natura profondamente traditrice ed opportunista del nazionalismo borghese. Lo spettacolo impietoso dei militari e dei boliborghesi pronti a tramutarsi in fedeli verdugos (boia) dell’occupazione americana ripete in piccolo la parabola politica delle burocrazie sovietiche e cinesi, capitolate di fronte all’imperalismo e al capitale finanziario pur di aver salva la pelle, e non dall’imperialismo quanto dalle loro stesse classi lavoratrici. L’apparente contraddizione tra l’imperialismo e le varie forze “antimperialiste” si risolve nella farsa della restaurazione capitalistica. Come gli apparatchik di Russia e Cina, la classe dirigente venezualana ha all’attivo l’immiserimento delle proprie masse, la fame e la repressione di ogni tentativo di organizzazione autonoma proletaria. 

Si spiega così il paradosso di politiche reazionarie ed antiproletarie ad opera non di élites “neoliberali” di origine esogena, ma dei sedicenti rappresentanti di una rivoluzione. Se possiamo riconoscere un certo legame di Chavez con le masse, il madurismo sanziona il definitivo passaggio da un regime bonapartista ad uno stato di polizia, dove le mobilitazioni popolari sono direttamente controllate dal regime, dove non vige libertà sindacale ed organizzativa per la classe lavoratrice, dove la dollarizzazione viene portata a compimento, in primis per la borghesia bolivariana che assicura il proprio capitale mentre i venezuelani si ritrovano con della carta straccia in mano e salari mensili di tre dollari. L’apparato repressivo che Trump utilizzerà contro i venezuelani è un’eredità diretta, direttissima, di Maduro.

Questo indifendibile supplizio che ha osato darsi il nome di “Socialismo del XXI secolo” ha una lunga storia di collaborazione con l’imperialismo americano, a partire dall’ingresso di Chevron nei pozzi dell’Orinico, al profumato indennizzo di Chavez al capitale americano per aver “espropriato” le sue succursali nel paese, alle moccolose proposte degli ultimi mesi di “accettare” non solo tutto il petrolio, ma le restanti risorse minerarie del paese, fino alla catastrofe economica pagata dai lavoratori venezuelani pur di garantire il debito estero al capitale estero e statunitense. Per la disgrazia di tutti, sembra che il suo compito storico di persecuzione dei venezuelani non sia ancora terminato, ma passato sotto un’altra bandiera. 

Questo nulla toglie alla gravità dell’attacco statunitense al paese e la perdita di ogni autodeterminazione per la sua popolazione. Se il regime si fosse difeso, sarebbe stato dovere di tutti partecipare a questa lotta dal suo lato, direttamente o attraverso la solidarietà internazionale, perché l’avanzata degli Stati Uniti in Sudamerica, come quella di Israele in Iran, è una catastrofe di per sé, per la sua popolazione e per il movimento operaio. 

Ma il modus operandi trumpiano, che ripete in piccolo la più notevole di tutte le rivoluzioni colorate, ovvero l’avvento di Eltsin e Putin, è in realtà carico di conseguenze: da un lato espone il paese ad un’immensa tensione interna, con la completa deligittimazione delle forze al potere, che ovviamente non reintroducono le libertà democratiche ed organizzative; cosicché un settore dell’esercito o della popolazione potrebbero iniziare una seria resistenza alla dominazione estera e far deflagrare il paese; dall’altro lato il restaurazionismo non annulla la posizione ambigua e fragile delle sue classi dirigenti, strette tra il rifiuto di andarsene e una rinnovata ostilità dell’imperialismo, ed è la premessa di ulteriori conflitti internazionali.

Verso una guerra mondiale

L’attacco USA non serve tanto a “prendere” del petrolio quanto a togliere margine di controllo al mercato petrolifero ad altre potenze. Gli Stati Uniti con il protettorato del Venezuela ottengono la riserva di greggio più grande del mondo, benché di qualità mediocre, mentre già posseggono le tecnologie estrattive più moderne ed efficienti. Trump da solo è ora in grado di stabilire il prezzo del barile.

La prima conseguenza ha come diretto interessato la Cina e la sua sfera di influenza in America Latina. Se da un lato l’esclusione della Cina dal mercato sudamericano è impossibile, data la sua competitività impareggiabile per l’industria americana, dall’altro gli USA guadagnano sul piano della contrattazione: il greggio venezuelano rappresenta per la Cina ad oggi l’8% delle importazioni di petrolio, a fronte del quasi monopolio cinese sulle terre rare, che pose termine alla guerra tariffaria iniziata da Trump in aprile. Vi è poi il desiderio maggiore nei confronti della Cina che ruota attorno al “recupero” di due porti di ingresso e uscita del Canale di Panama, che rimangono nelle mani di una società di Hong Kong che ne ha bloccato la vendita a un consorzio guidato dal gruppo finanziario BlackRock.

La seconda conseguenza, invece, è che la Russia, in una fase di profonda crisi economica, acuita dalla guerra in Ucraina, vedrà le entrate del petrolio ridursi ulteriormente per via delle pressioni bassiste operate da Trump. Putin si vedrebbe presto spinto a terminare il conflitto in Ucraina, con la mediazione di Trump e dei suoi affaristi, contro tra l’altro gli interessi della Cina, che vedrebbe avvicinarsi il confronto armato con gli americani.

La terza conseguenza sarebbe quella del fallimento definitivo del progetto OPEC, in un’ottica fortemente anti-iraniana. Il controllo su metà delle riserve mondiali di petrolio permette di tamponare facilmente le gravi oscillazioni di prezzo causate da una guerra in medioriente, contro l’Iran, dalla chiusura dello stretto di Hormuz (dove passa il 20% del petrolio mondiale e la marina iraniana ha una certa libertà di azione) e dal bombardamento dei pozzi nella penisola arabica. Dobbiamo presto aspettarci significative azioni belliche contro l’Iran e i suoi proxies, ad opera degli americani e del loro cane sionista. Già da inizio mese una significativa fiammata inflazionaria ha sconvolto il regime degli ayatollah e causato disordini in varie parti del paese. Non è assolutamente possibile prevedere quale forma e quale livello di distruttività prenderà il cambio di regime in Iran, considerando anche il vasto arsenale del regime e l’accumulazione di missili negli ultimi mesi.

La quarta conseguenza è il colpo mortale assestato a Cuba dalla privazione della sua principale fonte energetica, quando sull’isola i cali di elettricità sono già all’ordine del giorno e l’avanzato degrado infrastrutturale, economico e burocratico, unito alla progressiva restaurazione capitalistica, hanno gravemente eroso il supporto dei cubani. Il pericolo di una sorte simile nell’isola è imminente. 

La proliferazione di conflitti mostra un chiaro disegno sottostante, una tendenza verso un conflitto mondiale al cui richiamo le borghesie imperialiste hanno da tempo aperto le orecchie. Trump ha bisogno di mantenere l’America Latina allineata per poterla coinvolgere in questa imminente guerra mondiale e sottomettere la sua stessa popolazione allo stesso scopo. Il rifiuto di Trump di operare sotto la foglia di fico del diritto internazionale, quel peculiare gusto per la formalità che da Hiroshima ad oggi ha contraddistinto i crimini dell’impero americano, rende assolutamente trasparente la scelleratezza della sua impresa. Dall’altra parte, la debolezza mostrata dal Venezuela e dall’Iran dimostrano i limiti di questi regimi politici, e l’assenza di una reazione del blocco sino-russo ci palesa come certe alleanze non vadano oltre la pura formalità propagandistica. Questa dura realtà infrange violentemente i sogni dei sostenitori del “multipolarismo”. Solo l’azione indipendente della classe lavoratrice può muovere la storia verso la pace e la liberazione, con una forza infinitamente più grande di tutti i balbettamenti e le pose del nazionalismo borghese, antimperialista della domenica. Davanti all’oscurità dei nostri tempi e l’orrore della guerra non può esserci resa morale, ma una lotta instancabile.

Contro ogni ingerenza imperialista  (statunitense, sionista, europea) nei confronti del Venezuela, e non solo, la strada da percorrere è una sola: il blocco e l’espulsione delle forze imperialiste attarverso la mobilitazione dei lavoratori a partire da movimenti in tutta l’America fino a noi qui in Italia ed Europa.

Al fianco del popolo venezuelano, contro la violenza yankee: fuori l’imperialismo dal Venezuela e dall’America Latina!

Carlo Anton e Tupac Di Silvestro