Metalmeccanici tra lotta e normalizzazione della svalutazione dei salari. NO a questo rinnovo del CCNL!

Il 22 novembre scorso i vertici dei confederali FIOM, FIM e UILM insieme con Federmeccanica hanno firmato un’ipotesi di rinnovo del CCNL dei metalmeccanici che dovrà essere votata dai lavoratori in questi mesi di gennaio e febbraio. 

Questa firma è avvenuta in una fase molto critica, in uno scenario internazionale di guerra, inflazione e crisi industriali e ha da subito creato divisioni. Federmeccanica, i fogli confinindustriali come il Sole 24 ore e anche i vertici dei sindacati firmatari hanno salutato con entusiasmo questa ipotesi di accordo. Rispetto agli ultimi contratti firmati, come l’ultimo in particolare che era stato accettato quasi unanimemente, tra i lavoratori è però sorto un malcontento, in particolar modo tra coloro che per portare avanti questa trattativa hanno scioperato rinunciando a 5 giornate di stipendio e tra quelli che hanno inquadramenti e salari più bassi e che sono stati colpiti in maniera più forte dall’inflazione. Nel sindacalismo di base e in alcune aree di opposizione della CGIL sono partite campagne referendarie per non farlo votare. Per motivi diversi anche nella piccola impresa e in alcune aree del padronato come Assolombarda, il contratto è stato accettato con molte riserve.

Il CCNL dei metalmeccanici dimostra così di essere in Italia uno dei terreni di scontro tra le classi non solo dal punto di vista puramente economico ma anche su un piano più politico, in quanto pone in maniera più diretta lo scontro tra gli interessi immediati della classe operaia e di quella padronale, mostrando il loro stato di salute e anche quello delle parti sociali sindacali che le rappresentano. Nella storia italiana del novecento, gli operai di questo settore sono sempre stati pionieri nella lotta di liberazione dallo sfruttamento; per esempio, la settimana lavorativa di 40 ore è una conquista estesa a tutti i lavoratori e le lavoratrici grazie in primis alle lotte e al sangue versato dagli stessi metalmeccanici.

E così come ogni loro conquista diventa una conquista da estendere a tutta la classe lavoratrice evidenziando il ruolo strategico e di avanguardia dei metalmeccanici, in una fase come quella attuale dove la classe lavoratrice mondiale è sotto perenne attacco politico ed economico, ogni capitolazione dei metalmeccanici si riflette in maniera indelebile sulle condizioni di tutti i lavoratori e di tutte le lavoratrici.

Quest’ultimo rinnovo arriva dopo decenni di diminuzione del potere d’acquisto, che ha raggiunto il picco massimo proprio negli ultimi quattro anni a causa dell’impennata inflattiva aggravata a sua volta prima dalla pandemia del Covid e poi dalla guerra, e da un conseguente innalzamento della soglia di povertà assoluta con tanti lavoratori che vivono sotto la soglia di povertà, a cui anche i livelli più bassi dei metalmeccanici tendono ad avvicinarsi. Alla normalizzazione della pandemia e alla normalizzazione della guerra, segue ora una normalizzazione della perdita del potere d’acquisto dei salari. In Italia ne sono piena espressione questo contratto insieme con l’accordo tra le parti sociali che vive alla sua base, ovvero “Il patto per la fabbrica” tra Federmeccanica, CGIL CISL e UIL stillato nel 2018.

Fine della trattativa. Fine della lotta. 

La firma dell’ipotesi di accordo è avvenuta in seguito a un anno burrascoso, che ha visto l’interruzione della trattativa da parte di Federmeccanica nella seconda metà del 2024 e un totale di 40 ore di sciopero da dicembre 2024 a giugno 2025 da parte dei metalmeccanici per riaprire la trattativa. L’apoteosi di questa lotta si è raggiunta il 20 giugno scorso in Emilia Romagna, quando diecimila metalmeccanici hanno bloccato la tangenziale di Bologna sfidando anche le restrizioni imposte dal governo con il ddl sicurezza. Un evento di tale portata per un contratto nazionale dei metalmeccanici rappresenta una novità per il movimento operaio di questo secolo. Basta pensare che nel recente passato ci furono soltanto tre mezze giornate di sciopero per il rinnovo del 2017 e una mezza giornata per il 2021.

A questo dobbiamo aggiungere un quadro più ampio dell’ultimo anno che da un lato ha riscontrato un risveglio delle lotte generalizzato contro la guerra, in particolar modo contro il genocidio in Palestina, con centinaia di manifestazioni e due scioperi generali tra settembre e ottobre, e dall’altro un’intensificazione dell’attacco contro la classe lavoratrice perpetuata dalla finanziaria del governo Meloni e dalla criminalizzazione del dissenso verso quella parte di lavoratori e dei sindacati (CGIL, USB, Si Cobas e tutto il sindacalismo di base) che hanno partecipato alle lotte avvenute negli ultimi mesi. Nello sciopero del 3 ottobre, 2 milioni di lavoratori hanno invaso le strade. È stato lo sciopero più riuscito degli ultimi venti anni. In questo caso la partecipazione della CGIL (spinta con forza oltre che dagli eventi anche dalla sua base metalmeccanica) è stata essenziale per la sua riuscita, in quanto sono stati più che raddoppiati i numeri già da record per questi anni dello sciopero dei soli sindacati di base del 22 settembre.

Nonostante l’intensificazione di una lotta generale che poteva essere canalizzata a favore degli operai, nonostante la lotta per il contratto che ha portato alla riapertura della trattativa, nonostante sia stata Federmeccanica a richiederne la riapertura, l’ipotesi di accordo firmato a novembre propone un forte ridimensionamento delle richieste iniziali presenti nella piattaforma di contrattazione sindacale votata dai metalmeccanici nel 2024.

Questa rivendicava un aumento di 280 euro lordi in 3 anni per il livello medio dei metalmeccanici (C3, il vecchio 5 livello) e anche la sperimentazione di una diminuzione dell’orario di lavoro a parità di salario fermo a quaranta ore settimanali da oltre cinquant’anni. L’ipotesi di rinnovo invece riduce gli aumenti per lo stesso livello a 205 euro in quattro anni, di cui 27,7 euro fanno parte dell’aumento ottenuto attraverso l’adeguamento all’IPCA del 2025, quindi effettivamente parliamo di circa 177 euro nei prossimi 3 anni accompagnato da un aumento (insignificante soprattutto se paragonato all’inflazione) di 50 euro dei flexible benefit annuali che passano da 200 a 250 euro.

Si ottiene addirittura un peggioramento sulla questione dell’orario di lavoro, in quanto l’aumento salariale è stato scambiato con un aumento della flessibilità oraria plurisettimanale di 16 ore (qualcosa che va in direzione opposta alla riduzione dell’orario di lavoro e che potrà essere utilizzato dai padroni per pagare meno ore di straordinario, entrando tra l’altro anche in contrasto con l’aumento della sicurezza sul lavoro, tanto sbandierato nel Patto per la Fabbrica) e con una diminuzione di due PAR (giornate di permesso) a uso individuale che diventano ad uso collettivo dell’azienda, che ora potrà quindi imporre quelle 2 giornate al lavoratore durante l’anno. 

Seppur la piattaforma iniziale non prevedesse il totale recupero del potere d’acquisto perso negli ultimi dieci anni, di cui ne è stato recuperato solo un terzo, la sua approvazione avrebbe quantomeno invertito la tendenza alla normalizzazione della svalutazione dei salari. Questa piattaforma, inoltre, ha ottenuto l’effetto di risvegliare la lotta dei metalmeccanici e di aprire delle crepe nel fronte padronale mettendo a nudo la fragilità del tessuto industriale italiano composto nel 96% da piccole e micro imprese che danno lavoro a più di un metalmeccanico su due. Infatti, il rifiuto della piattaforma dei metalmeccanici è stato spinto con forza soprattutto dalla piccola impresa che non sarebbe in grado di reggere il colpo a questi aumenti, né tantomeno a una riduzione dell’orario di lavoro, e ha creato anche un problema di rappresentanza per la borghesia italiana internamente a Federmeccanica.

Così quella che ai tempi della Prima Repubblica veniva definita la spina dorsale dell’economia italiana e che si è sviluppata in maniera più diffusa in Italia rispetto agli Stati imperialisti come reazione alle conquiste delle grandi lotte degli anni ‘60 e ‘70, si mostra ora in maniera sempre più evidente come un cancro sociale ed economico che tiene bassi i salari e allo stesso tempo riduce la competitività dell’industria italiana sul piano internazionale intensificando la sua crisi. 

Questa spaccatura si riflette anche nel movimento operaio e nel sindacato. I dati sulla partecipazione alle giornate di sciopero ne danno conferma. Infatti le piccole e micro imprese sono a grande maggioranza non sindacalizzate e i suoi lavoratori sono anche quelli più restii a scioperare, in quanto più ricattabili dal padroncino. 

La spaccatura tra i metalmeccanici non si limita però alle dimensioni delle imprese, ma si estende anche alla diversità settoriale che l’industria metalmeccanica ha abbracciato con l’innovazione tecnologica. Negli ultimi anni è aumentato il numero dei metalmeccanici del settore impiegatizio che ha superato quello degli operai di fabbrica, con particolare riferimento al settore informatico, dove tendenzialmente si tende a scioperare di meno a causa di vari fattori: primo fra tutti un mercato del lavoro più movimentato che consente di cambiare azienda per aumentare il proprio salario, ma anche una maggiore diffusione di inquadramenti con livelli contrattuali più alti che sono più lontani dalla soglia di povertà rispetto a quelle riservate mediamente al proletariato di fabbrica e di contrattazioni di secondo livello o individuali più remunerative, con superminimi assorbibili che quindi annullano nella maggior parte dei casi gli aumenti ottenuti tramite CCNL. Da qui vengono fuori anche le maggiori difficoltà di sindacalizzazione dei lavoratori del settore informatico, che potrebbe potenzialmente essere un’avanguardia nella lotta per la riduzione dell’orario di lavoro, soprattutto di fronte al crescente utilizzo dell’intelligenza artificiale che sostituirà una buona parte del lavoro umano.

Pertanto questa trasformazione del settore, non accompagnata da sostanziosi processi di sindacalizzazione e di presa di coscienza dei nuovi lavoratori tecnologici è una spinta verso una maggiore arretratezza del movimento e verso la debolezza sindacale nella contrattazione. 

Tuttavia tali difficoltà non esulano i vertici sindacali dalle loro responsabilità.

2018-2028. Dieci anni di Patto per la Fabbrica, dieci anni di salari in discesa. Alla ricerca della pace sociale.

Il Patto per la Fabbrica firmato nel 2018 è stata la base degli ultimi rinnovi contrattuali compreso quello del 2017, che “diede il LA” a questa nuova fase. Il patto poneva l’obiettivo di modernizzare le relazioni industriali nell’epoca della Quarta Rivoluzione Industriale, gettando le regole per una nuova contrattazione collettiva che garantisse i minimi economici, la sicurezza sul lavoro e un miglioramento del welfare.

Di fatto ha sancito la capitolazione della Fiom alle posizioni più moderate della Fim e della Uilm e si è fatto portavoce di una pace sociale sottomettendo in maniera più diretta l’interesse dei lavoratori a quello delle imprese. Se alla base di quel patto c’era un accordo per cui non si sarebbero concessi ai lavoratori aumenti salariali se non quelli in linea con l’adeguamento del potere d’acquisto all’aumento del costo della vita, oggi in un periodo di forte inflazione, viene fuori in maniera evidente l’inadeguatezza dello stesso accordo anche rispetto anche ai semplici fini che si era prefisso inizialmente.

La tutela del potere d’acquisto prevista dal CCNL è infatti basata sull’adeguamento dei salari all’indice IPCA-NEI (Indice dei prezzi al consumo armonizzato al netto degli aumenti dell’energia), un parametro insufficiente soprattutto in periodi di forte inflazione. Questo perché l’IPCA è un indice “medio” che non considera le specificità dei consumi individuali o familiari e in questo caso esclude anche i costi più impattanti, come l’energia importata che ha subito grandi aumenti nel periodo post-covid.

Per fare un semplice esempio concreto, l’IPCA è  il risultato di una media anche tra il paniere di una famiglia che ha una casa di proprietà e una di quelle che vive in affitto. L’aumento medio degli affitti tra il 2024 e il 2025 nel nord Italia è stato del 6% con prezzi arrivati a 18,5 euro al metro quadro. Un piccolo appartamento da 70 metri quadri che costava 1221 euro nel 2024 di affitto è aumentato di 76 euro nel 2025. L’aumento di stipendio ricevuto a giugno del 2025 per il livello C3 dei metalmeccanici dovuto al semplice adeguamento all’IPCA è stato di soli 27 euro lordi al mese. Quindi un’operaia e un operaio di livello C3 (che è anche un buon livello) con l’aumento ricevuto ci ha pagato solo un quarto dell’aumento dell’affitto che è solo una parte della spesa mensile che dovrà fronteggiare. Se poi immaginiamo una famiglia che deve anche mantenere dei figli all’università, l’aumento del costo della vita cresce ancora più rapidamente. 

La quantificazione della perdita reale del potere d’acquisto era stata fatta dai sindacati stessi; soltanto un anno fa il segretario nazionale della UILM Palombella dichiarava: “I lavoratori hanno bisogno di recuperare potere d’acquisto. Basti pensare che negli ultimi dieci anni i metalmeccanici hanno recuperato solo un terzo dell’inflazione, nonostante il nostro impegno e il risultato ottenuto nel CCNL del 5 febbraio 2021. Dal 2020 al 2023 l’inflazione record ha eroso i salari mettendo in difficoltà le famiglie e noi non possiamo non tenerne conto. Con l’ultima tranche di oltre 130€, legata al dato dell’Ipca, i lavoratori hanno recuperato solo parzialmente il potere d’acquisto perso. Il nostro compito è sempre stato quello di restituire una vita più dignitosa possibile al lavoratori, coloro che insieme alle aziende generano ricchezza nel nostro Paese”.

Quantificato in termini di percentuale con il prossimo contratto si ottiene dal 2025 al 2028 un aumento del 9,64% sul salario a fronte di un aumento previsto per l’IPCA del 7,2%. Questo vuol dire che dei prossimi aumenti solo il 2,44% del salario sarà un aumento al di sopra dell’IPCA e oltre ad essere del tutto insufficiente a recuperare il potere d’acquisto perso negli ultimi 10 anni, per quanto visto finora con buona probabilità non tutelerà neanche il potere d’acquisto da qui a tre anni. In pratica si sta firmando un contratto dove in anticipo si sa già che tra tre anni il salario varrà di meno rispetto a quello odierno. 

Se da un lato il Patto per la Fabbrica ha permesso di recuperare una parte del potere d’acquisto perso in cambio della pace sociale, dall’altro è anche un limite per recuperarlo completamente, diventando così non soltanto una porta sigillata verso qualsiasi miglioramento delle condizioni di vita di un lavoratore ma un accompagnamento graduale verso la povertà e un maggiore sfruttamento.

Il sindacato tra crisi e collaborazionismo

Se come abbiamo scritto è sicuramente vero che la frammentazione del settore influisce negativamente nella lotta degli stessi lavoratori e di conseguenza riduce il potere di contrattazione dei sindacati costretti a mandare i delegati a confrontarsi con un muro dall’altra parte del tavolo, d’altro canto i vertici dei confederali, dopo essersi messi in bocca frasi come “Non faremo passi indietro”, al momento della firma del contratto sono diventati apologeti della normalizzazione della perdita del potere d’acquisto, della pace sociale e del Patto per la Fabbrica, spingendo le RSU nelle varie fabbriche e aziende a far accettare il contratto ai lavoratori al suono dei soliti mantra “Attualmente questo è il migliore dei contratti possibili”,  “Non ci sono i rapporti di forza per ottenere qualcosa di meglio”, “Meglio questo di niente”.

Ma la somma di tutti i migliori contratti possibili degli ultimi anni sta accompagnando un impoverimento graduale e lamentarsi dei rapporti di forza, per poi andare a convincere i lavoratori a firmare dei contratti che sigillano un peggioramento è anche un modo per zittire il dissenso e per non creare mai questi rapporti di forza.

Questo tassello però fa parte di un mosaico più grande che riguarda la crisi del sindacato in generale che arriva diviso e frammentato nella fase più critica mai vissuta da più di un secolo a questa parte.

Tra i confederali la CISL (che ha una solida rappresentanza metalmeccanica) si è schierata in maniera più netta al fianco del governo reazionario Meloni, che ha suggellato la loro intesa nominando l’ex segretario nazionale Luigi Sbarra a sottosegretario alla presidenza del consiglio. Lo stesso sindacato collaborazionista ha boicottato prima i referendum sul lavoro della CGIL e poi gli scioperi per la Palestina, nonostante l’evidenza della complicità dello stato italiano e del governo nel genocidio. Ha appoggiato, infine, senza batter ciglio una manovra finanziaria anti-operaia che aumenta l’età pensionabile.

Da settembre scorso anche la UIL, che aveva partecipato a tutti gli scioperi generali della CGIL dal 2014 in poi, si è defilata dalla lotta facendo una svolta verso le posizioni reazionarie della CISL e influendo negativamente sulla partecipazione dei metalmeccanici a una lotta contro il governo che nulla ha fatto per la perdita di potere d’acquisto dei salari.

La CGIL si è trovata quindi isolata dagli altri confederali, che non la difendono neanche in un momento in cui un governo di fascisti cerca di mobilitare il proprio elettorato contro la CGIL e contro il sindacato in generale. Nonostante ciò, la dirigenza del sindacato italiano maggioritario ha fatto di tutto per dissolvere la rabbia che era scoppiata nei mesi scorsi, non scioperando insieme con i sindacati di base contro la finanziaria, nonostante gli inviti ufficiali dei Cobas e i buoni risultati degli scioperi contro la guerra, finendo per organizzare uno sciopero autoreferenziale in solitudine il 12 dicembre che si è rivelato un flop. I numeri dichiarati dai giornali si assestano attorno ai 500mila partecipanti: un passo indietro non solo rispetto ai 2 milioni del 3 ottobre, ma anche rispetto agli ultimi scioperi fatti insieme alla UIL dove si era sempre superato il milione. Considerando poi che i lavoratori iscritti alla CGIL ammontano a 2,7 milioni, significa che una buona parte del sindacato è la prima a non partecipare agli scioperi.

Dall’altra parte il sindacalismo di base è andato per la sua strada scioperando da solo (e diviso) il 28 novembre registrando un flop ancora più forte di quello della CGIL. Anche in questo caso se si agisse per il bene dei lavoratori, quando gli inviti non funzionano, si dovrebbe convergere sullo sciopero della CGIL, sfidando apertamente la sua dirigenza e il suo settarismo nei confronti dei sindacati più piccoli e conflittuali. Inoltre, suona già ridicolo l’appellativo di sciopero generale verso tutti gli scioperi fatti in Italia dal 2002 in poi, in quanto si svuota del suo vero valore una parola d’ordine che in passato significava paralizzare un paese, ma pensare di poter chiamare “sciopero generale” uno sciopero senza il settore metalmeccanico (dove il sindacalismo di base ha una presenza limitata) assume dei toni farseschi che non aiutano affatto la lotta dei lavoratori e con l’aggravarsi della situazione trasformano la farsa in tragedia.

A causa delle condotte dei sindacati, in particolar modo quelle dei confederali, si indebolisce la lotta dei metalmeccanici isolandola dal resto del movimento, riducendo ogni possibile margine di crescita per acquisire maggiori rapporti di forza nella lotta dei contratti futuri. La firma di questo contratto e la condotta delle dirigenze diventano acqua versata sul fuoco acceso dalle lotte partecipate contro il governo in questi mesi, contrastandone la crescita e tagliando fuori i metalmeccanici da una lotta generale contro il governo e contro la guerra. In un clima di conflitto mondiale aumenta la gravità del loro operato poiché relega la classe operaia a un patto con gli stessi nemici che in guerra si trasformano in carnefici senza scrupoli.

Allo stesso tempo di fronte a un governo che applica metodi fascisti screditando e criminalizzando i sindacati che scioperano, la migliore difesa è quella di iscriversi ai sindacati per portare battaglie contro le dirigenze che tendono a separare i lavoratori contro lo stesso governo che li criminalizza e che alla prova della guerra vengono disarmati contro lo stesso sistema che li sfrutterà fino alla morte.

Una lotta senza sconti alla burocrazia sindacale di ogni sigla è la migliore la lotta contro la crisi del sindacato, ed è sempre di più all’ordine del giorno.

Concludiamo, invitando quindi i lavoratori e le lavoratrici a non accettare questo contratto e votare No ai referendum. 

Per tornare a scioperare!

Per la riduzione dell’orario di lavoro e contro la svalutazione dei salari e la sua normalizzazione

Per la costruzione di un ampio fronte di lotta che includa lavoratori senza distinzione di appartenenza sindacale!

N. I.

FONTI:

https://www.ilsole24ore.com/art/metalmeccanici-firmato-contratto-aumento-205-euro-quadriennio-AHTZjDuD

https://blog.roomlessrent.com/mercato-immobiliare/indice-dei-prezzi-degli-affitti-in-italia-2025-2026/

https://www.uilmnazionale.it/metalmeccanici-palombella-uilm-trattativa-subito-in-salita-ma-non-arretriamo-piu-salario-e-meno-orario-per-i-lavoratori/

https://nuovi-lavori.it/index.php/salari-e-recupero-dell-inflazione-il-rebus-dell-ipca/