L’imperialismo americano dichiara guerra all’Iran e al mondo!

L’ATTACCO

La ripresa della guerra contro l’Iran era insita nei termini stessi dei cosiddetti “negoziati” con il governo iraniano: ci si aspettava che l’Iran abbandonasse completamente il suo programma di arricchimento dell’uranio, smantellasse il suo sistema missilistico balistico e distruggesse la sua forza antiaerea, senza ricevere in cambio nemmeno la revoca delle sanzioni contro il suo commercio internazionale o la fine  dell’accerchiamento militare da parte degli Stati Uniti. Il governo iraniano si era offerto di negoziare il grado di arricchimento dell’uranio entro limiti ragionevoli per uso civile e persino, come ultima risorsa, di effettuare tale arricchimento in un paese terzo per il rientro controllato nel suo territorio. Il programma di guerra di Trump includeva anche l’uccisione dei più alti funzionari civili, scientifici e militari del governo, partendo dall’uccisione di Qassem Soleimani nel gennaio 2020. Oggi si è arrivati allo scontro frontale.

L’attacco militare contro l’Iran culmina in una fase di guerra genocida contro il popolo palestinese e ha come ulteriori obiettivi quelli di annettere tutta la Cisgiordania occupata e di invadere il Libano del Sud. Annidate nella guerra contro l’Iran ci sono altre guerre, volte a rendere l’abominevole colonia sionista, fedele cane da guardia del padrone imperialista statunitense, il gendarme incontrastato del Medio Oriente grazie all’eliminazione di tutti i rivali regionali. Il tutto col benestare delle borghesie prezzolate del mondo arabo, prime fra tutte le petromonarchie, che in cambio di hotel a 7 stelle e piste da sci nel deserto hanno svenduto la libertà e l’autodeterminazione di tutti i popoli arabi. Se Israele è il mastino della regione per conto americano, le autorità del golfo non sono più che delle sgualdrine.

Tra il settembre e il dicembre del 2024 Hezbollah è stata totalmente ridimensionata (con l’operazione di intelligence legata ai cercapersone e la morte di Nasrallah) e il regime siriano di Assad è crollato. Senza questi alleati l’Iran rimaneva l’unica potenza regionale a sfidare l’egemonia militare israeliana, diventando così l’ultimo obiettivo da colpire.

La barbarie scatenata contro l’Iran non è quindi né locale né di portata limitata. Questa chiara intenzione di acuire una guerra imperialista globale senza limiti non dovrebbe essere sottovalutata dalle lavoratrici e dai lavoratori di tutto il mondo.

Dopo aver attaccato incessantemente il territorio iraniano e assassinato l’Ayatollah Khamenei, la sua famiglia, 48 funzionari governativi e oltre un centinaio di bambine in una scuola elementare, Trump e Netanyahu hanno invitato il popolo iraniano a sollevarsi e “prendere il potere”, tuttavia nelle ultime ore il presidente degli Stati Uniti ha annunciato la sua disponibilità a riprendere i negoziati con il personale politico iraniano rimasto. Questo sarebbe un tentativo di tornare al modello venezuelano, con la differenza che ci sarebbero stati fiumi di sangue versato e l’obbligo per Trump di mantenere il vasto assedio militare a tempo indeterminato. Trump sta cercando di resuscitare la Dottrina Rumsfeld, sostenuta dal Segretario alla Difesa di George Bush, secondo cui una guerra poteva essere vinta dall’aria, senza schierare truppe a terra, consapevole che se così non fosse andrebbe in contro ad una opposizione interna molto più feroce e radicale.

Trump è stato spinto in questa guerra imperialista per evitare di perdere il “bottino” raccimolato in questi anni: dal massacro palestinese a Gaza, dalla distruzione della leadership e dell’apparato di Hezbollah, dal pantano della Russia in Ucraina e dalla manifesta incapacità della Cina di prendere iniziative politiche internazionali in generale, e contro l’imperialismo americano in particolare. Spronato dallo Stato sionista, vista l’occasione “ghiotta” Trump non ha voluto lasciarsi sfuggire questa opportunità internazionale di decapitare il regime iraniano e prendere il controllo totale del Medio Oriente, delle sue risorse, delle sue rotte commerciali e soprattutto della sua popolazione. Lo scopo della guerra scatenata contro l’Iran, ovvero la riorganizzazione politica del Medio Oriente da parte dell’imperialismo, implica l’estensione della guerra internazionale ad altri teatri. Trump intende afferrare più di quanto possa gestire. 

A tre giorni dall’inizio della guerra criminale scatenata contro l’Iran, Trump ha dichiarato che avrebbe fatto “tutto il necessario” per annientare l’esercito e la marina iraniani e, naturalmente, l’arsenale e la leadership della Guardia Rivoluzionaria, ammettendo che ciò potrebbe richiedere settimane o mesi. L’Iran, da parte sua, ha ripetutamente attaccato importanti città israeliane e basi militari americane negli emirati del Golfo, causando vittime, gestendo al contempo il proprio arsenale militare per una guerra potenzialmente prolungata. Dal Libano, Hezbollah è entrato in questa guerra contro l’imperialismo con vari attacchi contro Israele, tentando di aprire altri fronti contro gli aggressori; lo Yemen, a quanto pare, starebbe facendo lo stesso. Lo Stretto di Hormuz è stato bloccato dall’Iran, interrompendo gravemente il traffico petrolifero internazionale, e non solo. Secondo il Wall Street Journal, l’assalto all’Iran è un’operazione strategica di “deterrenza”, il cui successo inaugurerebbe un’era di “pace” in Medio Oriente. Il WSJ, nel suo editoriale, esorta il Mossad e la CIA a compiere tutte le operazioni necessarie per raggiungere questo risultato, che potrebbe includere una rivolta nel Kurdistan iraniano, al confine con la Turchia. La superiorità militare e informatica dell’imperialismo è evidente: non c’è individuo al mondo che non sia “sotto scheda”. Con l’offensiva scatenata contro l’ “asse” di Venezuela, Cuba e Iran, il quotidiano aggiunge: “Trump sta inviando un messaggio a Cina e Russia: i costi per sottoporre Trump alla prova militare sono considerevoli”. La guerra dell’imperialismo americano e dello Stato sionista si inquadra quindi in una guerra globale per la colonizzazione del mondo intero. Una sconfitta dell’alleanza Trump-Netanyahu rappresenterebbe molto più di un deterrente all’imperialismo: sarebbe una crisi rivoluzionaria. 

Ad oggi non siamo ancora di fronte ad una guerra mondiale, tuttavia ci troviamo in un mondo pieno di conflitti, esplicitamente legati tra loro: dall’Ucraina al medio oriente, passando per il Venezuela. Conflitti accomunati dal fatto che nascono per cercare di superare la contraddizione interna del capitalismo, che ha generato una crisi da cui non si vede una via d’uscita, se non attraverso una guerra mondiale che vada a distruggere il capitale cinese permettendo la penetrazione massiva del capitale finanziario europeo e soprattutto americano. In un mondo del genere, dove le borghesie vivono grazie alla guerra permanente e alla corsa verso gli armamenti, se dovesse crollare l’Iran, nemico perfetto delle potenze atlantiche in quanto facilmente si presta all’immagine di “grande minaccia” seppur mai avrebbe colpito per primo, non rimarrebbero più guerre da fare se non lo scontro diretto con la Cina, dando il via alla più profonda barbarie di una guerra mondiale a base di ordigni nucleari. Trump e i suoi compari hanno deciso di imbarcarsi in una guerra imperialista senza ritorno.

Al di là della retorica e del gioco delle parti tra governi vari e rispettive opposizioni, l’asse Nord Atlantico ha di fatto approvato una guerra prolungata in Medio Oriente, per spazzare via l’Iran, lo Yemen e ciò che resta della Palestina. 

SITUAZIONE INTERNA DELL’IRAN

Non è questo articolo la sede adatta per dare una valutazione complessiva, storica e approfondita della rivoluzione khomeinista del 1979 e del regime degli ayatollah, questo obiettivo lo riserviamo a testi futuri, tuttavia è doverosa una breve analisi del contesto interno iraniano attuale.

Che il regime palesi una sua natura estremamente reazionaria verso le donne e i lavoratori è indubbio. Uno stato teocratico che attacca costantemente i diritti e le libertà delle donne, che opprime nel sangue ogni mobilitazione sindacale e dei lavoratori, che impedisce gli scioperi e le assemblee se non gestite dagli apparati cooptati dal regime non può, e non è, essere l’obiettivo o il modello di nessuna organizzazione che si ispira al marxismo rivoluzionario; senza contare, a rivoluzione avvenuta, l’eliminazione fisica di tutte quelle forze anti Shah, quali socialisti, comunisti e lavoratori, che si erano schierate al fianco del movimento islamico senza esserne assorbite o cooptate.

Si tratta di un regime che rispetto alla feccia dei Pahlavi ha sicuramente aumentato i livelli di alfabetizzazione, di istruzione, di sanità pubblica, oltre ad aver fatto uscire una parte della popolazione dalla povertà assoluta e ad aver nazionalizzato buona parte dei settori strategici, ma ciò non è sufficiente per parlare di un governo che porta avanti la lotta di classe. Si tratta, nei fatti, un regime borghese dove vige un capitalismo fortemente condizionato dalle burocrazie statali, dove la corruzione è all’ordine del giorno e la speculazione è imperante nelle mani dei figli dei pasdaran, che strangolano i lavoratori e le lavoratrici iraniane con un’inflazione esorbitante, oltre a privarli dei loro diritti. Tutto ciò sommato alle sanzioni internazionali (che hanno un peso enorme, quello maggioritario, nel disastro economico iraniano che viene pagato dalla popolazione) fa sì che le condizioni di vita della popolazione iraniana siano miserrime (seppur migliori a ciò che era prima della rivoluzione), eccezion fatta per quella minoranza vicina al regime. Regime che, appunto, ha saputo aggirare le sanzioni per permettere, tra le altre cose, a quei pochi miliardari iraniani di speculare avidamente nella borsa di Teheran o nel settore immobiliare europeo (soprattutto Italia e Spagna); un apparato che non ha avuto grandi accordi con le potenze industriali e finanziarie dei poli dominanti del capitalismo solo perché USA e UE si trovavano, in quel contesto, più avvantaggiati a non avere accordi con l’Iran, piuttosto che ad averli, e non perché gli ayatollah si fossero dimostrati impenetrabili al capitalismo (si pensi agli anni dell’accordo nucleare, quando nel 2016 furono tolte le sanzioni ENI si dimostrò più che interessata ad investire pesantemente nel settore petrolifero iraniano, tra i maggiori dell’apparato industriale persiano, il tutto finì in un nulla di fatto solo per la ripresa delle tensioni, e delle sanzioni, nel 2018 per interesse USA; di esempi come questo ve ne sono a bizzeffe). 

In questo contesto vanno inquadrate le notevoli manifestazioni che si sono tenute ad inizio 2026 e che sono state represse nel sangue. La storia del regime degli ayatollah mostra, soprattutto dal 2019 in poi, varie mobilitazioni di massa. Se è innegabile che alcune ondate di mobilitazioni fossero effettivamente tentativi di rivoluzioni colorate dirette da infiltrazioni sioniste e statunitensi, è altrettanto innegabile che l’ultima sessione di mobilitazioni mostrava una chiara natura di classe e vedeva in prima linea lavoratori, studenti e sindacati indipendenti (per questo illegali). Mancava una direzione rivoluzionaria, di tali mobilitazioni operaie, capace di far crollare il regime di Khamenei e instaurare il governo dei lavoratori, perché il margine di manovra delle organizzazioni operaie in contesti così fortemente autoritari è estremamente limitato e riduce pesantemente le potenzialità di una dirigenza rivoluzionaria.

Dunque la Repubblica Islamica dell’Iran ha una struttura nettamente capitalista, dove le condizioni di vita delle masse, seppur lievemente migliori rispetto al regime precedente, sono infime e si può parlare di un pesante sfruttamento; tuttavia ha un aspetto, fondamentale, di rottura netta con la dinastia Pahlavi.

Sotto lo Shah l’allineamento all’imperialismo americano e sionista era totale, l’Iran era un servo del capitale americano e britannico, svendeva le proprie risorse e la propria popolazione al miglior offerente. L’Iran degli ayatollah, seppur con interesse di predominio regionale e non in ottica di una rivoluzione socialista, nella sua resistenza, soprattutto armata, compie un attacco diretto all’imperialismo mondiale. Ha svolto questo ruolo, innegabilmente progressivo, in vari momenti della sua storia ma su tutti svettano la “guerra dei 12 giorni”  del 2025 e il conflitto di questi giorni, sempre contro USA ed Israele.

La natura reazionaria, capitalista e teocratica del regime degli ayatollah è del tutto secondaria nella guerra in corso, perché tale conflitto bellico riguarda la sopravvivenza stessa dell’imperialismo.

EFFETTI SU UE, RUSSIA E CINA

Il lungo braccio bellicista e fascista del trumpismo non mira solo a un cambio di regime in Medio Oriente: se tale piano dovesse avere successo, dopo la “vittoria” in Venezuela (come deterrente in tutta l’area caraibica e latino americana), a Trump sarebbe garantito il controllo della quasi totalità delle risorse petrolifere ed energetiche del mondo, ma anche delle rotte commerciali principali (Panama, Hormuz e Suez), ciò permetterebbe agli USA di stabilire un accerchiamento politico, economico ed energetico di tutti i suoi rivali internazionali, in primo luogo Cina e Russia, ma anche dei suoi “alleati” nell’Unione Europea. 

Tuttavia questo piano anche in caso di trionfo schiacciante (tutt’altro che scontato in quanto dipendente dagli esiti di una guerra estesa, complessa e in un momento in cui le varie potenze imperialiste non godono di grande sostegno popolare interno) palesa forti contraddizioni, figlie della crisi del capitale. 

Guardando all’Europa: si renderebbe il vecchio continente totalmente dipendente dagli USA per l’approvvigionamento energetico e difensivo, troncando sul nascere ogni mira espansionistica della borghesia Europea (necessaria per evitare la propria capitolazione); tuttavia questa direzione americana che vede gli europei sempre più come sudditi, e non più come alleati di secondo livello, acuisce il divario che si è aperto tra l’imperialismo europeo e quello nordamericano. Ciò ha offerto ai capi di governo europei l’opportunità di discutere la necessità di un “deterrente nucleare comune”, indipendente dagli Stati Uniti. Questa proposta aprirebbe la porta all’adesione della Germania al “club nucleare” (così come del Giappone), affossando di fatto il divieto di riarmo per due delle tre ex potenze dell’Asse. Poiché Starmer e Macron governano in una perenne crisi di consensi nei rispettivi paesi, il “club nucleare” potrebbe finire per essere guidato da La Pen e Farange, entrambi fascisti e persino in Germania dai neonazisti di AfD, data la mancanza di sostegno popolare al governo Merz, che è stabile, per quanto impopolare, grazie al modello parlamentare tedesco.

Volgendo lo sguardo ad oriente, invece: la decapitazione politica dell’Iran, dopo la caduta di Maduro, priverebbe la Cina della possibilità di avere un approvvigionamento di carburante sufficiente alla propria domanda che sia indipendente dagli Stati Uniti, obbligandola di fatto a trattare con Trump, cedendo in settori strategici nel quale ad oggi si trova in vantaggio, come la gestione delle terre rare e la produttività industriale; al tempo stesso la Russia in questo scenario, avendo già perso il supporto di Assad, si vedrebbe privata di un importante alleato militare che garantiva rifornimenti bellici (principalmente droni) in pieno conflitto ucraino, e che garantiva l’ultimo appoggio russo nella strategica regione MENA. Tuttavia, come nel caso europeo, ciò non sarebbe privo di contraddizioni: la fluttuazione del prezzo del petrolio e del gas renderà ancora più attraenti le risorse energetiche russe vendute a prezzo di saldo alla Cina, permettendo così alla Russia di andare avanti nella guerra sul suolo europeo, nel quale oggi si vede impantanata, e garantendo alla Cina un fedele potente alleato militare, andando in direzione diametralmente opposta, su entrambe i fronti, ai piani USA.

Di fronte a questo scenario mondiale gli analisti si dividono, generalmente, in due categorie: chi legge tutto come freddi calcoli lungo traiettorie ben definite e totalmente determinate, dove il margine di manovra è nullo,  e chi parla di “un mondo in mano ai pazzi”. Le due cose non sono in antitesi, sebbene vengano presentate come tali. La razionalità del capitalismo vuole l’imperialismo come sua ultima via d’uscita dalla crisi per non rinunciare al sistema del profitto, e in quest’ottica va letta la tendenza degli USA a muover guerra economica, finanziaria e in futuro forse bellica alla Cina. Le forze democratiche, progressiste e “socialdemocratiche” sono utili e funzionali alla borghesia in tempi quieti, ma in periodi di crisi si sono più volte dimostrate incapaci di sferrare colpi all’esterno e di controllare e reprimere le mobilitazioni in casa propria; agli occhi delle borghesie, dunque, occorrono in questi casi forze tanto imperialiste quanto fasciste, ed è qui che Trump e Netanyahu danno il loro meglio. L’ascesa di tali forze così violente, belliciste e scioviniste è necessaria in questa fase putrida del capitalismo, ma in un mondo altamente globalizzato, dove le catene di dipendenza economica, industriale e tecnologica sono assai intricate, porta con sé una forte dose di isteria e contraddizioni che è tanto dei singoli rappresentanti quanto della borghesia in totale decadenza e crisi di direzione.

La conquista dell’Iran attraverso la guerra è parte di una guerra più ampia che colpisce l’intera umanità. In queste circostanze cruciali, sconfiggere l’aggressione di Trump e Netanyahu avrebbe implicazioni emancipatorie per tutti i popoli del mondo, al di là del regime capitalista, repressivo e clericale degli ayatollah. 

MOBILITAZIONE DEI LAVORATORI 

Trump si trova ad affrontare questo nuovo crimine di guerra in un momento in cui la “comunità internazionale” ha approvato l’escalation di aggressione contro Venezuela e Cuba, imponendo questa politica al resto delle grandi e medie potenze. Ci troviamo in una fase in cui le varie potenze regionali che non hanno raggiunto una dimensione globale si trovano ad un bivio: capitolare a potenze maggiori o perire.

Trump, tuttavia, potrebbe subire una sconfitta politica e militare in Medio Oriente se l’attacco all’Iran scatenasse mobilitazioni di massa, ribellioni e insurrezioni nella regione e nel resto del mondo, la dirigenza americana è ben consapevole di ciò e per questo desidera terminare in fretta la guerra senza dover far sbarcare truppe sul suolo persiano.

Il declino storico dell’imperialismo americano e la crisi finanziaria internazionale, che la borghesia cerca di superare attraverso il riarmo e la guerra, sono la base del crollo della società capitalista e dei suoi regimi politici. L’ingresso della classe operaia in questo scenario, manifestato in tutti i paesi attraverso mobilitazioni e scioperi, creerà inevitabilmente situazioni di crisi rivoluzionarie. È da questa prospettiva che i lavoratori devono combattere le guerre dell’imperialismo. Contro potenze militari imperialiste, dove il divario negli armamenti e nell’intelligence è abissale, la vittoria definitiva non può passare attraverso gli eserciti di potenze regionali, come l’Iran, o attraverso forze di guerriglia, come in Libano e in Palestina, ma solo ci potrà essere con l’azione internazionale ed unita dei lavoratori lungo una strada rivoluzionaria e socialista.

Tutte le questioni parziali o locali cruciali per i lavoratori sono collegate alla tendenza verso la guerra mondiale imperialista: la lotta del popolo palestinese per la sopravvivenza nazionale e l’espulsione del sionismo dal proprio territorio; i drastici aggiustamenti sociali di austerità imposti da tutti i governi capitalisti per finanziare il riarmo militare e i salvataggi di fronte a fallimenti e insolvenze; la difesa delle libertà democratiche contro i magnaccia autoritari in casa propria.

Per l’espulsione dell’imperialismo americano dall’Iran e dal Medio Oriente, per una nuova “Primavera araba”, la cui vittoria darà il via a una Federazione di stati socialisti in Medio Oriente. Mobilitiamoci per la loro sconfitta e per lo sviluppo di una coscienza e di un’azione internazionaliste da parte della classe operaia di tutti i paesi.

Abbiamo sostenuto le manifestazioni iraniane contro il regime, non tutte, solo quelle con una direzione in mano ai lavoratori e una natura di classe; ma oggi chi si batte per la liberazione di tutti i popoli oppressi e di tutti i lavoratori sfruttati nel mondo deve porsi al fianco dell’Iran e deve invocare la cacciata degli yankee e dei sionisti. La guerriglia di qualche fedayn o la lotta attraverso un esercito regolare nettamente inferiore alle potenze imperialiste non sarà la strada sufficiente per liberarci, occorrono mobilitazioni di massa in medioriente guidate da un partito rivoluzionario che armi il popolo arabo e persiano contro l’invasione americana e sionista e contro le borghesie e burocrazie in casa propria, al tempo stesso è necessaria una mobilitazione massiva nel cuore del capitalismo, in Europa e nel Nord America.

La strada verso la liberazione dal giogo coloniale e dallo sfruttamento capitalista passa dalle masse di lavoratori e lavoratrici di tutto il mondo. 

Per l’autodeterminazione del popolo palestinese, per un medioriente libero, occorre la cacciata dell’invasore statunitense e la distruzione di Israele, testa di ponte dell’imperialismo nordatlantico!

Carlo Anton