Una storia critica della rivoluzione cubana

La rivoluzione più profonda nella storia dell’America Latina

Articolo di Jorge Altamira tradotto da Raffaele de Blasio

Da tempo ormai, Cuba non sta attraversando un processo rivoluzionario, bensì controrivoluzionario. Questo sviluppo si sta sviluppando in un periodo di bancarotta capitalista, di guerra imperialista globale, e si scontra con una serie di mobilitazioni popolari e ribellioni che il regime politico dell’isola non è riuscito a sedare con la repressione. Una crescente differenziazione all’interno del panorama politico cubano sta erodendo la monolitica struttura della sorveglianza e della repressione ufficiali; tendenze politiche, fino a poco tempo fa nascoste, stanno venendo alla luce: “tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”.

In questo contesto, il compagno Frank García Hernández presenta il suo libro “Cuba: una storia critica (1959-2025)”. Frank è un comunista cubano che ha acquisito una particolare importanza come organizzatore dei quattro Eventi Internazionali Lev Trotsky in America Latina (Cuba, Brasile, Argentina e Paraguay). Sebbene il “trotskismo” sia entrato nell’attuale agenda politica cubana quasi due decenni fa (e abbia avuto una significativa traiettoria indipendente dalla formazione dell’Opposizione di Sinistra all’interno della Terza Internazionale), queste conferenze-dibattito gli hanno conferito attuale rilevanza. Questa “storia critica” dovrebbe essere letta come un bilancio utile a stabilire un programma e a costruire un partito Quartinternazionalista a Cuba. Cubane nella forma, le tesi principali del testo hanno tuttavia una portata internazionale.

Il carattere della Rivoluzione cubana, il suo sviluppo storico e la strategia del marxismo

La caratterizzazione della Rivoluzione cubana come “socialista” si è imposta in forma prevalente quasi esclusivamente all’interno della sinistra globale, anche prima che Fidel Castro e Che Guevara la proclamassero tale nel 1962. A quel tempo, si erano verificati tre eventi fondamentali: da un lato, la mobilitazione lampo (96 ore) e il massiccio sostegno della burocrazia dell’Unione Sovietica per contrastare il boicottaggio del petrolio di Cuba da parte delle compagnie straniere ordinato dall’imperialismo statunitense; dall’altro lato, l’espropriazione di tutto il capitale straniero e nazionale a Cuba; e infine, ma non meno importante, la vittoria militare a Playa Girón contro un tentativo di invasione organizzato dall’amministrazione Kennedy degli Stati Uniti, che comportò la mobilitazione e l’armamento di un milione di cubani. In breve, uno scenario storico eccezionale.

Ciò che distinse l’inizio insurrezionale della Rivoluzione cubana, con la spedizione militare a Cuba a bordo del Granma nel dicembre 1956, fu la lotta armata organizzata da una fazione politica storica a Cuba; una mobilitazione urbana persistente e crescente; l’azione diretta delle masse. La spedizione del Granma fu sollecitata dalla convocazione di uno sciopero generale nella parte orientale dell’isola, che non attecchì; da un altro sciopero generale nell’aprile 1958, che fallì; infine, dallo sciopero generale indetto dai guerriglieri del Movimento 26 Luglio nelle ultime due settimane della vittoria, quando Fidel Castro ritardò il suo ingresso all’Avana per organizzare grandi raduni di massa lungo il suo percorso. Queste azioni scatenarono scontri e rotture con l’opposizione filo-padronale operante da Miami. La rivoluzione non solo rovesciò il governo di Fulgencio Batista, ma ne distrusse anche l’apparato statale e quello militare e di sicurezza. Lo slogan “al muro” portò all’organizzazione di tribunali popolari (non statali) incaricati di processare i repressori del vecchio regime e di applicare la pena di morte. Le chiusure “moralistiche” di cabaret e bordelli che accoglievano turisti stranieri scatenarono una massiccia protesta da parte delle prostitute, sottolineando l’obbligo della Rivoluzione di creare posti di lavoro su larga scala, possibili solo attraverso una trasformazione sociale.

I partiti stalinisti subirono un tremendo colpo politico a seguito di una rivoluzione che non appoggiarono, ma piuttosto contrastarono, e che demoliva la recente tesi della burocrazia russa (guidata dall’ “ucraino” Krushchev) della “transizione pacifica al socialismo” e della “coesistenza pacifica tra due sistemi” con l’imperialismo mondiale. La Rivoluzione cubana, che si svolgeva a 1.500 km da Miami, inferse un duro colpo alla collaborazione del Cremlino con Washington. La rivoluzione portò a una significativa crescita dei partiti rivoluzionari di sinistra, o almeno dei partiti indipendenti dal Cremlino. Nella valutazione della nostra corrente di allora, la MIR Praxis, la Rivoluzione cubana non sarebbe rimasta confinata nella cornice dello Stato borghese, ma avrebbe aperto, come conseguenza di una politica cosciente, una nuova fase storica, anche a livello internazionale. Sia Fidel che il Che provenivano da esperienze eccezionali, come il “Bogotazo” che seguì all’assassinio di Eliecer Gaitán, un leader colombiano molto popolare, e la capitolazione del nazionalismo e dello stalinismo all’invasione del Guatemala del 1954 da parte di un apparato armato dalla United Fruit Company e dall’imperialismo statunitense. Una fazione della Quarta Internazionale (Comitato Internazionale) caratterizzò la Rivoluzione come un movimento bonapartista; la fazione ufficiale (Segretariato), al contrario, presentò la direzione della Rivoluzione come una corrente che assumeva la dinamica di una rivoluzione permanente senza esserne consapevole (un plagio della posizione del francese Jean-Paul Sartre). La corrente morenista (oggi in Argentina: PTS, Partido de los Trabajadores Socialistas; IS, Izquierda Socialista; MST, Movimiento Socialista de los Trabajadores. N.d.t.) la dichiarò uno strumento “democratico” dell’imperialismo (“tesi” che abbandonò nel 1960, diventando presto sostenitrice incondizionata del “castrismo” e del “guevarismo”).

La Rivoluzione cubana, tuttavia, non è mai stata una rivoluzione proletaria; una caratterizzazione contraria costituirebbe oggi un chiaro ostacolo alla costruzione di un partito socialista della classe operaia. Se la piccola borghesia, per di più sostenuta da un apparato stalinista, potesse sviluppare una rivoluzione socialista, la classe operaia verrebbe relegata a un ruolo storico secondario o, più precisamente, si dissolverebbe nella piccola borghesia attraverso l’atomizzazione. Data la varietà di tendenze emerse a Cuba (socialdemocrazia, riforma del regime, gramscianesimo e altre), questo centrismo organico sarebbe fatale, soprattutto se prosperano coloro che propugnano la “società civile” (in contrapposizione allo Stato autoritario) o la necessità di conquistare una “egemonia culturale”. La società civile (che ignora l’antagonismo di classe) è la finzione che giustifica il cosiddetto Stato rappresentativo. Nei Paesi arretrati, che, pur essendo interamente capitalisti, hanno uno sviluppo “precapitalista” – cioè uno sviluppo unilaterale e parziale rispetto alle potenze dominanti – il carattere socialista di una rivoluzione è determinato dalla natura proletaria (nella composizione e nel programma) della direzione, non da compiti storici irrisolti come il sistema agrario, l’unità nazionale o l’indipendenza nazionale, che hanno un contenuto storico borghese. In Bolivia, nel 1952-53, ci fu un’insurrezione proletaria seguita successivamente da una rivolta contadina, che distrusse l’esercito in 24 ore, istituì un soviet attraverso la fondazione della Centrale Operaia e occupò le miniere (qualcosa di molto più avanzato della Rivoluzione cubana); tuttavia, la sua direzione cedette il potere alla piccola borghesia nazionalista del MNR (agente della borghesia indigena e dell’ormai distrutto apparato militare), che si incaricò di rovesciarla. A Cuba non ci fu una rivoluzione proletaria, ma la sua direzione piccolo-borghese attuò una politica rivoluzionaria senza precedenti nella storia moderna, istituendo uno Stato di transizione che non era però né operaio né socialista. Bolivia e Cuba, attraverso un processo reciprocamente contraddittorio, condividono una grave crisi storica di leadership: una direzione piccoloborghese-operaia che cede il potere (nel caso della Bolivia) a un partito che rappresenta la borghesia pseudo-nazionalista, e, a Cuba, un’egemonia della piccola borghesia rivoluzionaria che assoggetta la classe operaia, la quale non entra nel processo rivoluzionario come classe indipendente. Il Partito Socialista Popolare, il partito dei lavoratori a Cuba, aveva sostenuto il governo di Batista negli anni ’30; poi si unì al suo secondo governo negli anni ’40; infine, saltò sul carro della Rivoluzione già compiuta, o per strangolarla, sfruttarla e sottometterla al controllo della burocrazia stalinista controrivoluzionaria dell’ex Unione Sovietica.

Riguardo al metodo per caratterizzare lo Stato rivoluzionario, Lenin lasciò insegnamenti insuperabili. Caratterizzò lo Stato emergente dalla Rivoluzione d’Ottobre come “uno Stato borghese senza borghesia”, dove “la classe operaia è semi-dominante e semi-oppressa”. In breve, uno Stato in transizione, ancora borghese per definizione, il cui carattere di classe è determinato dalla sua leadership politica e dalle prospettive storiche che apre; in seguito, sulla base delle concessioni di mercato, lo avrebbe definito “capitalismo di Stato”, dove lo Stato creato dalla Rivoluzione si confronta con le classi capitaliste (essenzialmente, i contadini agiati e, attraverso di essi, il mercato capitalista globale). Una rivoluzione proletaria in un Paese con uno sviluppo capitalistico altamente avanzato darebbe inizio alla transizione dal socialismo al comunismo; sarebbe anche immediatamente internazionale. In un Paese relativamente arretrato, avvia una transizione dal capitalismo al socialismo, condizionata, almeno in ultima istanza, allo sviluppo di una rivoluzione internazionale. Ogni espropriazione di capitale è una misura storicamente rivoluzionaria, ma ciò non conferisce un carattere rivoluzionario all’occupazione della Polonia nell’accordo Stalin-Hitler, né alla sottomissione degli Stati occupati dall’URSS nella Seconda Guerra Mondiale, dove il capitale fu espropriato con un’azione “dall’alto”. La dialettica della storia abbonda di questo tipo di contraddizioni; non comprenderle porterà il leader trotskista greco Michel Pablo ad affermare che la transizione al socialismo mondiale sarebbe stata la conseguenza di successive azioni confiscatorie da parte della burocrazia stalinista, in una guerra all’ultimo sangue tra essa e l’imperialismo. Oppure porterà lo storico Isaac Deutscher a sostenere la repressione degli operai edili berlinesi, che protestavano contro il supersfruttamento del lavoro, da parte dell’esercito russo nel 1953. Deutscher intendeva la diffusione del socialismo nel mondo “alla Napoleone”, il quale realizzò l’imposizione imperiale del diritto borghese nell’Europa feudale per mezzo dell’esercito francese.

La questione della leadership politica non fu trascurata nel contesto della Rivoluzione cubana, né avrebbe potuto essere altrimenti. Per “fare” la rivoluzione, si sosteneva, era necessario il “fuoco armato”, non un partito, e certamente non un partito operaio. Ciò provocò un’ondata di “guerriglia internazionalista”, con una conseguente ondata di sconfitte, in cui il programma era irrilevante; il “fuoco” dei Montoneros mirava a reprimere la rivolta del Cordobazo favorendo il ritorno di Perón. La Rivoluzione prese il controllo dei sindacati, colmando il vuoto lasciato dalla burocrazia sindacale “mujalista” – dal nome di Eusebio Mujal, agente di Batista – e aprendo la strada all’ingerenza dell’apparato stalinista e alla statalizzazione dei sindacati. È sorprendente quanto poco, se non per niente, si parli di indipendenza e democrazia dei sindacati negli attuali dibattiti tra l’opposizione. La questione non è definirli giuridicamente, ma come promuovere lo sviluppo di una leadership operaia cosciente di classe, basata su un programma di rivendicazioni. In definitiva, la cosiddetta “questione di partito” portò alla fusione del Movimento 26 Luglio (ML26) con l’apparato stalinista, conseguenza della fatale integrazione di Cuba nel quadro istituzionale stabilito dalla burocrazia russa nell’Europa orientale. Il Partito Comunista di Cuba non è mai stato veramente un partito; è semplicemente un apparato, una cinghia di trasmissione per lo Stato, che non ha mai intrapreso le pratiche di un partito con dibattiti pubblici, discussioni e fazioni.

La Rivoluzione ha spazzato via i partiti tradizionali, ma non ha dato origine a movimenti, organizzazioni e partiti operai. L’arbitrato imposto da ogni regime statale, compreso uno Stato operaio, ha assunto molto presto un carattere bonapartista nella persona di Fidel Castro. Un’autoriforma democratica del regime cubano non può esser prevista, tanto meno in un periodo di crisi politica, politiche controrivoluzionarie ed esaurimento, e persino agonia, della democrazia borghese in generale. Qualunque sia l’esito della crisi attuale, le opzioni sono una dittatura borghese (in diverse forme) o una dittatura del proletariato. La lotta per le libertà democratiche, i sindacati indipendenti e la libera organizzazione delle masse deve servire a sviluppare la coscienza di classe e l’organizzazione dei lavoratori, affinché possano imporre, contro la dittatura di una burocrazia restaurazionista o direttamente borghese, la dittatura del proletariato.

La questione della piccola borghesia rivoluzionaria che ha caratterizzato la Rivoluzione cubana non è un’eccezione. Fu affrontata, ad esempio, al Quarto Congresso dell’Internazionale Comunista, durante un periodo di grandi sconvolgimenti e rivoluzioni nelle colonie. Il Comintern distingueva tra movimenti nazionalisti borghesi, storicamente progressisti, con una tendenza al compromesso con l’imperialismo, e movimenti nazionalisti rivoluzionari, che promuovevano mobilitazioni rivoluzionarie. Il fermo sostegno riservato a questi ultimi includeva un monito ritenuto fondamentale: non confondere il comunismo con il nazionalismo e denunciare la tendenza sistematica del nazionalismo a vestirsi da socialista. Questa precauzione non è stata presa nei confronti della Rivoluzione cubana, la cui leadership è stata presentata come socialista conseguente. Il punto chiave di differenziazione tra il comunismo bolscevico e il nazionalismo, non importa quanto rivoluzionario sia, è la dittatura del proletariato come unico punto di partenza per una rivoluzione permanente internazionale. Da attento osservatore degli eventi mondiali, da un lato, e delle peculiarità nazionali, dall’altro, Lenin sottolineò che una nazione arretrata che non fosse ancora entrata nello sviluppo capitalistico avrebbe potuto saltare quella fase se avesse organizzato le masse (essenzialmente contadini comunitari e artigiani urbani) in soviet e si fosse alleata con l’Unione Sovietica rivoluzionaria. La linea di demarcazione cruciale è sempre la questione del potere, ovvero la dittatura del proletariato. L’unione politica internazionale tra una burocrazia con sede all’Avana e una con sede al Cremlino non costituisce una via verso la dittatura del proletariato, ma piuttosto il suo contrario. Una restaurazione capitalista non è completa semplicemente restituendo al capitale le imprese confiscate, cosa che potrebbe ipoteticamente essere negoziata da un governo rivoluzionario con l’imperialismo (la Russia di Lenin e Trotsky era disposta a negoziare il pagamento del debito estero lasciato dallo zar in cambio della revoca del boicottaggio commerciale ed economico delle grandi potenze contro la Russia, cosa che non avvenne). Essa è completa quando è stato riversato il potere politico nelle mani del proletariato.

Questioni simili a queste furono dibattute nella Terza Internazionale di fronte all’ipotetica nascita di “governi operai”, come quasi accadde in Germania dopo lo sciopero generale contro il cosiddetto putsch Kapp, con federazioni sindacali e movimenti operai riformisti. In alcuni casi, l’Internazionale chiese il sostegno a questi governi, ad esempio armando le masse, ma senza rinunciare all’indipendenza politica o confonderli con la dittatura del proletariato. Per inquadrare queste questioni e questi dibattiti, è necessario comprendere che la rivoluzione è un’eruzione storica che si manifesta in modi diversi e costringe diverse classi a intervenire; non è una cospirazione ben pianificata, ma piuttosto il prodotto di cicli storici. Pertanto, non si possono adottare criteri dogmatici, né tanto meno abbandonare conclusioni derivate dall’esperienza storica. La storia è transizione; è necessario trasformarsi nello sviluppo della dinamica rivoluzionaria avendo un piano d’azione chiaro, seppur sempre provvisorio, cioè soggetto a revisione. Il Programma di Transizione, spesso citato, non esclude la possibilità che i partiti piccolo-borghesi possano andare “oltre” i loro obiettivi dichiarati, rompere con la borghesia e prendere il potere. Ma questo sarebbe un passo verso la dittatura del proletariato, guidata da un partito autenticamente socialista. Nel suo libro dal titolo fuorviante “La Rivoluzione Tradita”, Lev Trotsky risponde all’affermazione di Mussolini di poter convertire l’Italia al socialismo con il semplice tocco di un pulsante (cosa che pretendeva di fare in seguito nella Repubblica di Salò, dopo essere stato liberato dai tedeschi), sostenendo che solo il bolscevismo aveva espropriato la borghesia. Ora, Trotsky potrebbe aggiungere che Fidel e il Che fecero lo stesso, dopo una rivoluzione che aveva distrutto il preesistente apparato statale della borghesia. Alcuni stati africani fecero lo stesso, anche se in misura molto limitata. Ma le espropriazioni non sono sinonimo di dittatura del proletariato, né determinano un carattere operaio per la Rivoluzione cubana. Nella prolungata assenza di una rivoluzione socialista nei Paesi avanzati, l’isolamento dal mercato mondiale erode i beni industriali espropriati e li trasforma in un peso economico; le espropriazioni non sono sinonimo di abolizione del lavoro salariato, né vi conducono. Persino la pianificazione subisce conseguenze disastrose, come quando Fidel Castro tentò di salvare il commercio con la Russia attraverso un raccolto di zucchero da dieci milioni di tonnellate, che fece sì che i costi di produzione superassero i prezzi preferenziali offerti da Mosca. In altre parole, una catastrofe economica.

Le nazionalizzazioni da parte dei regimi piccolo-borghesi hanno offuscato la visione di alcuni settori intellettuali e della maggioranza dei “trotskisti”. L’espropriazione del capitale rappresenta un passo verso il comunismo quando costituisce una riappropriazione collettiva delle forze produttive da parte della classe operaia. Finché ciò non avviene, la proprietà statale è proprietà privata dello Stato, essa stessa espressione reale, distorta o residuale del dominio politico sui lavoratori. Di per sé, l’espropriazione non rappresenta altro che una fase della crisi capitalista e della lotta di classe. La questione centrale della natura del potere trovò espressione concreta nella polemica condotta da Che Guevara, quando sostenne la necessità di combattere ed eliminare la burocrazia; modificare le regole che governano la distribuzione della produzione e del reddito sociale; mettere in discussione la legge del valore in un periodo di transizione; rifiutare un’alleanza strategica con il Cremlino. Ipoteticamente, il Che riconobbe i limiti “socialisti” della piccola borghesia politica e cercò di modificarli. Lo stesso Che, anni prima, aveva respinto le proposte di democrazia operaia avanzate dal POR (frazione posadista), basandosi sulla presunta idea che la deliberazione operaia non potesse superare la capacità di orientamento politico della direzione piccolo-borghese che aveva condotto e vinto la lotta rivoluzionaria. La capacità di ogni classe, in effetti, è determinata dal suo ruolo nella lotta concreta; l’“incidente” che una rivoluzione piccolo-borghese rappresenta rivela la crisi storica della direzione della classe operaia. La cultura dell’avanguardia del proletariato, e in tale misura, del proletariato nel suo complesso, è un fattore fondamentale nello sviluppo della coscienza di classe.

Nel luglio del 1979 trionfò un’altra rivoluzione, non solo simile, ma persino più profonda, della Rivoluzione cubana. Cinquantamila nicaraguensi persero la vita nella guerra civile contro Somoza. I Somoza erano una dinastia; secondo Frank Delano Roosevelt, “i nostri figli di puttana”. Roosevelt non era Trump; nel 1933 aveva abrogato l’Emendamento Platt, che autorizzava l’invasione di Cuba da parte dell’imperialismo statunitense; lo abrogò sotto la pressione della Rivoluzione cubana del 1930. Il Fronte Sandinista, tuttavia, guidato dalla piccola borghesia, non cercò di emulare Fidel e il Che; non “andò oltre” i suoi obiettivi, soprattutto a causa delle pressioni dello stesso Stato cubano, che voleva il Nicaragua come ulteriore merce di scambio per spingere gli Stati Uniti e la borghesia a raggiungere la “coesistenza pacifica” in America Latina. I teorici della rivoluzione socialista a Cuba ignorano completamente quanto accaduto con la rivoluzione sandinista. La vittoria della Rivoluzione cubana aveva scatenato un’ondata di dittature militari in America Latina; la Rivoluzione sandinista, al contrario, portò al crollo delle dittature successive. Il governo “socialista” di Cuba non chiese di seguire il proprio esempio, ma piuttosto di contraddirlo. Il Nicaragua formò un governo con l’alta borghesia dell’opposizione (la famiglia Chamorro), che alla fine sconfisse i sandinisti elettoralmente e poi governò con la completa lealtà dell’esercito sandinista. Ancora più significativo, forse, fu il sostegno di Fidel Castro al governo di Unità Popolare durante la sua visita in Cile nel 1971. Unità Popolare stava affrontando una crescente rivolta di operai e marinai che chiedevano di prendere il controllo della produzione e prevenire un colpo di stato. Fidel li invitò ad abbandonare questa politica e a sostenere incondizionatamente il governo di Unità Popolare. Ciò che la destra definì una visita sovversiva in Cile fu, in realtà, esattamente l’opposto. Nel febbraio del 1972, Salvador Allende dichiarò al direttore di Le Monde che si sarebbe opposto a ogni costo a “una dittatura del proletariato”; sei mesi dopo, destituì il generale costituzionalista Carlos Prats dal Ministero della Difesa e nominò Augusto Pinochet. Quanto a Hugo Chávez, dopo che Fidel Castro aveva appoggiato il presidente Carlos Pérez, che aveva massacrato un gran numero di lavoratori a Caracas durante le proteste contro il colpo di stato popolare del febbraio 1992 guidato dal futuro leader bolivariano, Cuba fece in modo che questo ufficiale militare nazionalista piccolo-borghese rimanesse nell’ambito dello Stato venezuelano. Hugo Chávez esercitò un governo bonapartista – un governo di potere personale – e nazionalizzò i sindacati. La misura nazionalista fondamentale di Chávez fu quella di impedire la transnazionalizzazione della PDVSA e l’attuazione del programma di edilizia popolare. La Rivoluzione Socialista Cubana si trasformò in “Socialismo del XXI secolo” senza la mediazione delle rivoluzioni sociali e con un massiccio sperpero di fondi pubblici per pagare le nazionalizzazioni a prezzi di mercato. Le rivoluzioni guidate dai contadini, ma etichettate come socialiste, come i casi di Cina, Vietnam o Cambogia, persino quelle che conducono a guerre “protratte” per l’indipendenza o l’unità nazionale, sono state accompagnate da forti tendenze antiproletarie, che vedono la città come una roccaforte estranea e, soprattutto, ostile. La vera arena della rivoluzione moderna, la grande città, il cui compito è guidare le campagne, viene distrutta. Mao non intraprese un piano di industrializzazione che trasferisse la sovrappopolazione rurale alla fabbrica moderna, con i suoi pericolosi cicli di espansione e recessione; la confinò nelle campagne attraverso una rivoluzione agraria. Il caso della Cambogia fu infinitamente più drammatico: il partito comunista svuotò le città con metodi criminali contro milioni di persone. Lev Trotsky aveva già messo in guardia contro queste tendenze nei movimenti contadini nei suoi scritti sulla Cina negli anni ’30. Segnalò che avrebbero potuto seguire un modello di ostilità verso la città, che aveva osservato tra i contadini russi dopo la sconfitta della rivoluzione del 1905, come conseguenza di una brutale “riforma agraria” promossa dal ministro dello zar, Piotr Stolypin.

Fin dagli ultimi anni dell’ex Unione Sovietica, Cuba è alle prese con una crisi di produttività e di finanziamento, e con un fenomenale declino delle sue forze produttive. Il salto nel turismo internazionale non ha risolto nulla; al contrario, ha esacerbato la disuguaglianza sociale, così come l’istituzione di “zone franche” sul modello cinese. Cuba ha intrapreso un colossale “programma di aggiustamento” sociale per attrarre investimenti esteri, che supera di gran lunga la catastrofica avventura di Javier Milei. La piccola borghesia nazionalista cubana ha scoperto che la premessa per raggiungere un ordine “macroeconomico” con capitali internazionali e nazionali di piccole dimensioni è la completa sottomissione della forza lavoro. Il problema è che gran parte di questa forza lavoro è altamente qualificata e attratta dal mercato internazionale. L’onere dell’aggiustamento ricade sui settori più vulnerabili. Sebbene i finanziamenti internazionali siano abbondanti, l’economia deve adattarsi all’aspettativa di estrarre plusvalore dal capitale straniero. Se Cuba seguisse il modello cinese di restaurazione – la disintegrazione della classe contadina e la sottovalutazione del lavoro industriale – il principale candidato a prendere il controllo della sua economia non sarebbe il capitale cinese, bensì quello proveniente dalla Florida. Impegnata in una guerra commerciale e finanziaria contro la Cina, l’amministrazione Trump non si candida a questa impresa; al momento, sta pianificando un cambio di regime in Venezuela. Come molti altri paesi, Cuba non può pagare i suoi debiti con la Cina e quindi non può intraprendere una restaurazione capitalista “alla cinese”… con la stessa Cina.

In ogni caso, la tendenza verso un esito controrivoluzionario è stabilita. Ma senza organizzazioni proprie, una resistenza unitaria delle masse è improbabile, sebbene siano possibili rivolte locali e generali di varia entità; è prevedibile una frattura all’interno della burocrazia al potere.

Il compagno Frank García Hernández ha acceso un dibattito, ovviamente fondamentale, e con un testo concreto, su come si possa sviluppare un programma. “Democrazia socialista” è stata la parola d’ordine, da Ernest Mandel in poi e anche prima di lui, per abbandonare la dittatura del proletariato. La dittatura del proletariato presuppone la deliberazione esecutiva dei lavoratori a livello collettivo. Questa dittatura, che nella sua forma politica deve essere il risultato di una rivoluzione proletaria vittoriosa, ne è anche la premessa; il proletariato dichiara il carattere sovrano della lotta di classe che intraprende, senza essere soggetto alle regole dello Stato borghese. In questo modo, ogni vittoria imposta allo Stato non è solo provvisoria, è condizionata; nel corso della lotta di classe, deve essere rivista più e più volte. Il caso dell’Argentina – e non solo quello – è convincente: la “riforma del lavoro” che l’Esecutivo e il Congresso vogliono imporre è in vigore a tutti gli effetti. Lo Stato costringe i giudici del lavoro a respingere rivendicazioni individuali o di gruppo, definendole “l’industria del contenzioso”. Le decisioni prese dalle assemblee operaie per contrastare questa offensiva attraverso azioni dirette, scioperi generali o occupazioni di fabbriche rappresentano una forma più o meno sviluppata di esercizio della dittatura del proletariato a partire da deliberazioni democratiche. Come disse Lenin, Marx non ha scoperto la lotta di classe; ma essa conduce alla dittatura del proletariato. È necessario combattere le soluzioni intermedie che non esistono, con il pretesto di un’insufficiente coscienza operaia. Questa insufficienza si riscontra solo in chi è negazionista, perché la dittatura del proletariato non è semplicemente un frutto maturo e transitorio verso una società senza classi, ma piuttosto “nasce dal basso”, cioè negli atti di lotta più primitivi del proletariato: nell’assemblea, nel comitato di fabbrica, nei congressi eletti dalla base, in ogni orientamento di classe; nella scissione all’interno della “società civile”.

Allo stesso modo, non esiste una “dittatura democratica”, ovvero una dittatura di più classi, come ha già dimostrato la Rivoluzione d’Ottobre. Al contrario, questa variante è solo una operazione di facciata per il fronte popolare, ovvero i fronti di collaborazione di classe con la borghesia “progressista”, “nazionale” o “democratica”. Quando i regimi capitalisti si muovono verso l’instaurazione di “stati di eccezione” (per non parlare delle guerre genocide), la lotta per le libertà democratiche non dovrebbe essere orientata al ripristino del precedente stato politico (che rafforzerebbe la rinnovata tendenza verso gli stati di eccezione), ma piuttosto verso lo stato del futuro: la dittatura del proletariato. La piccola borghesia è una classe intermedia, e quindi oscillante, che prospera nella confusione. In una lotta di classe “finale”, può protendere al fascismo se il proletariato non lotta sistematicamente per conquistarla.